Per dieci lunghi anni lavorai come cuoca nella casa di mio figlio e non ricevetti mai un grazie.
Mi viene in mente la storia di Caterina, maestra che andò in pensione a cinquantacinque anni e poi visse per dieci anni presso il figlio, nella sua famiglia a Firenze. Ci siamo rincontrate di recente ed era al settimo cielo: finalmente aveva ottenuto la seconda pensione.
Ricordo bene quando Caterina, appena concluso il suo lavoro, si trasferì nella casa del figlio. Aveva lasciato il suo appartamento a Bologna, che preferì non affittare a nessuno. Chissà, forse temeva che glielo rovinassero. Chi può dirlo?
I rapporti tra Caterina, la nuora Silvia e il figlio Marco erano più che buoni. Niente liti, nessuna discussione. Tutto scorreva tranquillo come lacqua del Po. Condividevano la casa come una vera famiglia.
Quella donna, secondo me, ha compiuto un miracolo. Il periodo iniziò quando il nipote Gabriele compì un anno. Caterina restò a vivere con loro per dieci anni.
Silvia tornò al lavoro e tutte le faccende domestiche gravarono sulle spalle di Caterina. Uso di proposito il termine faccende, perché oltre alla cucina cera da occuparsi di Gabriele, che era piccolo e richiedeva attenzione continua. Non tutti si prenderebbero una simile responsabilità.
Da mattina a sera Caterina era nonna, cuoca, domestica e bambinaia. I giovani rincasavano alle sette di sera. Solo allora riusciva a riposare un po, per poi ricominciare tutto daccapo il giorno dopo.
Quando Gabriele iniziò la scuola primaria, la vita cambiò poco: prendere il tram, accompagnarlo a lezione e recuperarlo alluscita, fino alla quinta. Nessuno, però, le toglieva i compiti di cuoca e di domestica.
Caterina mi confidava che, la sera, era troppo stanca persino per guardare la televisione: si addormentava subito.
Niente chiacchiere con le amiche, niente svago. Nei giorni di festa, Marco e Silvia andavano dagli amici a festeggiare. E chi restava col bambino? Lei, sempre lei.
Gabriele aveva quasi dieci anni quando, probabilmente, la maestra avrebbe continuato a lavorare per loro ancora chissà quanto, se non fosse successo qualcosa che le aprì gli occhi.
Un giorno sentì Silvia dire a Marco: Tua mamma mette troppo detersivo quando lava i panni. Per questo hanno un odore strano. Dovresti parlarle in modo gentile. Dieci anni a lavare, e questo era il ringraziamento!
Caterina ingoiò il boccone amaro, cercando di non mostrare la delusione.
Ma non passò molto tempo prima che arrivasse il secondo colpo. Silvia propose di far trasferire Caterina nella sala da pranzo, cedendo la sua stanza a Gabriele. Come si suol dire, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Senza troppe parole, raccolse le sue cose e tornò nel suo appartamento a Bologna. Lo rinfrescò, lo pulì a fondo, e tornò finalmente padrona di casa. Fu allora che accadde qualcosa di inatteso: Marco e Silvia si risentirono, per il fatto che lei se ne fosse andata. Probabilmente pensavano che Caterina sarebbe rimasta a lavorare per loro fino alla fine dei suoi giorni. Si erano abituati troppo bene!
La cosa triste è che, in fondo, nessuno la compativa davvero. Come se fosse normale: lavare, cucinare, pulire. Come se non si stancasse mai, come se non avesse una sua dignità.
I figli si sentirono offesi e persero quasi del tutto i rapporti. Ma Caterina, da vera ottimista, aveva fede che le cose sarebbero migliorate.
Oggi, finalmente, Caterina si gode la vera gioia: la libertà di vivere per sé stessa. Non ha orari, non ha responsabilità. Dopo tanto tempo, scopre quanto poco basta per essere felice.
Pensate: a sessantacinque anni la gioia ritorna. Ricordate quella canzone? La seconda giovinezza arriva a chi sa conservare la prima.
Ha provato davvero quella magica sensazione: il diritto di vivere per sé, totalmente libera dalle catene delle faccende. Parola forse bella, ma è un atto di vero coraggio.
Credo che in pochi sappiano riconoscere il valore di un simile sacrificio. Nemmeno i nostri figli. Perché ci si abitua in fretta quando qualcuno cucina, lava, apparecchia e riordina. Quando tuo figlio è nelle mani sicure della nonna, sa che mangerà e che sarà aiutato con i compiti e messo a dormire puntuale. Ci si abitua troppo in fretta!






