Di nuovo da lei
Vai di nuovo da lei?
Domanda che già sapevo la risposta. Giovanni abbassò gli occhi e annuì. Si infilò la giacca, controllò le tasche chiavi, cellulare, portafoglio. Tutto al suo posto. Pronto per uscire.
Aspettavo. Una parola, anche solo scusa o torno presto. Ma Giovanni aprì la porta e se ne andò. La serratura scattò piano, quasi con delicatezza. Come se si scusasse al posto suo.
Mi avvicinai alla finestra. Il cortile era illuminato da pochi lampioni arancioni, e non faticai a riconoscere la sua sagoma. Camminava rapido, deciso. Come uno che sa esattamente dove deve andare. Da lei. Da Elisa. Dalla loro Viola, che ormai ha sette anni.
Schiacciai la fronte contro il vetro gelido.
…Lo sapevo, in fondo. Fin dallinizio sapevo a cosa andavo incontro. Quando ci siamo conosciuti, Giovanni era ancora sposato. Sulla carta almeno: lo stato civile, la casa in comune, una bambina. Ma non viveva più con Elisa aveva affittato una stanza, tornando solo per vedere la figlia.
Mi ha tradito, mi disse allora, Non ho saputo perdonarla. Ho chiesto il divorzio.
E io gli ho creduto. Dio, quanto è stato facile crederci. Perché volevo, perché ero innamorata di quella follia sconsiderata degli anni adolescenziali. Appuntamenti nei bar tra i vicoli di Milano, ore di telefono, il primo bacio sotto la pioggia vicino al mio portone. Giovanni mi guardava come se fossi lunica donna al mondo.
Il divorzio, poi il nostro matrimonio. Una nuova casa, progetti, sogni condivisi tra tazze di caffè la mattina.
E poi
Prima le chiamate. Giovanni, devi portare le medicine a Viola, si è ammalata. Giovanni, il rubinetto perde acqua, non so cosa fare. La bambina piange, ti vuole qui subito.
Giovanni mollava tutto e partiva. Sempre.
Ho cercato di capire. Una figlia è sacra. Non è colpa sua se i suoi genitori si sono separati. Ovviamente deve stare vicino, aiutare, essere presente.
A volte ascoltava, provava a mettere dei confini con Elisa.
Ma lei sapeva come aggirarli.
Non venire nel weekend, Viola non vuole vederti.
Non chiamare, così si agita.
Ha chiesto perché il papà ci ha lasciate. Non ho saputo cosa dire.
E Giovanni si spezzava, ogni volta. Se provava a dire di no a unaltra urgenza, Elisa colpiva nei punti deboli. Dopo qualche giorno ecco Viola ripetere le stesse parole della madre: Tu non ci ami. Hai scelto unaltra signora. Non ti voglio più vedere.
Una bambina di sette anni non può inventarsi certe cose da sola.
Giovanni tornava distrutto, schiacciato dal senso di colpa, con gli occhi spenti. E ogni volta correva nuovamente da Elisa al primo cenno pur di non vedere Viola fredda, distante, con lo sguardo di una sconosciuta.
Capivo. Davvero.
Ma ero stanca.
Vidi Giovanni sparire dietro langolo. Mi staccai dal vetro, mi massaggiai la fronte la pelle arrossata dallintonaco freddo.
La casa vuota pesava.
Era quasi mezzanotte quando sentii girare la chiave nella serratura.
Ero seduta in cucina davanti una tazza di tè freddo. Non ne avevo bevuto nemmeno un sorso, osservando solo la pellicola scura formarsi sulla superficie. Tre ore. Tre ore ad aspettare, spiando ogni rumore sul pianerottolo.
Entrò piano, si tolse la giacca e lappese. Si muoveva come chi spera di non farsi notare.
E stavolta cosè successo?
Mi sorpresi del tono pacato. Tre ore a preparare quella domanda, e a mezzanotte le emozioni sembravano già bruciate via.
Giovanni rimase in silenzio per qualche istante.
La caldaia si è rotta, dovevo sistemarla.
Sollevai lo sguardo lentamente. Era in piedi sulla soglia della cucina, esitante, lo sguardo perso oltre la mia spalla, verso la finestra scura.
Non sai aggiustare una caldaia.
Ho chiamato un tecnico.
E dovevi proprio aspettare? Spostai la tazza. Non potevi farlo da qui? Chiamando semplicemente?
Giovanni si rabbuiò, incrociò le braccia. Un silenzio denso, sgradevole.
Forse la ami ancora?
Stavolta mi guardò. Netto, arrabbiato, offeso.
Che sciocchezze dici? Lo faccio per Viola, solo per lei! Elisa non centra niente!
Fece un passo verso la cucina e io arretrai con la sedia.
Lo sapevi quando hai iniziato con me che avrei dovuto andare lì. Sapevi che ho una figlia. E ora cosa vuoi? Vuoi fare una scenata ogni volta che vado da Viola?
Mi si strinse la gola. Avrei voluto rispondere a tono, con dignità invece sentii pungere gli occhi e scivolò una lacrima sulla guancia.
Pensavo feci fatica a parlare. Pensavo che almeno avresti fatto finta di amarmi. Almeno un po.
Maria, smettila
Sono stanca! La voce mi uscì rotta, impaurita. Stanca di essere neanche la seconda scelta! Sono la terza! Dopo la tua ex, dopo i suoi capricci, dopo le caldaie rotte a mezzanotte!
Giovanni batté il palmo sullarchitrave della porta.
Ma cosa vuoi da me?! Vuoi che abbandoni mia figlia? Vuoi che smetta di vederla?!
Voglio che, almeno una volta, tu scelga me! Mi alzai di scatto, la tazza tintinnò, il tè si rovesciò sul tavolo. Una volta sola, dì no! Non a me a lei! Elisa!
Sono stufo delle tue scenate!
Si voltò di scatto, afferrò la giacca dal gancio.
Dove vai?
Mi rispose solo la porta che sbatté.
Rimasi ferma in cucina, il tè gocciolava lentamente dal tavolo sul pavimento e nelle orecchie il rumore era ancora assordante. Presi il telefono, composi il suo numero. Primo squillo, secondo, terzo. Il cliente non è raggiungibile.
Ancora. E ancora.
Silenzio.
Mi accasciai su una sedia, stringendo il telefono al petto. Dove sarà andato? Da lei? Di nuovo da lei? O starà vagando arrabbiato per Milano, solo e ferito?
Non lo sapevo. E non sapere era peggio.
La notte sembrava infinita.
Seduta sul letto, il telefono tra le mani il display si spegneva e riaccendeva. Ricomporre il numero, ascoltare gli squilli, chiudere. Mandare un messaggio: Dove sei? Poi ancora: Rispondimi, ti prego. E ancora: Ho paura. Invio e osservavo la tristissima spunta grigia. Non consegnato. O consegnato, ma mai letto. Che importa.
Alle quattro smisi di piangere. Lacrime finite, come svuotate da dentro, lasciandomi una stranissima sensazione di vuoto. Mi alzai, accesi la luce della camera e aprii larmadio.
Basta.
Ne ho abbastanza.
Il trolley era su in alto, impolverato, con una vecchia etichetta di viaggio ormai illeggibile. Lo buttai sul letto e iniziai a riempirlo. Maglioni, jeans, biancheria. Senza distinguere, senza piegare tutto dentro, alla rinfusa. Se non importa a lui, non importa a me. Tornasse a casa e la trovasse vuota. Si mettesse a cercarmi, chiamasse, mandasse messaggi che non leggerò.
Che capisca, almeno lui.
Alle sei ero nellingresso. Due trolley, una borsa a tracolla, la giacca chiusa male un lato più lungo dellaltro. Guardai il mazzo di chiavi. Dovevo togliere la mia, lasciarla sul mobiletto.
Le mani non obbedivano.
Tiravo lanello, provando con lunghia, ma la chiave non si sfilava e tremavo tutta e gli occhi ricominciavano a bruciare, ma da dove, ancora lacrime
Maledizione!
Il mazzo volò sul pavimento, tintinnando sulle piastrelle. Rimasi a fissarlo qualche secondo, poi mi sedetti sul trolley, mi abbracciai e scoppiai a piangere. Forte, sconvolta, singhiozzando a fatica, come da bambina quando avevo rotto il vaso preferito di mamma e mi sembrava che il mondo finisse.
Non sentii nemmeno la porta che si aprì.
Maria
Giovanni si inginocchiò davanti a me, sul pavimento freddo. Sapeva di fumo e di Milano di notte.
Maria, scusa. Ti prego, perdonami.
Alzai la testa. Il viso gonfio, bagnato, il trucco sciolto in strisce nere. Mi strinse le mani con delicatezza.
Sono stato da mia mamma. Tutta la notte. Mi ha messo in riga abbozzò un sorriso stanco. Mi ha fatto un bel discorso.
Restai in silenzio. Lo guardavo, incapace di capire se credergli o no.
Faccio causa a Elisa. Chiederò le visite ufficiali con Viola. Orari, giorni, tutto deciso. Così non potrà più manipolarmi, non potrà più mettere nostra figlia contro di me.
Mi strinse più forte le mani.
Scelgo te, Maria. Capisci? Te. Tu sei la mia famiglia.
Dentro di me si muoveva qualcosa. Un germoglio di speranza, piccolo e ostinato, che avevo cercato di sradicare per tutta la notte.
Davvero?
Davvero.
Chiusi gli occhi. Voglio credergli, ancora una volta. Lultima. Poi si vedràMi lasciai andare tra le sue braccia, ancora tremante, sentendo il battito indaffarato del suo cuore sotto la camicia stropicciata. Lodore familiare mi riportò alle notti destate, alle corse sotto il temporale, a quel primo bacio impacciato. Il dolore, per la prima volta, non sembrava più il centro del nostro universo.
Rimanemmo così, accovacciati sul pavimento dellingresso, tra trolley abbandonati e chiavi dimenticate. E mentre fuori il cielo di Milano diventava meno scuro, una sottile riga arancione dietro i tetti iniziava a farsi largo. La città si stava svegliando, ignara del piccolo miracolo che stava avvenendo tra quelle mura.
Non sarà facile, Giovanni sussurrai, la voce sgranata di fragilità e coraggio insieme. Non promettermi la luna. Promettimi solo di restare.
Mi guardò, e nei suoi occhi, per la prima volta, cera solo la verità.
Resto, Maria. Stavolta resto davvero.
Nel silenzio nuovo che ci avvolgeva, sentii la paura sciogliersi, poco a poco, come neve al primo sole. Sapevo che le sfide non sarebbero finite qui: Elisa, Viola, quella storia irrisolta che ci aveva sempre minacciato. Ma in quellistante, tra lacrime e sorrisi tremanti, ebbi la certezza che non li avrei affrontati sola.
Il mondo pareva sospeso, e finalmente io e Giovanni ci sentivamo leggeri. Forse fragili, forse imperfetti, ma insieme. E bastava. Bastava davvero.




