Detto nella paura

Detto nella paura

Ricordo ancora quella mattina dautunno, quando Anna serrava tra le dita il foglietto con lelenco delle analisi e delle indicazioni del medico, quasi potesse impedire che langoscia uscisse dai margini della carta. Nel corridoio dellala chirurgica dellospedale di San Giovanni, a Firenze, attendevamo seduti su fredde sedie di plastica. Un televisore senza volume lampeggiava titoli di notizie irrilevanti, scorrevano sui volti attenti di chi, come noi, era sospeso in attesa. Anna si alzò di scatto, non appena vide apparire dalla porta una delle infermiere.

I parenti di Giovanni Rossi? Venite pure.

Anna si fece avanti per prima, percependo accanto a sé la presenza quieta di suo fratello, Matteo. Era ancora con il giubbotto che aveva indossato nel cuore della notte, le mani costantemente serrate nelle tasche, come a tenere a bada un tremore.

In camera, nostro padre giaceva su un letto alto, le ginocchia appena sollevate sotto le lenzuola, nella posizione che sceglieva ogni volta che cercava un po di comfort. Accanto a lui, una bottiglia dacqua, una cartellina con i documenti, una maglietta piegata con cura. Lo sguardo che ci rivolse era quello di qualcuno che vorrebbe sorridere, ma risparmia le energie.

Allora, ragazzi come va?

Anna si sedette appena sulla punta della sedia, cercando di non sovrastarlo. Avrebbe voluto parlare rapida, sicura, ma la voce non ubbidiva.

Siamo qui. Va tutto bene. Ti fanno presto, e Non concluse la frase.

Matteo si chinò come a voler proteggere papà con la sua statura.

Papà, tieni duro. Pensiamo a tutto noi. Io verrò quando servirà.

Quellultima frase, quando servirà, restò nellaria. Sentii che entrambi vi cercavano un appiglio. Il medico, la sera prima, aveva parlato con tono distaccato e sintetico, ma ogni pausa lasciava intendere il rischio. La paura ci teneva insieme, collosa come resina difficile da togliere.

Matteo disse Anna senza guardare papà, diciamoci la verità. Adesso non è il momento di litigare. Troveremo un accordo, qualsiasi cosa succeda. Tu non sparisci. Neanchio. Noi restiamo.

Matteo annuì troppo in fretta.

Giuro. Sono qui. E se serve, prendo io in mano la situazione. Va bene? parlava a papà, ma fissava Anna, come per suggellare un patto.

Papà ci osservò alternando lo sguardo. Le dita, asciutte e calde, si strinsero sul bordo della coperta.

Basta promesse solenni, mormorò. Solo andate daccordo.

Anna avrebbe voluto assicurargli che ormai erano adulti, che non era necessario ripeterlo, che capivano. Ma, invece di parlare, appoggiò la mano su quella di papà. Si illudeva che trovando le parole giuste, loperazione sarebbe filata liscia.

Ce la faremo, disse semplicemente. Faremo tutto il necessario.

Quando portarono via papà verso la sala operatoria, rimanemmo io e mia sorella e, tacitamente, il nostro accordo diventò un talismano: lo ripetevamo nella mente per non cedere. Anna mandò un messaggio breve al marito scrivendo che avrebbe fatto tardi, e spense il cellulare. Matteo chiamò in ufficio dicendo che avrebbe preso la giornata di ferie, anche se sapevamo tutti che la sua posizione era già precaria.

L’intervento durò più del promesso. Il medico si palesò stanco, si tolse la mascherina e disse che avevano fatto il possibile, ma che le prime ventiquattr’ore sarebbero state decisive. Non disse tutto bene; Anna si aggrappava al termine stabile come a una corda.

Pronostico riservato, aggiunse il medico. La ripresa sarà lenta. Bisogna vigilare sulle medicine, sullassistenza.

Anna annuiva, come una studentessa che teme di perdere anche una sola parola. Matteo fece domande sulla riabilitazione, sulle tempistiche, su quando si sarebbe potuti tornare a casa. Il dottore lasciò intendere che il ritorno sarebbe stato ancora lontano, e che ci sarebbe stato da lavorare anche dopo.

Nei primi giorni dopo loperazione, la vita di Anna prese il ritmo di un pendolo: venire, informarsi, portare, tornare. Imparò gli orari delle visite, i nomi delle infermiere, il numero dellambulatorio delle ricette. Salvò sul telefono lelenco dei farmaci e delle dosi, ma ricopiò tutto su unagenda, perché una batteria scarica si può sempre evitare, un quaderno no.

Matteo veniva ogni due giorni, spesso alla sera, quando ormai il sole era scomparso dietro le case di mattoni. Portava frutta, acqua, traverse assorbenti che Anna chiedeva di comprare. Tentava di parlare con energia, ma in camera il tono si smorzava, come avesse paura dei silenzi.

Papà, da parte sua, manteneva la dignità. Nulla di superfluo nelle richieste, appena qualche volta sistemare il cuscino o passargli il bicchiere. Se sentiva dolore, chiudeva gli occhi e respirava piano, così come aveva imparato dopo linfarto di anni prima. Anna lo osservava e pensava che anche la dignità è un lavoro.

Dopo due settimane, papà venne spostato in una stanza con altri pazienti; dopo unaltra, si iniziò a parlare di dimissioni. Anna provò un misto di sollievo e panico. In ospedale tutto aveva i propri orari: punture, visite, esami. A casa sarebbe toccato a loro dettarne il ritmo.

Il giorno delle dimissioni, Anna arrivò in macchina con suo marito. Portava una stampella pieghevole prestatale da una vicina e un sacco di vestiti puliti. Matteo aveva promesso che sarebbe passato a dare una mano fino al terzo piano, visto che non cera ascensore. Ma non si presentò.

Anna attese allingresso, con le chiavi e la cartellina dei documenti. Papà, stanco dal tragitto, sedeva sulla panchina fingendo di non far fatica. Il marito di Anna sbirciava nervoso lorologio.

Arriverà, sussurrò Anna, anche se ormai non ci credeva più.

Matteo rispose solo dopo diversi squilli.

Sono bloccato in auto, disse. Cè un incidente sul ponte. Non ce la faccio, magari ve la cavate?

Anna sentì dentro salire una rabbia liquida.

Ve la cavate? ripeté. Ma avevi detto che

Passo più tardi, giuro. Adesso proprio non riesco.

Anna non protestò davanti a papà. Lo portarono su in tre: il marito, un vicino che passava per caso e lei, reggendo papà sotto al braccio. Lui ansimava, ma non si lamentava. Sul pianerottolo Anna aprì la porta, accese la luce, posò i medicinali sul comodino e subito pensò che il tappetino lì davanti andava tolto, perché papà non inciampasse.

Matteo arrivò la sera, con un sacchetto di arance e una faccia da ragazzino in colpa.

Come va? chiese, come se la mattinata non fosse mai esistita.

Anna gli mostrò il programma: compresse la mattina e il pomeriggio, punture a giorni alterni, medicazioni, controllo pressorio. Parlava precisa, perché sapeva che se si fosse lasciata andare, le sarebbe tremata la voce.

Posso aiutarvi nei weekend, disse Matteo. Durante la settimana però lo sai.

Anna conosceva già la storia. Un lavoro precario, una moglie, un bimbo piccolo, un mutuo, la paura costante di non arrivare a fine mese. Anna aveva il suo di carico: due figli alle elementari, un marito stanco delle sue lunghe assenze, una capa che la guardava già di traverso.

Le prime settimane passarono in un turbinio di cose da fare. Anna si svegliava prima di tutti, dava i farmaci al papà, prendeva la pressione, preparava la crema di riso senza sale per lui. Sveglia i figli, li porta a scuola, lascia la lista della spesa al marito e corre al lavoro. A pranzo chiama papà, chiede se ha mangiato, se non ha giramenti di testa. Tornando passa in farmacia, resta in coda perché il medicinale non cè, il farmacista suggerisce un generico, ma Anna ha paura di cambiare.

Matteo veniva solo nei fine settimana, a volte per poche ore. Aiutava con la spazzatura, portava la spesa, restava con papà mentre Anna cucinava. Ma ogni volta si guardava lorologio.

Devo andare, diceva. Ho cose da fare.

Anna assentiva, ma dentro sentiva stringersi qualcosa. Cercava di non misurare chi faceva di più, ma il conteggio si formava da solo.

Una sera, quando papà già dormiva, Anna lavava i piatti nella cucina, lacqua bollente le pizzicava le dita. Suo marito, silenzioso, sedeva al tavolo.

Non puoi andare avanti così, disse infine. Sei esausta. I bambini quasi non ti vedono.

Anna spense lacqua.

E che alternative propongo? chiese.

Una badante. Almeno per qualche ora al giorno. O Matteo che si prenda anche qualche giorno infrasettimanale.

Anna si immaginò a proporre a Matteo la badante, già sentiva la risposta: «Non possiamo permettercelo». Neanche lei ne era certa. Ogni euro ormai era già destinato.

Il giorno dopo papà le chiese di aiutarlo ad andare in bagno. Camminava reggendosi al muro, lento, e Anna avvertiva il tremore alle sue stesse mani. Quando papà si sedette sullo sgabello, le alzò lo sguardo.

Sei stanca, disse piano.

Passerà, rispose lei.

Passerà è quando sorridi davvero.

Anna si voltò per non farsi vedere con le lacrime agli occhi. Era colpevolizzata dalla sua stessa fatica, come se fosse un tradimento verso papà.

Passato un mese, fu chiaro che la ripresa andava a rilento. Papà era in grado di camminare da solo per casa, ma la stanchezza arrivava subito. Aveva bisogno di aiuto per la doccia, per ricordarsi di bere, di prendere i farmaci. Cercava di fare da solo, ma si confondeva con le confezioni.

Anna chiese a Matteo di coprirle un mercoledì sera, così da poter andare alla riunione a scuola del figlio. Matteo acconsentì.

Mercoledì non si presentò.

Scrisse solo: «Non posso, il bimbo ha la febbre». Anna lesse il messaggio, sentì una fitta dentro. Non poteva arrabbiarsi con un bambino malato, ma la rabbia comunque trovò sfogo.

Non andò alla riunione. Rimase in cucina, fissando i quaderni del figlio, che attendevano la sua firma, pensando che la sua vita era diventata un mosaico di bisogni altrui, nei quali i suoi erano andati smarriti.

Sabato Matteo tornò come niente fosse, iniziando subito a raccontare le notti insonni con il bimbo febbricitante, quanto fosse sfiancata la moglie.

Ti capisco, disse Anna. Sul serio.

Lo guardava Matteo, scrutando.

Però? chiese lui.

Anna prese lagenda dove segnava medicine e date.

Però tu avevi promesso. In ospedale. Hai detto che saresti stato vicino, che ti saresti preso carico. Te lo ricordi?

La frase squarciò laria, anche Anna si stupì di averlo detto così chiaramente. Vide Matteo irrigidirsi.

E io vengo, rispose. Non aiuto forse?

Vieni quando ti conviene, disse Anna. Ma io ho bisogno nei miei momenti, non nei tuoi. Capisci la differenza?

Matteo arrossì.

Pensi che sia facile per me? sibilò. Ho anchio una famiglia. Un lavoro. Non posso mollare tutto.

Io posso? la voce di Anna si incrinò. Posso lasciare i figli, il lavoro, mio marito? Posso restare sveglia la notte perché papà sta male, e la mattina sorridere alla capa? Posso davvero?

Un colpo di tosse provenne dalla stanza. Anna si zittì, ma ormai era tardi. Matteo si avvicinò.

Sei stata tu a dire non lo lasciamo, pronunciò piano, quasi come rimprovero. Sei sempre tu che prendi tutto addosso. E poi vorresti che tutti reggessero quanto te.

Anna sentì il vuoto dentro. Vide se stessa come una che accumula per paura che tutto crolli, e poi si arrabbia quando gli altri fanno meno.

Non sono forte, ammise. Semplicemente non conosco alternative.

Matteo tenne lo sguardo basso.

Nemmeno io. Quella volta in camera, lho detto solo perché pensavo che altrimenti papà

Non concluse.

Anna si lasciò cadere su una sedia, le mani tremavano.

Lo abbiamo detto per paura, sussurrò. Ora però usiamo quella paura luno contro laltro.

Matteo rimase zitto. Unaltra tosse dalla stanza, e Anna si mosse, andò da papà. Lo trovò disteso, lo sguardo al soffitto.

Non litigate per colpa mia, disse lui, senza guardarla.

Non litighiamo, mentì Anna.

Papà si voltò fissandola negli occhi.

Sento tutto. Non sono sordo. Non voglio essere il motivo per cui vi odiate.

Anna gli si sedette accanto.

Papà, non è così.

Allora trovate un accordo. Non a parole, nei fatti. Che sia possibile per tutti.

La settimana dopo, Anna prese appuntamento alla USL dove papà doveva essere seguito dopo lintervento. Fece tutto online, stampò la richiesta, sistemò i documenti in una cartellina. Matteo acconsentì a venire anche lui: durante la settimana Anna non ce la faceva più a reggere tutto da sola.

In ambulatorio la dottoressa esaminava referti, faceva domande, spiegava con voce calma. Nessuna illusione di rapidi miglioramenti, ma neanche spavento. Alla fine domandò:

Chi si occupa di lui?

Anna e Matteo si scambiarono unocchiata.

Io, rispose Anna.

E io dò una mano, aggiunse Matteo.

Serve un piano, non leroismo, annuì la dottoressa. Ci sono servizi di assistenza domiciliare, contributi per una badante. Valutate anche voi dei turni. Chi assiste deve anche riposare, per non finire paziente a sua volta.

Quelle parole furono un sollievo: non una scusa, ma il permesso di non dover essere invincibile.

Usciti, passarono al CAF come consigliato dalla dottoressa. Anna, con la cartella in mano accanto a Matteo, sentiva di fare finalmente qualcosa insieme a lui, non luno contro laltra. Matteo si informò sui prezzi delle badanti per qualche ora al giorno e già faceva i conti col cellulare.

La sera convocarono un consiglio familiare in cucina. Papà, seduto alla tavola avvolto nel gilet di lana, ascoltava in silenzio. Il marito di Anna versò il tè a tutti, prendendo posto come a sottoscrivere anche lui quanto si dicesse.

Anna aprì il blocco degli appunti.

Facciamo così: niente sempre e mai. Serve un calendario. E un bilancio. E dei limiti.

Matteo annuì.

Io posso esserci due sere a settimana: martedì e giovedì. Vengo dopo il lavoro, resto con papà, faccio ciò che serve. Tu, in quelle serate, puoi persino solo dormire se vuoi.

Anna sentì sciogliersi qualcosa dentro, una stanchezza che finalmente trovava sollievo.

Va bene. In quei giorni mi dedico solo a riposare o ai bambini. E nel weekend copri un giorno intero. Io vado dai figli, da mio marito, dove capita. Non ti chiamerò ogni mezzora.

Matteo sorrise.

Affare fatto.

Il marito di Anna aggiunse:

Per i soldi: possiamo dividere le spese della badante per tre ore al giorno, almeno nei feriali. Io posso contribuire con una parte, bisogna solo quantificare.

Matteo fece una smorfia.

Non posso permettermi metà, ammise. Ma posso fissare una cifra. Diciamo, tot euro al mese. E posso anche prendere i farmaci non passati dal SSN.

Anna prese nota. Sentiva il desiderio di dire, dovresti fare di più, ma si trattenne pensando a come sarebbe suonato.

Allora così, concluse. Io mi occupo di organizzazione, telefonate, appuntamenti, burocrazia. Tu ti prendi due sere e un weekend, più i farmaci e una parte della badante. Non contiamoci quanto siamo stanchi. Seguiamo il piano.

Papà tossì e alzò la mano.

Anche io voglio fare la mia parte. Farò esercizi come mi dicono. Prenderò le medicine da solo, se mi preparate una scatolina settimanale. E, se sto male, lo dico subito.

Anna vide non solo un malato, ma un uomo che cercava di riconquistare un ruolo. E la cosa le parve importante.

Il giorno dopo Anna acquistò un portapillole in farmacia. Divise le compresse per la settimana, segnò con un pennarello mattina e sera. Mise il contenitore accanto allacqua sul comodino. Papà tastò le scatoline, come a sincerarsi che fosse davvero daiuto.

Martedì sera arrivò Matteo. Si tolse le scarpe, si lavò le mani, andò da papà. Anna gli mostrò dove stavano traversine, termometro, numeri utili. Non era un rimprovero: passava il testimone, come si fa con le chiavi di casa.

Io esco, annunciò. Si trattenne un istante nel corridoio ad ascoltare. Dalla stanza giungevano voci: Matteo chiedeva a papà delle notizie, lui rispondeva breve, persino con una battuta.

Anna scese in strada e si mise a passeggiare senza meta, tra il cortile e la piazza gremita di bambini. Il corpo era ancora teso, aspettava quasi che la richiamassero. Ma nessuno la chiamò.

Dopo unora tornò. In casa regnava il silenzio. Matteo era in cucina, sorseggiava tè. Sul tavolo, il blocco di Anna era aperto sul programma settimanale.

Tutto bene, riferì. Papà dorme. Gli ho fatto una tisana, ne ha bevuta metà. Le pastiglie le ha prese da solo, ho solo ricordato io.

Anna annuì.

Grazie.

Matteo la guardò.

Senti quella promessa Non voglio che ci schiacci. Facciamo solo quello che riusciamo a fare. Non voglio che tu pensi che ti abbandono.

Anna sentì liberarsi dentro un nodo.

Non voglio promesse, disse. Solo chiarezza. Voglio che possiamo vivere, non solo sopravvivere.

Matteo chiuse il quaderno.

Allora rispettiamo il piano. Se cè qualche cambio lo diciamo, senza litigare.

Anna lo accompagnò alla porta, chiuse il chiavistello e accertò che la luce nellingresso fosse spenta. Si avviò da papà. Dormiva, il viso più sereno che in ospedale. Sul comodino cera lacqua, il portapillole chiuso.

Anna si sedette accanto e aggiustò la coperta. Non sentiva di aver vinto. Sentiva solo che avevano finalmente un modo per non ferirsi a vicenda, mentre aiutavano papà.

In cucina, accanto al calendario, cera scritto: martedì, giovedì, sabato. Accanto, le cifre suddivise, il numero della badante raccomandata dalla dottoressa. Non era una promessa assoluta: era ciò che si poteva fare. E si poteva rifare il giorno dopo.

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