Di chi sei, piccolina?.. Vieni, ti porto a casa, ti riscaldi un po. Lho sollevata da terra. Lho portata con me, e subito i viciniqui le notizie corrono veloci nei paesini. Madonna santa, Anna, dove lhai presa? E ora che ne farai? Ma sei fuori, Anna, con che affronti una bambina? Come la manterrai?
Il pavimento scricchiola sotto il mio piede, ogni volta penso che dovrei sistemarlo, ma non trovo mai il tempo. Mi siedo al tavolo, prendo il mio vecchio diario. Le pagine sono ingiallite, come le foglie dautunno, però linchiostro ancora custodisce i miei pensieri. Fuori nevica e il vento fa sbattere un ramo di betulla alla finestra, come se volesse entrare.
Che vuoi, bella mia? le dico. Aspetta, arriverà la primavera.
Fare conversazione con un albero fa sorridere, lo so, ma quando vivi sola tutto ti sembra più vivo. Dopo quei brutti tempi son rimasta vedovail mio Stefano è morto. Conservo ancora la sua ultima lettera, sbiadita e consumata agli angoli, tante volte lho riletta. Scriveva che sarebbe tornato presto, che mi amava, che avremmo vissuto felici E una settimana dopo la notizia.
Non ho avuto bambini, forse è stato meglio così: quegli anni difficili, non cera niente da mettere sotto i denti. Il capo della cooperativa, Nicola Bianchi, mi consolava:
Non ci pensare, Anna. Sei ancora giovane, troverai qualcuno.
No, io non mi sposo più, dicevo decisa. Ho amato una volta, basta così.
Lavoravo nella cooperativa dallalba al tramonto. Il caposquadra, Petrucci, spesso mi urlava:
Anna Rossi, vai a casa, è tardi!
Ce la faccio, rispondevo, finché le mani lavorano, il cuore non invecchia.
La mia fattoria era piccola: una capra, Bianca, testarda come me. Cinque gallinemi svegliavano meglio di qualsiasi gallo. La vicina, Claudia, scherzava sempre:
Ma non sarai mica un tacchino! Perché le tue galline strepitano prima di tutti?
Tenevo lorto: patate, carote, barbabietole. Tutto genuino, dalla terra. In autunno preparavo conservecetrioli sottaceto, pomodori, funghi. In inverno, apri un barattolo ed è quasi estate in casa.
Quel giorno lo ricordo bene. Era marzo, umido e freddo. Alla mattina pioveva, la sera ghiacciava. Ero andata nel bosco a raccogliere legnabisognava accendere la stufa. Dopo le tempeste cera tanta legna caduta, bastava raccogliere. Fatta la mia fascina, tornando verso casa vicino al vecchio ponte sento piangere. Pensavo fosse il vento, ma noera proprio un singhiozzo di bambina.
Scendo verso il ponteuna bimba piccola, tutta infangata, il vestitino strappato, occhi spaventati. Vedendomi si è zittita, tremava come una foglia al vento.
Di chi sei, piccolina? ho chiesto piano, per non spaventarla.
Taceva, batteva le palpebre. Le labbra blu di freddo, le manine gonfie e rosse.
Sei congelata dico tra me. Vieni, ti porto a casa, ti scaldi un po.
Lho sollevataleggera come una piuma. Lho avvolta nel mio scialle, stretta al petto. Pensavo: che madre può abbandonare così una bambina? Non mi capacito.
Ho lasciato lì la legna, la bambina era più importante. A casa non ha parlato, solo si stringeva forte al mio collo con le sue dita ghiacciate.
E appena siamo arrivate, i vicini si sono presentati subito. Claudia la prima:
Madonna, Anna, dove lhai trovata?
Sotto il ponte, ho risposto. Abbandonata, si vede.
Che disgrazia Claudia sè messa le mani nei capelli. E che ne farai?
La tengo con me.
Ma sei fuori, Anna, è arrivata la vecchia Marta. Come la mantieni? Con che soldi?
Quel che Dio manda, ho tagliato corto.
Accesi subito il fuoco, misi dellacqua a scaldare. La bambina aveva lividi, magrissima, le costole sporgenti. Lho lavata con acqua calda e le ho messo il mio vecchio maglionenon avevo vestiti da bambina in casa.
Hai fame? ho chiesto.
Annuisce piano.
Le verso della minestra avanzata, taglio del pane. Mangiava vorace, ma con una delicatezza da bambina di casa.
Come ti chiami?
Silenzio. O aveva paura o non parlava.
Lho messa a dormire nel mio letto, io mi sono sistemata sulla panca. La notte mi alzavo ogni tanto a controllare: dormiva raggomitolata, singhiozzava persino nel sonno.
La mattina sono andata al Comune a dichiarare il ritrovamento. Il Sindaco, Giovanni Stefanucci, allarga le braccia:
Nessuna denuncia di bambine scomparse. Magari qualcuno lha lasciata qui da città
E ora che si fa?
Per legge va affidata a un istituto. Chiamo subito in provincia.
Mi si stringeva il cuore:
Aspetta, Giovanni. Dammi un po di tempomagari i genitori si fanno vivi. Intanto la tengo io.
Anna Rossi, pensaci bene
Non cè bisogno. Ho già deciso.
Lho chiamata Mariacome mia madre. Speravo si sarebbero fatti vivi i genitori, invece nessuno è venuto. Meglio cosìio a lei mi sono legata con tutto il cuore.
Allinizio è stata duranon parlava, guardava la casa cercando qualcosa. Di notte si svegliava urlando, tremava. La stringevo forte, carezzavo i capelli:
Va bene, piccola, va tutto bene. Ora sei qui con me.
Con vecchi abiti le cucivo dei vestitini. Li tingevamo di blu, verde, rosso. Niente di raffinato, ma allegri. Claudia, quando li ha visti, ha detto:
Anna, hai le mani doro! Pensavo sapessi solo badare allorto.
La vita insegna a fare tuttodalla sarta alla balia, ho risposto, e mi faceva piacere il complimento.
Ma non tutti erano così generosi. Soprattutto la vecchia Martaquando ci vedeva si faceva il segno della croce:
Anna, non porta fortuna! Prendere una bimba abbandonata, è segno di sventura. Sua madre sarà stata una sciagurata, lha lasciata lì. Come lalbero e la mela
Smettila, Marta! lho interrotta. Non sei tu a giudicare gli altri. Ora la bambina è mia, punto.
Anche il capo della cooperativa allinizio era scettico:
Pensaci, Anna Rossi, magari allistituto starà meglio. Mangia regolarmente, ha vestiti.
E chi la amerà? ho chiesto. Allistituto di orfani ce nè già tanti.
Alla fine si è convintoa volte mi mandava latte, riso.
Maria piano piano si è aperta. Prima una parola, poi frasi intere. Ricordo ancora la sua prima risataero caduta dalla sedia, stavo appendendo le tende. Seduta per terra, mi lamentavo, ma lei ha riso così forte, cristallina. Quel suo ridere mi ha tolto persino il dolore.
Aiutava anche nellorto. Le davo una piccola zappacamminava seria accanto a me, mi imitava. Più che togliere le erbacce le pestava, ma non la sgridavoero felice che si animasse.
Poi sono arrivati i guaiMaria si è ammalata con la febbre alta. Era rossa, delirava. Ho corso dal nostro medico, Simone Petrucci:
Ti prego, aiutaci!
Ma lui, sconsolato:
Per tutto il paese ho tre aspirine. Aspetta, forse la prossima settimana arriva qualcosa.
La prossima settimana? urlavo. Forse domani non arriva neanche!
Sono corsa in paese, nove chilometri nel fango. Scarpe rotte, piedi pieni di vesciche, ma ci sono arrivata. In ospedale il giovane dottore, Alessandro Micheletti, mi ha vista sporca e bagnata:
Resti qui.
Mi ha dato le medicine, spiegato come usarle:
Non servono soldi, ha detto, prenda solo cura della bambina.
Tre giorni non mi sono mai staccata dal suo letto. Mormoravo preghiere che ricordavo, cambiavo impacchi. Al quarto giorno la febbre è scesa, si è svegliata e piano mi ha detto:
Mamma, mi dai da bere?
Mamma. La prima volta che mi ha chiamata così. Ho pianto, di gioia, di stanchezza, di tutto insieme. Lei mi asciugava le lacrime con la manina:
Mamma, che cè? Ti fa male?
No, dicevo, sono lacrime di felicità, piccola mia.
Dopo quella malattia, Maria si è scioltadolce, chiacchierona. Poi è andata a scuolalinsegnante non finiva di lodarla:
E una bambina sveglia, impara tutto al volo!
I compaesani si sono abituati, non sentivo più sussurri alle spalle. Anche Marta si è intenerita, portava biscotti. Ha particolarmente amata Maria da quella volta che le ha aiutato ad accendere la stufa in pieno inverno. Marta si era bloccata per la sciatica, niente legna preparata. Maria ha proposto:
Mamma, andiamo da nonna Marta? Da sola ha freddo.
E da allora si sono legatela vecchia brontolona e la mia bambina. Marta le raccontava storie, le ha insegnato a lavorare ai ferri, e soprattutto non ha mai più parlato di abbandono o sangue cattivo.
Passavano gli anni. Maria aveva ormai nove anni quando mi parlò del ponte. Stavamo sedute la sera, io rammendavo calzini, lei cullava la sua bambola di stoffa, fatta da me.
Mamma, ti ricordi quando mi hai trovata?
Ho sentito un tuffo al cuore, senza farlo vedere:
Certo che ricordo, tesoro.
Anche io ricordo qualcosa. Faceva tanto freddo. E paura. Cera una donna che piangeva, poi se nè andata.
Mi caddero i ferri dalle mani. E lei continua:
Non ricordo la sua faccia. Solo una sciarpa blu. E diceva sempre: Perdonami, perdonami
Maria
Non preoccuparti, mamma, non sono triste. Solo a volte ci penso. Ma sai che ti dico? mi ha sorriso. Sono felice che tu mi abbia trovata.
Lho abbracciata forte, avevo il groppo in gola. Quante volte ho pensatochi era quella donna con la sciarpa blu? Cosa lha portata ad abbandonare la figlia? Forse anche lei pativa la fame, magari il marito era alcolizzato Succede di tutto nella vita. Non sta a me giudicare.
Quella sera non riuscivo a dormire. Ripensavo a come gira il destino. Vivevo sola, pensavo che la vita mi avesse punito con la solitudine. Invece, mi preparava per ciò che contavaper poter accogliere e scaldare una creatura abbandonata.
Dalla notte in poi Maria mi ha sempre chiesto del suo passato. Non nascondevo nulla, cercavo solo parole che non la ferissero:
Vedi, piccola, a volte si vive situazioni dove non si ha scelta. Magari la tua mamma soffriva tanto prendendo quella decisione.
Tu non avresti mai fatto così? mi chiedeva con gli occhi pieni.
Mai, rispondevo sicura. Sei la mia gioia, il mio tesoro.
Gli anni sono volati. Maria a scuola era la prima. Tornava a casa entusiasta:
Mamma! Ho recitato una poesia alla lavagna e la maestra Maria Bianchi ha detto che ho talento!
La nostra insegnante, Maria Bianchi, spesso mi parlava:
Anna Rossi, bisogna far studiare la ragazza. Ha una mente brillante, è un peccato non approfondire. Ha talento per le lingue e per la letteratura. Dovresti leggere i suoi temi!
E come si fa? Con quali soldi sospiravo.
Ti preparo io gratis alla scuola superiore. Non si può sprecare una testa così.
Così Maria Bianchi veniva il pomeriggio a studiare con lei. Leggevano, discutevano su Dante, Leopardi, Manzoni. Io portavo tè e marmellata, ascoltavo orgogliosa quanto imparava mia figlia.
Alle superiori, Maria si innamorò la prima voltadi un nuovo ragazzo, venuto in paese con la famiglia. Soffriva, scriveva poesie sul quaderno nascosto sotto il cuscino. Facevo finta di non sapere, ma sapevoil primo amore, sempre difficile.
Dopo la maturità, Maria ha fatto domanda allIstituto Magistrale. Le ho dato tutti gli euro che avevo. Ho venduto pure la muccami dispiaceva la mia Stella, ma non cera alternativa.
Non farlo, mamma, protestava Maria. Come fai senza mucca?
Pazienza, tesoro, vivrò. Ho patate, le galline fanno le uova. Tu devi studiare.
Quando è arrivata la lettera dammissione, il paese era in festa. Anche il capo della cooperativa mi è passato a congratularsi:
Brava, Anna! Hai cresciuto e istruito una figlia. Ora avremo una studentessa tutta nostra.
Il giorno della partenza lo ricordo distinto. Aspettavamo il pullman alla fermata. Lei mi abbraccia, le lacrime scorrono.
Ti scriverò ogni settimana, mamma. Verrò sempre quando posso.
Certo, scrivimi, dicevo, col cuore che si spezzava.
Il pullman è sparito dietro la curva, e io sono rimasta alla fermata, immobile. Claudia mi si è avvicinata, mi abbracciava:
Dai, Anna. Andiamo che cè tanto da fare.
Senti, Claudia, le ho detto, sono felice. Gli altri hanno figli di sangue, a me è stata donata dal cielo.
Ha mantenuto la promessascriveva spesso. Ogni lettera era una festa. Le leggevo e rileggevo, sapevo ogni parola a memoria. Scriveva dello studio, delle nuove amiche, della città. E tra le righe si sentiva la nostalgia di casa.
Al secondo anno ha conosciuto il suo Sergiostudente di storia. Cominciava a nominarlo nelle lettere, quasi per caso. Ma io, da madre, sentivo: si è innamorata. In estate lo ha portato a casa per presentarmelo.
Il ragazzo era serio, lavoratore. Mi aiutava coi lavori grossiil tetto, la staccionata. I vicini ci chiacchieravano subito. La sera, in veranda, raccontava storie di storia, ci incantava. Si vedeva che amava davvero Maria, non la staccava mai con lo sguardo.
Ogni volta che Maria tornava in paese, tutti accorrevano a vedere che bellezza era cresciuta. Marta, ormai vecchissima, si faceva il segno della croce:
Madonna, io invece ero contraria quando lhai presa. Perdonami, vecchia sciocca! Guarda che tesoro che è cresciuto!
Ora fa la maestra in città, insegna ai bambini come Maria Bianchi insegnava a lei. Ha sposato Sergio, vivono felici. Mi hanno regalato una nipotinaAnnuccia, chiamata come me.
Annuccia è identica a Maria da piccola, ma più coraggiosa di carattere. Quando vengono a trovarmi, non sto mai fermavuole toccare tutto, esplorare, domandare. E io mi divertoche chiasso, che allegria! Una casa senza risate di bambino è come una chiesa senza campane.
Adesso sono qui che scrivo sul mio diario, fuori nevica ancora. Il pavimento scricchiola, i rami della betulla bussano alla finestra come sempre. Ma ora la quiete non pesa più. Cè la pace, la gratitudineper ogni mattino, per ogni sorriso della mia Maria, per il destino che mi ha portato a quel vecchio ponte.
Sul tavolo ho una fotografiaMaria con Sergio e la piccola Annuccia. Accanto, il vecchio scialle blu, quello in cui lavevo avvolta la prima volta. Lo conservo come ricordo prezioso. Ogni tanto lo accarezzoe mi sembra di tornare a quei giorni caldi di speranza.
Ieri è arrivata una letteraMaria scrive che aspetta unaltra bimba. Aspettano un maschietto. Sergio ha già scelto il nomeStefano, come il mio marito. Così la famiglia si allarga, la memoria resta viva.
Il vecchio ponte non cè più, ora cè uno nuovo, di cemento. Ci passo di rado, ma ogni volta mi fermo un attimo. E pensoquanto può cambiare un giorno, un caso, un pianto di bambina in una sera di marzo
Dicono che il destino ci mette alla prova con la solitudine, per insegnarci a valorizzare chi è vicino. Ma io penso che ci prepari per chi ha più bisogno di noi. Non importa il sangue, conta solo ciò che dice il cuore. E il mio cuore, allora, sotto quel ponte, non ha sbagliato.



