Dietro una Tazza di Caffè e un Computer: La Telefonata dal Reparto Maternità che Cambia per Sempre la Vita di Vitaliy Larinov, Uomo Single Quarantenne di Milano, di Fronte a una Figlia Improvvisa e a un Passato Inaspettato

Allora, ascolta un attimo cosa mi è successo, che sembra una roba uscita da un film! Stamattina mi sono sistemato alla scrivania, laptop acceso, caffè fumante accanto sai, quelle mattine in cui devi solo finire delle scartoffie e sei pronto per il weekend. A un certo punto squilla il telefono, numero che non conosco.

Pronto, chi parla?
Signor Lorenzo Dimitri? La chiamo dallospedale Mangiagalli. Conosce una certa Anna Marchetti? voce di uomo, abbastanza anziano.

Io rimango basito: Anna Marchetti? No, non so chi sia. Scusi, ma di cosa si tratta?

È che la signora Anna è purtroppo venuta a mancare ieri, durante il parto. Abbiamo parlato con la madre e lei ci ha detto che lei è il padre della bambina, pausa pesante, il tipo aspetta che dica qualcosa.

Ma che bambina? Io? Il padre? Ma state scherzando? comincio a sudare freddo.

Anna ha dato alla luce una bambina ieri. E lei, se è davvero Lorenzo Dimitri, ne sarebbe il padre. Dovrebbe venire in ospedale domani. Bisogna prendere una decisione… tutto calmo, tranquillo, come se stesse leggendo il giornale.

Che decisione? continuavo a non capire niente.

Domani venga pure qui, allospedale in Via della Moscova. Cerchi il dottor Nicola Petrini, sono io. Ne parliamo con calma.

Quando ha riattaccato sono rimasto lì, con il telefono in mano, senza capire nulla. Poi ho iniziato a camminare avanti e indietro, ripensando a quella voce: Anna… Chi diamine è questa Anna? E giù a ricordare. Quanto dura una gravidanza? Nove mesi… Ora siamo a maggio… Nove mesi fa? Settembre… Ma io a settembre ero a Rimini! Due settimane. Ora mi si è accesa una lampadina: Anna! Ah, sì… Forse una bionda, occhi azzurri, ma chi lo sa più. Quante ne ho conosciute come lei? Insomma, non sono mai stato uno da relazioni serie, figurati matrimonio e figli. E la mia vita mi va bene così.

Però… è morta, mi rimbomba in testa.

Come ha fatto a morire? Che aveva, ventanni scarsi? Mi sarebbe venuto da fumare, ma da anni ho buttato via le sigarette. Un senso strano, tra la tristezza e la confusione, non riuscivo a definirlo. Il bambino… ho quasi mormorato, parlando da solo. Beh, se cè la mamma di Anna, che se ne occupi lei, è la nonna dopotutto! E poi, magari la bambina non è nemmeno mia!

Insomma, avevo deciso: vado domani, parlo con questo Primario e firmo che non voglio saperne nulla. La mia vita non deve cambiare.

Ma dormire quella notte è stato impossibile. Pensavo e ripensavo a tutto, come una pietra nello stomaco. Cercavo di togliermela dalla testa ma niente… E poi mi sono tornate in mente delle scene: Anna che rideva sulla spiaggia, correva sulla sabbia, mi guardava con quegli occhi… Una pazza serata destate salutata e poi dimenticata appena tornato a Milano. Ed ora, lei… fredda sul tavolo dellobitorio

Così, la mattina dopo, vado allospedale. Il dottor Nicola Petrini mi vede subito: Vuole vedere sua figlia? domanda.

No. Voglio prima parlare con la madre di Anna. Dovè? chiedo secco.

Sta aspettando fuori, lha superata entrando, mi dice. Esco di corsa e la vedo subito: una signora minuta, vestita di nero, in silenzio su una sedia.

Buongiorno, riesco appena a dire.

Lei alza gli occhi, ed è come guardare Anna, identica. Sono Vera Dimitri, la mamma di Annina, sussurra con voce spezzata.

Io sono Lorenzo, aggiungo, tanto per dire qualcosa.

Lo so, Annina mi aveva parlato di lei. Ma ora non potrà più farlo… E si mette a piangere.

Mi sentivo perso. Non sapevo che fare, che dire.

Poi si asciuga le lacrime e con voce tremante mi supplica: La prego, non rifiuti questa bambina! Non posso permettere che mia nipote finisca in istituto, capisce? E mi prende quasi per mano.

Ma come in istituto? È sua nipote, la danno a lei! cerco di rassicurarla, ma dentro di me penso che sembra più mia coetanea che una vera nonna…

Non possono darmela, ho dei problemi di salute, un difetto al cuore… Se solo la riconosce come figlia, potrà stare con me. Non le daremo fastidio, promesso! dice con un filo di voce.

La prendo sottobraccio e la porto dal dottore.

Dottor Petrini, cosa bisogna fare per il riconoscimento? chiedo.

Test del DNA, mi risponde lui, guardandomi fisso negli occhi. Avete già pensato al nome?

Come scusi? balbetto.

Come volete chiamare la bambina, sorride gentile.

Vuole vederla? insiste.

No… non ancora, sussurro.

Le pratiche sono andate via lisce, il test ha confermato: sono suo padre. Io non sapevo più cosa fare, non mi sentivo pronto ad avere una figlia, non riuscivo neanche a pronunciare la parola figlia. Solo bambina.

Vabbè, aiuterò per quanto posso: bonifico ogni mese, compro una carrozzina, il necessario, e la cosa finisce lì, mi sono detto.

Poi arriva il giorno delluscita dallospedale. Vedo uninfermiera arrivare con un fagottino vestito di rosa e pizzi, e comincio a sudare di nuovo. Vera prende la piccola fra le braccia e mi dice: Vuoi vedere la bambina?

Non faccio neanche in tempo a rispondere che arriva il Dottor Petrini a chiamare Vera per una firma. Lei mi mette in braccio la piccola e sparisce.

Rimango lì come un salame, bloccato. Sento il calore del fagotto, un profumo dolce, quasi mi sento svenire. Allimprovviso la piccina inizia a borbottare, poi miagola come un gattino e si mette a piangere a squarciagola. Sconvolto la guardo in faccia e… mi sembra di guardare uno specchio! Era identica a me da piccolo…

Mi sono seduto, tremando, e ho iniziato ad abbracciarla piano. Ha smesso di piangere, mi ha guardato dritto negli occhi, e giuro mi è sembrato che mi sorridesse.

Vera è tornata subito dopo. Dai, la riprendo io.

No, ci penso io! Mi ha appena sorriso! ho urlato con la gioia in faccia. E con voce sicura: Andiamo a casa, Vera, ho detto. E poi senza più dubbi: Andiamo a casa insieme!Così, usciamo dallospedale sotto un cielo ancora incerto, la città che brulica come tutti i sabati mattina. Sento il fragore della vita che va avanti, eppure mi sembra tutto fermo, rallentato dentro questo momento. Vera mi guarda, annuisce come a dire ce la faremo. Io mi sistemo meglio la bambina in braccio: pesa niente, ma sembra già riempire ogni spazio del mio futuro.

Mentre camminiamo verso la macchina, la sento respirare piano, il viso abbandonato sul mio petto. Ogni dubbio, ogni paura si sfila via come una maglietta troppo stretta, e capisco che il mondo non si divide tra quelli pronti e quelli che non lo sono. Il salto lo fai quando non hai scelta, e allora scopri di saper volare. Chiamo Vera e lei sorride, le lacrime finalmente asciutte. E il nome? domanda piano.

La guardo, poi guardo la piccola e quasi senza pensarci dico: Chiara. Si chiamerà Chiara, come la luce di stamattina, come la chiarezza che mi hai dato tu, piccoletta.

Le ruote della culla si mettono in moto, il portone di casa si spalanca davanti a noi. Dentro, la solita disordine, i libri ammucchiati e le mie scarpe sparse ovunque ma oggi mi sembra un posto pieno di promesse.

E mentre alle nostre spalle il cancello si richiude, mi viene da ridere e da piangere insieme: non so dove andremo, non so se sarò un buon padre, ma so che, per la prima volta, sono davvero partito per il viaggio più grande della mia vita. E tutto è cominciato con un sorriso piccolo quanto una manina, e grande quanto una rivoluzione.

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