— Di nuovo in ritardo dal lavoro? — ringhiò lui geloso. — Ho capito tutto. — Di nuovo in ritardo da…

Sei di nuovo in ritardo dal lavoro? sbottò lui, geloso come una bisnonna davanti alle vetrine di Via Condotti. È tutto chiaro!

Sei di nuovo in ritardo dal lavoro? ringhiò, senza nemmeno aspettare che lei si togliesse gli stivaletti zuppi della neve romana. Ho capito tutto.

Elisabetta restò immobile, una mano ancora gelata sulla maniglia dingresso. In casa si schiacciava unaria pesante, satura di cipolla fritta e rabbia stantia. Da tre settimane respirava quel sentore, inzuppato nei tendaggi, nei cappotti, persino nella pelle. Espirò piano, tentando di calmare il tremore, poi si voltò verso il marito.

Andrea era lì, piantato sullo stipite tra cucina e corridoio, braccia conserte. Indosso una vestaglia slacciata, sotto una maglietta da casa tutta stropicciata. Quel volto, che conosceva da ventanni, ora le sembrava un quadro astratto, distorto da una smorfia di disprezzo.

Andrea, cera la metro ferma iniziò la sua solita cantilena, usurata come le monetine da due euro. La voce suonava lontana, ovattata. Un temporale bestiale, traffico impazzito sulla Tangenziale

Basta! sbatté la mano sul muro. La pittura si sgretolò, o almeno pareva. Non prendere per scemo me, Elisabetta. Traffico? Alle nove di sera? Sul raccordo?

Si fece ancora più vicino; lei si schiacciò contro lattaccapanni, il cappotto bagnato le gelò la schiena.

Ho chiamato al lavoro, scandì lui. Alle sei e un quarto. Il portiere mi ha detto che sei uscita alle cinque. Dove sei stata per tre ore e mezza?

Sentì il gelo nello stomaco diventare piombo. Un tempo sapeva mentire sulle cose piccole per non ferire, per smussare. Ma questa bugia era di altro calibro: nera, enorme, sempre affamata.

Sono… passata in farmacia. Poi da mamma, dovevo portarle delle medicine abbassò lo sguardo, simulando una battaglia con la cerniera dello stivale. Si era incastrata, le dita maldestre.

Da mamma, eh? sogghignò lui. Le ho appena telefonato mezzora fa. Non ti ha vista da una settimana.

Il silenzio calò sul pianerottolo, vibrante come lo squillo di una sveglia alle sei di mattina. Elisabetta si raddrizzò, intuendo che, ormai, non restava alternativa. Era stufa. Santo cielo, quanto era stufa. Ogni rientro una camminata su un campo minato. Ogni telefonata un infarto in miniatura.

Ti sei trovata qualcun altro, vero? la voce di Andrea si fece dun tratto bassa, e proprio per questo ancora più inquietante. Una storia con un giovanotto? O con il vecchio amico di cui parlavi il mese scorso?

Le fu addosso. Sapeva di fumo: aveva ricominciato a fumare, dopo aver smesso cinque anni prima per via dellinfarto del padre.

Andrea, davvero, non ho nessuno. Ti prego, credimi.

Credere?! la afferrò per le spalle, scotendola come un tappeto. Guardati! Sei dimagrita di dieci chili. Salti a ogni rumore. Hai messo la password al telefono. Mi eviti. Sei la classica donna col fidanzato segreto che ha paura di farsi scoprire. Ma sai cosè la cosa più schifosa?

Gli occhi di Elisabetta bruciavano. Le lacrime trattenute tutto il giorno, adesso reclamavano la scena.

La cosa più schifosa, proseguì lui, una punta acida nella voce, è che non fai neanche un tentativo per salvare questa famiglia. Torni a casa come fosse Alcatraz. Di me non ti importa nulla. Della casa ancora meno. Sei chissà dove, tra le nuvole, con il tuo chiunque sia.

Non è vero, sussurrò lei. Ti amo. Sto facendo di tutto, per noi. Per la famiglia.

Per la famiglia tradisci a letto? esplose lui.

Non ti permettere! urlò lei, di colpo forte. Sei fuori strada! Tu non sai niente!

La porta della cameretta si aprì di una fessura. Nella penombra, il viso smunto di Riccardo, il loro figlio diciannovenne: occhiaie profonde, labbra rosicchiate, occhi sfuggenti.

Mamma, papà non urlate, vi prego, la voce gli tremava, flebile.

Andrea si voltò di scatto:

E tu fila di là! Non immischiarti. Qui si parla tra adulti. O forse sai anche tu dove sparisce la mamma la sera?

Riccardo sussultò, lanciò a Elisabetta uno sguardo terrorizzato e si rinchiuse in camera. Click: la chiave girò nella toppa.

Andrea, di nuovo contro la moglie. Questa volta, però, lira aveva lasciato il posto a una glaciale determinazione.

Ultima chance, Elisabetta. Adesso. Dimmi la verità. Chi è?!

Elisabetta chiuse gli occhi e le tornò davanti la stessa scena che la perseguitava notte dopo notte. Asfalto bagnato. Luci dei fari che illuminano una piccola figura con un giubbotto rosa. Il colpo sordo. Lo stridio dei freni, che si trasforma nellurlo di Riccardo quella notte di tre settimane fa.

«Mamma, non volevo! Mamma, è saltata fuori allimprovviso! Mamma, non chiamare la polizia, finisco dentro, la vita è finita! Papà mi ammazza, mamma, ti prego!»

E laveva salvato. O almeno, aveva creduto di farlo.

Nessuno, Andrea, disse a voce ferma, riaprendo gli occhi. Sono solo a pezzi. Al lavoro tagli di personale, avevo paura a dirtelo per non preoccuparti.

Andrea la fissò a lungo. Poi mollò la presa sulle spalle, con disgusto.

Bugiarda, sentenziò. Mi guardi in faccia e menti. Ho trovato lo scontrino. Ieri, nel tuo cappotto: banco dei pegni. Hai impegnato il braccialetto doro del nostro anniversario.

Il pavimento sotto di lei ondeggiava. Lo scontrino maledetto Aveva dimenticato, presa dal panico, cercando di racimolare ancora un po

I soldi servono per lamante? sogghignò Andrea. Hai trovato uno scroccone? O lo stai aiutando a tornare a galla?

Sono per unoperazione, inventò, la prima cosa che le spuntò in mente. Una collega. Tumore. Stavamo facendo una colletta

Al banco dei pegni? la interruppe. Elisabetta, vattene.

Cosa?

Fai le valigie e vai via. Da tua madre, da unamica, dove vuoi. Non voglio vederti stanotte. Devo capire se domani vado dallavvocato o ti do il tempo di confessare.

Ma è notte fonda sussurrò lei.

Vattene! gridò, facendo vibrare i piatti nelle credenze.

Elisabetta capì: era davvero finita. Se fosse rimasta, lui lavrebbe schiacciata, o Riccardo, chiuso in camera a sentire ogni parola, forse sarebbe crollato. E allora, tutto ciò che aveva difeso in quelle tre maledette settimane addio.

Senza parlare, prese la borsa: dentro unaltra busta, questa volta piena non di contanti ma di fotografie, ricevute quel pomeriggio. Senza neanche togliersi gli stivali, uscì sulle scale.

La porta alle sue spalle si richiuse con un tonfo sepolcrale. Sola, Elisabetta scivolò giù a sedersi sulle piastrelle del pianerottolo. In tasca, il telefono vibrò. Un messaggio. Non era Andrea.

«Ultima possibilità domani. Se non porti tutta la somma, vado in questura. Salutami tuo figlio.»

Si accasciò contro il muro e pianse in silenzio, tappandosi la bocca per non svegliare i vicini.

La neve, fuori, cadeva a larghe falde sul Viale Marconi. Elisabetta vagò senza meta per le strade gelate. Andare da mamma? Impossibile, Andrea lavrebbe trovata in un lampo. Da Monica? Troppo rischio, domande a raffica. Restava solo una via di fuga: il bar aperto h24 dentro Termini. Un té e la notte passava.

Scelse un tavolino spelacchiato in un angolo, chiese un té (il caffè lì aveva la tenacia dellanticalcare) e prese il telefono. Sulla schermata daccensione una foto di famiglia a Sabaudia, estate scorsa. Felici, abbronzati, Riccardo seduto tra le braccia del padre. Andrea la guardava con occhi da cucciolo innamorato

Da quanto si può cadere in basso, e in fretta.

Rivide quella sera. Riccardo aveva preso la Panda di Andrea senza permesso doveva portare a casa una ragazza. Niente patente, solo due lezioni furtive in campagna. Andrea di turno allospedale. Riccardo era tornato dopo unora: pallido, la macchina con un faro rotto.

A piangere a terra, supplicava la madre. Era buio, la strada deserta, la ragazza era sbucata dietro un autobus. Preso dal panico, era scappato.

La scelta, Elisabetta laveva fatta in un secondo. Istinto materno batte tutto: testa, coscienza, giustizia. Sapeva che Andrea, medico pronto soccorso, avrebbe chiamato i carabinieri senza ascoltare suppliche. Rispondi delle tue azioni: il suo motto.

Lei nascose la macchina nel box. Ricattò il silenzio di Riccardo. E il giorno dopo, scovò il padre della ragazza.

Nicolò.

Laveva trovato tramite conoscenze nella Polizia Locale, mentendo su testimoni da aiutare. Un appartamento in periferia, odore di disgrazie e sambuca. Lui, in cucina, foto della figlia davanti e bottiglia mezza vuota.

Non era riuscita a reggere la bugia: aveva confessato. Era stato suo figlio, era giovane, stupido, lei avrebbe fatto qualunque cosa pur di evitargli la galera.

Nicolò non urlò, non alzò le mani. Disse una cifra, enorme, da capogiro. Per il monumento disse, e per sparire da questa città maledetta. Chiese anche che Riccardo soffrisse. Che vivessero nellangoscia fino allultimo euro.

Così si era ridotta: braccialetto al monte dei pegni, pelliccia venduta, debiti ovunque, e la sensazione che mancasse sempre, maledettamente, qualcosa.

La mattina dopo non andò al lavoro. Finse uninfluenza: doveva recuperare duemila euro entro sera.

Passò la giornata a inseguire soldi: microprestiti, monte dei pegni per il portatile, unamica del liceo a cui recitò la storia di un intervento urgente.

Alle cinque, contava i soldi: una mazzetta variopinta, infilata in una busta marrone.

Chiamò Andrea: Occupato. Mandò a Riccardo: Sistemo tutto. Resisti. Papà non saprà nulla. Nessuna risposta.

Raggiunse Nicolò in quellorrido palazzo popolare allestrema periferia. Terzo piano. Porta già socchiusa la aspettava.

Dentro, un caos da trasloco: valigie, scatole, tutto alla rinfusa. Sul tavolo, una bottiglia, ancora in piedi per miracolo. Nicolò, peggio del solito: barba lunga, occhi rossi, mani tremanti.

Hai portato? gracchiò senza un ciao.

Sì. Poggiò la busta sul tavolo. Cè tutto, come inteso. Niente denuncia Niente nuove dichiarazioni. Partite.

Nicolò prese la busta e la pesò come se ci fossero dentro sassi. Sorrise amaramente.

Pensi che basti riempire il buco con i soldi?

Non penso niente, sussurrò Elisabetta. Voglio solo salvare mio figlio. Avevi promesso.

Promesso scagliò la busta sul tavolo. Ma adesso cambio idea.

Elisabetta si bloccò.

Cosa vuol dire cambiare idea?

Sono pochi! le si avvicinò, alito di sambuca stantia. Ieri ho visto tuo marito. Bella macchina, signora! Lui sì che se la passa. Tu invece mi fai lelemosina coi pegni.

Non hai capito! Non sa niente! Lauto è lunica cosa cara che abbiamo. Viviamo con stipendi normali!

Che lo sappia! urlò Nicolò. Che lo sappia cosha allevato! Mia figlia è sotto terra, tuo figlio a casa a mangiarsi la carbonara?!

Ti prego Elisabetta giunse le mani. Ti porto altro. Vendo lauto, mi invento qualcosa, ma ti prego, dammi tempo!

Il tempo è finito! la prese per il braccio. O chiami tuo marito ora e lo fai venire con cinquemila euro, o io chiamo la polizia subito!

In quell’istante qualcuno pestò nellatrio. La porta, mal chiusa, si spalancò.

Sulla soglia: Andrea. Bianco come la mozzarella, il cellulare in mano acceso sulla geolocalizzazione.

Lo sapevo, sussurrò, guardando la mano di quel tizio sullavambraccio della moglie. Condivisione famiglia, localizzatore. Non hai nemmeno pensato di disattivarlo, sciocca.

Poi lo sguardo sul denaro sul tavolo.

Allora la voce era un ringhio trattenuto , quanto costa una notte con mia moglie?

Elisabetta si liberò di scatto.

Andrea, non è come pensi

Taci! sbraitò lui. Ti ho vista entrare in questo tugurio. Da questo barbone. Dio Santo, pensavo di perderti per un architetto, non per questo!

Nicolò scoppiò a ridere, una risata sporca e lugubre.

Lamante? gracchiò. Ma davvero credi sia il suo amante?

Zitto! gli saltò addosso Elisabetta, cercando di tappargli la bocca. Andrea, andiamocene, ti spiego tutto a casa!

Andrea la scostò.

No. Ora voglio ascoltare. Già che ci sono.

Nicolò si asciugò le labbra, poi guardò Andrea con una compassione beffarda.

Ma sei proprio cieco, oppure scemo? Tua moglie non va a letto con me. Mi compra.

Eh? Andrea aggrottò la fronte.

Compra la tua serenità, prese una foto col nastro nero e la parò in faccia ad Andrea. Guarda bene. Riconosci?

Andrea la prese. Guardò. Sgranò gli occhi.

Ma è lei. La ragazza morta sulla Colombo, tre settimane fa. Investita e il responsabile scappato.

Esatto, accennò Nicolò. Ora chiedi alla tua santissima mogliettina chi cera al volante. E di chi era lauto.

Silenzio. Laria nei polmoni sembrava cemento. Andrea fu attraversato dal terrore; il sospetto tradimento ora sembrava una battuta da bar.

Elisabetta? chiese piano. Lauto era in garage. Mi avevi detto che aveva la batteria scarica, e ti avevi presa le chiavi

Elisabetta cadde in ginocchio. Le gambe le cedettero.

Perdonami singhiozzò. Riccardo. Ha preso le chiavi è stato un attimo Andrea, è nostro figlio!

Andrea non urlò. Non fece nulla. Rimase lì, a fissare la moglie in ginocchio ai piedi di un uomo distrutto ma assetato di vendetta.

La faccia di Andrea si fece grigia. Da medico durgenza aveva visto la morte mille volte, ma adesso la morte era entrata in casa.

Riccardo? mormorò con calma irreale. Mio figlio ha ucciso una ragazza?

Non voleva! gridò Elisabetta. È stato un incidente!

È scappato aggiunse Nicolò. Lha lasciata là a morire. I soccorsi sono arrivati dopo quindici minuti. Se avesse chiamato forse lei sarebbe viva.

Andrea si aggrappò allo stipite della porta.

E tu sapevi? fissò Elisabetta come una sconosciuta. Sapevi tutto da tre settimane?

Lo proteggevo! implorò. Sono sua madre! Lavrebbero arrestato! È giovane, in galera non sopravviveva! Ho voluto pagare, mettere a posto tutto

Pagare? lo sguardo cadde sulla busta. La vita di una figlia per duemila euro? O quanto?

Ho preso tutto il possibile, bisbigliò Nicolò. Volevo solo farvi soffrire. Ma ora voglio che finisca in prigione.

Andrea afferrò la busta, la pesò. Un istante, poi la scagliò su Nicolò, i soldi piroettarono sul pavimento.

Prendi i tuoi soldi maledetti, disse piano. La coscienza non si compra.

Quindi strattonò Elisabetta, la sollevò.

Su. Andiamo a casa.

Andrea, ti prego balbettava, a fatica sulle gambe molli. Possiamo parlarne, ti prego

Basta. Ora silenzio fino a casa. Non mi rispondo delle mie azioni.

Scivolarono giù per le scale con lo sguardo muto di Nicolò addosso.

In auto non volò una parola. Andrea guidava come un autista di rally esasperato, infischiandosene dei limiti che fino a ieri predicava. Elisabetta, stretta al sedile, non osava neanche respirare. Le sue nocche apparivano bianche, strette al volante.

Entrarono in casa. Riccardo era in cucina, una tazza di tè ancora fumante davanti a sé. Vedendo la faccia del padre, fece scattare la sedia.

Papà? Mamma? Avete fatto pace?

Andrea lo raggiunse. Riccardo, più alto del padre, ora sembrava minuscolo.

Vèstiti, disse Andrea.

Dove? Riccardo guardò la madre, spaventato. Elisabetta si appoggiò al muro, piangeva senza suono.

In questura, rispose Andrea.

Riccardo si lasciò cadere sullo sgabello.

Papà, no! Mamma aveva sistemato tutto! Papà, te ne prego!

La mamma aveva sistemato? Andrea sorrise amaro. La mamma ti ha comprato il biglietto per linferno, figliolo. Sono tre settimane che vivi sapendo di aver tolto una vita e continui a mangiare, dormire, perdere tempo?

Io non dormo! urlò Riccardo, le lacrime scrosciarono. La rivedo ogni notte! Papà, io ho paura!

Andrea gli afferrò il petto della felpa, lo sollevò.

Paura? Pensa a quella ragazza, sola sullasfalto. Al padre che vive da solo nel dolore! E ti senti tu, vittima?

Andrea, basta! Elisabetta si gettò tra loro due. È solo un ragazzo!

Altro che ragazzo! gridò lui. È un uomo, vigliacco, nascosto dietro la madre! E tu la fissò con un dolore insostenibile. Tu mi hai tradito, Elisabetta. Non con un amante. Mi hai trattato da scemo. Hai deciso che la verità mi avrebbe spezzato. Hai pensato che lonore della famiglia si potesse comprare con duemila euro.

Avevo paura che tu lo denunciassi! gridò lei.

Lavrei denunciato, ammise Andrea. Ma sarei stato lì con lui. Avremmo cercato un bravo avvocato. Avremmo tentato un patteggiamento. Avremmo pagato un risarcimento, guardando la gente negli occhi. E ora? Ora siamo una famiglia di codardi e assassini.

Riccardo si accasciò per terra, a capo chino. Ululava come una bestia ferita.

Andrea si accovacciò.

Guardami.

Riccardo sollevò il volto, gonfio di pianto.

Se ora non andiamo, mormorò Andrea, non sarai mai più una persona. Questo segreto ti divorerebbe. Vuoi passare la vita scappando dalle sirene dei carabinieri? Vuoi avere paura che quel padre ti trovi?

Riccardo scosse la testa, tremante.

Non ce la faccio più, papà Davvero.

Allora, via. Ci sarò io con te. Non ti lascio. Ma dovrai pagare.

Riccardo, senza parole, si sollevò. Si asciugò il volto col braccio, soffiò il naso. Sugli occhi, per la prima volta, meno paura e più tragica accettazione.

Andiamo, sussurrò.

Andrea annuì. Poi si girò verso Elisabetta.

Tu resti qui.

Vengo anchio! prese il cappotto, disperata.

No, la fermò lui con un gesto. Hai già fatto abbastanza. Tu cercavi di comprare la sua anima. Ora lascia provare a me a salvarla.

Mi perdonerai mai? sussurrò. Sapeva che la risposta sarebbe stata una condanna.

Lui la fissò a lungo, con una cura da ritrattista desideroso di imprimersi in testa ogni dettaglio.

Ladulterio lo avrei perdonato, Elisabetta. Succede, siamo umani. Ma questo Tre settimane hai visto la mia gelosia, il mio tormento, e non ti sei mossa. Hai visto la mia angoscia e hai fatto finta di niente per coprire il tuo sbaglio.

Aprì la porta, lasciando passare Riccardo avanti.

Non so come andare avanti così. Non so se potrò dormire accanto a te, sapendo di cosa sei capace.

La porta si chiuse.

Elisabetta, sola in un appartamento di una quiete assordante. Sul pavimento, il foglietto del banco dei pegni, caduto dalla tasca di Andrea.

Si avvicinò alla finestra. Sotto, nella luce dei lampioni, due sagome: una alta e robusta, laltra minuta e curva, avanzavano nel gelo verso lauto. Non si toccavano, ma camminavano appaiate.

Appoggiò la fronte al vetro gelido. La verità era venuta a galla. E faceva anche più paura di quanto Andrea potesse mai sospettare. Non solo aveva spazzato via il passato aveva cancellato il futuro. Ma, laggiù, padre e figlio stavano provando almeno a riguadagnarsi il diritto a un presente onesto.

Elisabetta scese a terra e per la prima volta dopo tre settimane pianse. Non per paura, ma per la consapevolezza che a certe sentenze, nella vita italiana, non si può fare appello.

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