Diventata domestica per amore: Quando Alina ha deciso di risposarsi a sessantatré anni, suo figlio e la nuora sono rimasti sconvolti dalla notizia e non sapevano come reagire. — Sei sicura di voler cambiare così radicalmente la tua vita a questa età? — ha chiesto Caterina, guardando il marito. — Mamma, a che servono questi colpi di testa? — si agitava Stefano. — Capisco che sei stata sola per anni e hai dedicato tutta la vita a me, ma adesso sposarsi è una follia. — Ragionate così perché siete giovani, — rispondeva pacata Alina. — Ho sessantatré anni e nessuno sa quanto tempo rimanga da vivere. Ma ho tutto il diritto di trascorrere il tempo che mi resta con chi amo. — Allora non affrettatevi con le firme, — cercava di ragionare Stefano. — Conosci Giorgio da soli pochi mesi e già vuoi stravolgere tutto. — Alla nostra età bisogna invece fare in fretta, — rifletteva lei. — Cosa devo sapere: lui ha due anni più di me, vive con la figlia e la sua famiglia in un appartamento grande, prende una buona pensione e ha una casa in campagna. — E dove pensate di vivere? — non capiva Stefano. — Viviamo già insieme, ma qui non c’è spazio per un’altra persona. — Non preoccupatevi, Giorgio non pretende i nostri metri quadri, mi trasferisco da lui, — raccontava Alina. — L’appartamento è ampio, con sua figlia siamo andate d’accordo, sono tutti adulti, non ci saranno conflitti. Stefano era in ansia, Caterina invece cercava di convincerlo a capire la madre. — Forse siamo solo egoisti, — ragionava. — Certo, ci fa comodo che tua mamma ci aiuti con Chiara. Ma ha diritto a rifarsi una vita. Se ne ha l’opportunità, non dobbiamo ostacolarla. — Basterebbe convivere, che bisogno c’è di sposarsi? — non capiva Stefano. — Non ci manca che la sposa vestita di bianco e i festeggiamenti! — Sarà gente all’antica, magari così si sentono più tranquilli, — cercava una logica Caterina. Alla fine Alina ha sposato Giorgio, conosciuto per caso per strada, e si è trasferita da lui. Inizialmente tutto andava bene: i nuovi familiari l’hanno accolta, il marito non le ha mai mancato di rispetto, Alina credeva di aver finalmente diritto a un po’ di felicità. Ma presto sono emerse le prime ombre della convivenza. — Potresti preparare l’arrosto stasera? — chiedeva Ina, la figlia di Giorgio. — Vorrei farlo io, ma sono sommersa dal lavoro e lei ha tanto tempo libero. Alina ha capito e da quel momento si è occupata delle cene, della spesa, della pulizia e persino della casa in campagna. — Ora che siamo sposati, la casa in campagna è territorio comune, — diceva Giorgio. — Mia figlia e suo marito non hanno tempo, la nipotina è piccola, quindi ci lavoriamo noi due. A lei piaceva sentirsi parte di una grande e unita famiglia, fondata sull’aiuto reciproco. Col primo marito non aveva trovato quella felicità: era pigro, furbo e, infine, era scappato quando Stefano aveva dieci anni. Non l’avevano più rivisto da vent’anni. Ora tutto sembrava giusto, non le pesavano i lavori, né la fatica la faceva irritare. — Mamma, che lavoratrice puoi essere in campagna? — diceva Stefano. — Dopo ogni gita ti sale la pressione, ne vale la pena? — Certo che sì, mi piace, — rispondeva. — Con Giorgio ci sarà raccolto per tutti, ve ne daremo volentieri anche a voi. Stefano però era perplesso, perché nessuno li aveva mai invitati a casa, nemmeno per conoscersi. Loro avevano invitato Giorgio, lui prometteva ma non veniva mai: mancava il tempo, le forze, la voglia, e hanno smesso di insistere, accettando che la nuova famiglia non fosse interessata a frequentarli. L’unica loro richiesta era sapere che la mamma fosse felice. All’inizio sembrava così, Alina si godeva la nuova situazione. Poi però le richieste aumentavano sempre più. Giorgio, appena arrivava in campagna, si lamentava per la schiena o il cuore e lei si ritrovava a sbrigare per conto suo i lavori pesanti. — Ancora minestra? — storceva il naso Antonio, genero di Giorgio. — L’abbiamo mangiata ieri, pensavo oggi ci fosse qualcos’altro. — Non ho avuto tempo, — si giustificava. — Ho lavato tutte le tende, ero sfinita, mi sono riposata un attimo. — Capisco, ma non amo la minestra, — metteva via la ciotola il genero. — Domani Alina ci farà un banchetto! — interveniva Giorgio. E il giorno dopo lei passava l’intera giornata in cucina, per vedere divorare tutto in mezz’ora. Dopo, puliva e sistemava, e così sempre. Ma ora i malumori della figlia e del genero si facevano più frequenti, e Giorgio prendeva spesso le loro parti, scaricando ogni colpa sulla moglie. — Non sono una ragazzina, anch’io mi stanco. E non capisco, perché devo sempre fare tutto io? — ha protestato una volta. — Sei mia moglie, devi occuparti della casa, — ricordava Giorgio. — Da moglie dovrei avere non solo doveri, ma anche dei diritti, — si è messa a piangere Alina. Poi tornava a occuparsi di tutti e cercava di mantenere un clima sereno. Ma un giorno non è più riuscita a sopportare. In quel giorno Ina e suo marito dovevano andare da amici e volevano lasciare la figlia ad Alina. — Lasciatela con il nonno o portatela con voi, perché io oggi ho intenzione di andare a trovare la mia nipote, — diceva. — Perché dovremmo adattarci a te? — sbottava Ina. — Non dovete, ma nemmeno io vi devo nulla, — ricordava. — Oggi è il compleanno della mia nipotina, ve l’ho detto martedì. Nessuno ci ha fatto caso e ora pretendete pure di tenermi a casa. — Non si fa così, — si è irritato Giorgio. — Ina ha dei piani che saltano, la tua nipote è troppo piccola e niente succede se la festeggi domani. — Niente succede nemmeno se andiamo tutti insieme dai miei figli, oppure tu stai con la nipotina finché non rientro, — ribatteva lei. — Lo sapevo che da quel matrimonio non sarebbe venuto nulla di buono, — diceva cattiva Ina. — Cucinare mediocre, pulizia così così, pensa solo a sé stessa. — Dopo tutto quello che ho fatto in questi mesi, la pensi anche tu così? — ha chiesto ad alta voce Alina a Giorgio. — Dimmi la verità: cercavi una moglie o una donna di servizio per tutti i vostri capricci? — Ora stai esagerando e vuoi fare della colpa mia, — sbatteva le palpebre Giorgio. — Non cominciare a fare drammi per niente. — Ho fatto una domanda semplice, ho diritto a una risposta, — non mollava lei. — Se parli così, fai come vuoi, ma in casa mia un atteggiamento del genere non è accettabile, — si inalberava Giorgio. — In questo caso mi licenzio, — dichiarava. E andava a preparare le sue cose. — Mi riprendete la nonna che non vale niente? — trascinava la valigia, col regalo per la nipotina. — Sono andata sposa, sono tornata, non chiedetemi nulla, ditemi solo: mi accettate o no? — Certo che sì! — le sono corsi incontro Stefano e Caterina. — La tua stanza ti aspetta e siamo felici che tu sia tornata. — Felici davvero? — voleva sentirlo chiaramente. — Perché si è felici per chi è di famiglia? — spiegava Caterina. Solo ora Alina sapeva di non essere una domestica. Certo, aiutava volentieri e stava dietro ai nipotini, ma suo figlio e sua nuora non hanno mai abusato o dato per scontata la sua presenza. In quella casa era veramente madre, nonna, suocera e parte della famiglia — non una serva. Alina è tornata per sempre, ha chiesto il divorzio e ha cercato di non pensare più alla brutta esperienza.

Diventata serva

Quando Assunta annunciò che voleva sposarsi, suo figlio e la nuora rimasero talmente sbalorditi che non sapevano come reagire.

Siete sicuri di voler stravolgere la vita a questa età? domandò Lucia, guardando ansiosa il marito.
Mamma, perché devi fare queste cose allimprovviso? si agitava Raffaele. Capisco che sei stata sola per tanti anni e che ti sei dedicata interamente a me, ma ora pensare al matrimonio mi sembra davvero una follia.
Parlate così perché siete giovani, rispose Assunta con una calma che solo letà sa dare. Ho sessantatré anni, nessuno può sapere quanto mi resta da vivere. Ho il diritto di trascorrere i giorni che restano accanto a chi amo.
Almeno, non correre con il matrimonio, cercava di farla ragionare Raffaele. Conosci Edoardo da pochi mesi e già sei pronta a cambiare la tua vita.
Alla nostra età è bene non perdere tempo, rifletteva Assunta. E poi, cosa dovrei sapere ancora di lui? Lui ha sessantacinque anni, vive con la figlia, il marito e la nipotina in un appartamento di tre camere a Firenze, ha la sua pensione, una bella villetta in campagna.
Ma dove pensavi di andare a vivere? non capiva Raffaele. Noi stiamo già insieme, qui non cè proprio spazio per unaltra persona!
Non preoccupatevi, Edoardo non vuole invadere la nostra casa, e infatti mi trasferisco da lui, spiegava Assunta. Lì hanno una bella casa grande, con la figlia di Edoardo sono già in buoni rapporti, e ognuno sa come gestire le proprie cose. Non ci saranno tensioni.
A Raffaele questa decisione pesava, Lucia tentava di fargli accettare la scelta della madre:
Forse siamo solo egoisti, ragionava lei. Ci fa comodo che tua madre ci aiuti con Nicoletta, la nostra bambina. Ma ha il sacrosanto diritto di cercare una felicità tutta sua. Ora che ne ha loccasione, non dovremmo ostacolarla.
Va bene tutto, ma perché sposarsi? Non bastava vivere insieme? non riusciva a farsene una ragione Raffaele. Non mi va per nulla una sposa in bianco, la festa, i giochi matrimoniali.
Sarà che vengono da una generazione diversa, forse per loro il matrimonio è una certezza, li fa sentire più tranquilli, cercava di spiegare Lucia.
Alla fine Assunta sposò Edoardo, che aveva conosciuto per caso passeggiando per il mercato di Porta Romana. Presto si trasferì nella sua casa a Firenze. Allinizio tutto andava bene; la nuova famiglia la accolse, il marito le voleva bene e Assunta pensava di aver finalmente trovato la serenità che non aveva mai avuto. Si sentiva autorizzata a godere ogni giorno. Ma molto presto cominciarono a emergere le prime complicazioni della vita in comune.

Potresti preparare tu lo spezzatino per cena? chiese Isabella, la figlia di Edoardo. So che hai tanto tempo libero, io sono sommersa dal lavoro e non riesco mai a fare tutto.
Assunta colse subito la richiesta e si occupò della cucina. Ben presto però si trovò a dover comprare tutto il necessario, pulire la casa, lavare e stirare, e persino andare giù alla villetta in campagna da sola.
Ora che siamo sposati, la casa di campagna è affare nostro, aveva detto Edoardo. Isabella e suo marito non hanno tempo, la piccola è troppo piccola, dobbiamo occuparci io e te.
A lei non dispiaceva, anzi era felice di far parte di una bella famiglia solida, in cui laiuto reciproco era la regola. Dal primo matrimonio non aveva ricevuto nulla, il marito era sempre stato pigro e scaltro, e poi era scomparso quando Raffaele aveva solo dieci anni. Da allora erano passati ventanni, e nessuno aveva mai saputo nulla di lui. Ora tutto le appariva finalmente giusto, e la fatica era sopportabile perché cera affetto.

Mamma, ma come puoi lavorare ancora in campagna? cercava di convincere Raffaele. Dopo ogni volta, ti viene la pressione alta; ti serve davvero?
Certo che mi serve, e poi mi piace occuparmene, rispondeva la pensionata. Con Edoardo raccogliamo un bel raccolto, ce ne sarà per tutti, e vi porto tutto ciò che serve.
Ma Raffaele aveva qualche sospetto: in mesi di convivenza, nessuno di loro era stato invitato a vedere la nuova casa, nemmeno per conoscerli. Loro avevano invitato Edoardo, che prometteva sempre ma non trovava mai tempo. Alla fine, avevano smesso di insistere, capendo che la nuova parentela non era interessata a legami stretti. Lunico desiderio era sapere che la madre fosse felice.

E allinizio era così: Assunta trovava gioia nelle faccende quotidiane. Ma gli impegni aumentavano sempre di più. Edoardo appena arrivato in campagna si lamentava dei dolori e si stendeva a riposare, mentre lei si occupava di tutto: portava i rami, rastrellava le foglie, buttava limmondizia nella buca.
Di nuovo minestrone? storceva il naso Antonio, il genero di Edoardo. Lo abbiamo mangiato ieri, pensavo che oggi ci fosse qualcosaltro.
Non ho avuto tempo di cucinare altro, né di andare a fare la spesa, si giustificava Assunta. Ho appena finito di lavare tutte le tende e rimetterle a posto, sono esausta e mi gira la testa.
Capisco, ma il minestrone non mi piace, spostava il piatto Antonio.
Domani la nostra Assunta ci farà un pranzo degno di un ristorante, interveniva subito Edoardo.
E davvero il giorno seguente Assunta rimase in cucina tutta la giornata. Spesso la cena veniva divorata in mezzora e lei rimaneva a pulire fino a tardi. E così ogni giorno. Ma le critiche di Isabella e Antonio continuavano per ogni minima cosa, e Edoardo si schierava con loro, lasciandola colpevole.

Ma non sono più una ragazzina, anchio mi stanco e non vedo perché devo fare tutto da sola! protestò una sera.
Sei mia moglie, devi badare alla casa, le ricordava Edoardo.
E come moglie dovrei avere anche dei diritti, non solo doveri, si commosse Assunta tra le lacrime.
Poi si calmava e continuava a cercare di accontentare tutti, mantenendo la pace. Ma un giorno perse davvero la pazienza. Isabella e Antonio dovevano uscire con amici e volevano lasciare la bambina con Assunta.
Oggi portate la piccola dal nonno o portatela con voi, perché io vado dalla mia nipotina, disse con decisione.
E perché mai dovremmo adattarci alle tue esigenze? sbottò Isabella.
Non dovete certo, ma nemmeno io sono obbligata a farvi da balia, ricordò Assunta. Oggi la mia Nicoletta compie gli anni, ve lavevo detto già da martedì. Non solo nessuno ci ha pensato, ma ora volete anche costringermi a restare qui.
Ma non si fa così, davvero Edoardo arrossì dallo sdegno. Isabella ha dei programmi, e tua nipote è ancora piccola, può aspettare che tu la vada a trovare domani.
Può aspettare anche che andiamo tutti noi dai miei figli, replicò con fermezza Assunta, o almeno rimani tu con la tua nipotina finché torno io.
E lo dicevo che da questo matrimonio non sarebbe venuto niente di buono, ribatté Isabella. Cucina male, non si occupa bene della casa, e pensa solo a se stessa.
Dopo tutto quello che ho fatto qui, pensi davvero così? chiese Assunta al marito. Sii sincero, cercavi una moglie o una domestica pronta a soddisfare ogni capriccio?
Non hai ragione e cerchi di far passare me per colpevole, sospirava Edoardo. Non creiamo drammi inutili.
Ho fatto solo una domanda, ho il diritto di ricevere una risposta, non si arrese lei.
Se la pensi così, fai come preferisci, ma a casa mia questo atteggiamento non si ammette, rispose con freddezza Edoardo.
Allora mi licenzio, disse Assunta, e si mise a raccogliere le sue cose.
Mi riprendete questa nonna confusionaria? trascinava la valigia e il regalo per la nipotina. Sono andata a sposarmi e sono tornata indietro, non chiedetemi nulla, ditemi solo: mi riaccettate?
Ma certo! le corsero incontro Raffaele e Lucia. La tua stanza ti aspetta, siamo felici che tu sia tornata.
Siete felici davvero? desiderava sentirlo Assunta.
Perché mai non dovremmo esserlo, tra gente di famiglia? non capiva Lucia.
Assunta capì finalmente che non era una serva. Sì, aiutava in casa e si occupava della nipotina, ma suo figlio e Lucia non abusavano mai della sua bontà, non prendevano mai il suo aiuto per scontato. Qui era semplicemente madre, nonna, suocera e parte della famiglia, non una domestica. Assunta rimase per sempre a casa sua, chiese il divorzio con serenità, e cercò per quanto possibile di non pensare alla storia vissuta.

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Ma ho tutto il diritto di trascorrere il tempo che mi resta con chi amo. — Allora non affrettatevi con le firme, — cercava di ragionare Stefano. — Conosci Giorgio da soli pochi mesi e già vuoi stravolgere tutto. — Alla nostra età bisogna invece fare in fretta, — rifletteva lei. — Cosa devo sapere: lui ha due anni più di me, vive con la figlia e la sua famiglia in un appartamento grande, prende una buona pensione e ha una casa in campagna. — E dove pensate di vivere? — non capiva Stefano. — Viviamo già insieme, ma qui non c’è spazio per un’altra persona. — Non preoccupatevi, Giorgio non pretende i nostri metri quadri, mi trasferisco da lui, — raccontava Alina. — L’appartamento è ampio, con sua figlia siamo andate d’accordo, sono tutti adulti, non ci saranno conflitti. Stefano era in ansia, Caterina invece cercava di convincerlo a capire la madre. — Forse siamo solo egoisti, — ragionava. — Certo, ci fa comodo che tua mamma ci aiuti con Chiara. Ma ha diritto a rifarsi una vita. Se ne ha l’opportunità, non dobbiamo ostacolarla. — Basterebbe convivere, che bisogno c’è di sposarsi? — non capiva Stefano. — Non ci manca che la sposa vestita di bianco e i festeggiamenti! — Sarà gente all’antica, magari così si sentono più tranquilli, — cercava una logica Caterina. Alla fine Alina ha sposato Giorgio, conosciuto per caso per strada, e si è trasferita da lui. Inizialmente tutto andava bene: i nuovi familiari l’hanno accolta, il marito non le ha mai mancato di rispetto, Alina credeva di aver finalmente diritto a un po’ di felicità. Ma presto sono emerse le prime ombre della convivenza. — Potresti preparare l’arrosto stasera? — chiedeva Ina, la figlia di Giorgio. — Vorrei farlo io, ma sono sommersa dal lavoro e lei ha tanto tempo libero. Alina ha capito e da quel momento si è occupata delle cene, della spesa, della pulizia e persino della casa in campagna. — Ora che siamo sposati, la casa in campagna è territorio comune, — diceva Giorgio. — Mia figlia e suo marito non hanno tempo, la nipotina è piccola, quindi ci lavoriamo noi due. A lei piaceva sentirsi parte di una grande e unita famiglia, fondata sull’aiuto reciproco. Col primo marito non aveva trovato quella felicità: era pigro, furbo e, infine, era scappato quando Stefano aveva dieci anni. Non l’avevano più rivisto da vent’anni. Ora tutto sembrava giusto, non le pesavano i lavori, né la fatica la faceva irritare. — Mamma, che lavoratrice puoi essere in campagna? — diceva Stefano. — Dopo ogni gita ti sale la pressione, ne vale la pena? — Certo che sì, mi piace, — rispondeva. — Con Giorgio ci sarà raccolto per tutti, ve ne daremo volentieri anche a voi. Stefano però era perplesso, perché nessuno li aveva mai invitati a casa, nemmeno per conoscersi. Loro avevano invitato Giorgio, lui prometteva ma non veniva mai: mancava il tempo, le forze, la voglia, e hanno smesso di insistere, accettando che la nuova famiglia non fosse interessata a frequentarli. L’unica loro richiesta era sapere che la mamma fosse felice. All’inizio sembrava così, Alina si godeva la nuova situazione. Poi però le richieste aumentavano sempre più. Giorgio, appena arrivava in campagna, si lamentava per la schiena o il cuore e lei si ritrovava a sbrigare per conto suo i lavori pesanti. — Ancora minestra? — storceva il naso Antonio, genero di Giorgio. — L’abbiamo mangiata ieri, pensavo oggi ci fosse qualcos’altro. — Non ho avuto tempo, — si giustificava. — Ho lavato tutte le tende, ero sfinita, mi sono riposata un attimo. — Capisco, ma non amo la minestra, — metteva via la ciotola il genero. — Domani Alina ci farà un banchetto! — interveniva Giorgio. E il giorno dopo lei passava l’intera giornata in cucina, per vedere divorare tutto in mezz’ora. Dopo, puliva e sistemava, e così sempre. Ma ora i malumori della figlia e del genero si facevano più frequenti, e Giorgio prendeva spesso le loro parti, scaricando ogni colpa sulla moglie. — Non sono una ragazzina, anch’io mi stanco. E non capisco, perché devo sempre fare tutto io? — ha protestato una volta. — Sei mia moglie, devi occuparti della casa, — ricordava Giorgio. — Da moglie dovrei avere non solo doveri, ma anche dei diritti, — si è messa a piangere Alina. Poi tornava a occuparsi di tutti e cercava di mantenere un clima sereno. Ma un giorno non è più riuscita a sopportare. In quel giorno Ina e suo marito dovevano andare da amici e volevano lasciare la figlia ad Alina. — Lasciatela con il nonno o portatela con voi, perché io oggi ho intenzione di andare a trovare la mia nipote, — diceva. — Perché dovremmo adattarci a te? — sbottava Ina. — Non dovete, ma nemmeno io vi devo nulla, — ricordava. — Oggi è il compleanno della mia nipotina, ve l’ho detto martedì. Nessuno ci ha fatto caso e ora pretendete pure di tenermi a casa. — Non si fa così, — si è irritato Giorgio. — Ina ha dei piani che saltano, la tua nipote è troppo piccola e niente succede se la festeggi domani. — Niente succede nemmeno se andiamo tutti insieme dai miei figli, oppure tu stai con la nipotina finché non rientro, — ribatteva lei. — Lo sapevo che da quel matrimonio non sarebbe venuto nulla di buono, — diceva cattiva Ina. — Cucinare mediocre, pulizia così così, pensa solo a sé stessa. — Dopo tutto quello che ho fatto in questi mesi, la pensi anche tu così? — ha chiesto ad alta voce Alina a Giorgio. — Dimmi la verità: cercavi una moglie o una donna di servizio per tutti i vostri capricci? — Ora stai esagerando e vuoi fare della colpa mia, — sbatteva le palpebre Giorgio. — Non cominciare a fare drammi per niente. — Ho fatto una domanda semplice, ho diritto a una risposta, — non mollava lei. — Se parli così, fai come vuoi, ma in casa mia un atteggiamento del genere non è accettabile, — si inalberava Giorgio. — In questo caso mi licenzio, — dichiarava. E andava a preparare le sue cose. — Mi riprendete la nonna che non vale niente? — trascinava la valigia, col regalo per la nipotina. — Sono andata sposa, sono tornata, non chiedetemi nulla, ditemi solo: mi accettate o no? — Certo che sì! — le sono corsi incontro Stefano e Caterina. — La tua stanza ti aspetta e siamo felici che tu sia tornata. — Felici davvero? — voleva sentirlo chiaramente. — Perché si è felici per chi è di famiglia? — spiegava Caterina. Solo ora Alina sapeva di non essere una domestica. Certo, aiutava volentieri e stava dietro ai nipotini, ma suo figlio e sua nuora non hanno mai abusato o dato per scontata la sua presenza. In quella casa era veramente madre, nonna, suocera e parte della famiglia — non una serva. Alina è tornata per sempre, ha chiesto il divorzio e ha cercato di non pensare più alla brutta esperienza.