Di quel viaggio al mare Paolo non fece più ritorno
Ma senti, Teresa, il tuo marito non si fa mai vivo? Né una lettera, né una telefonata?
No, niente, né per il nono giorno, né per il quarantesimo. Come se fosse sparito nel vento rispondeva Giulia cercando di camuffare la preoccupazione sistemando il grembiule da lavoro intorno alla sua pancia rotonda.
Starà a far baldoria, sè perso… oppure peggio la vicina sospirava, scuotendo il capo col tono di chi prova compassione. Aspetta, aspetta. E la polizia? Zitti anche loro?
Tutti zitti, Teresa. Manco due pesci muti in quellAdriatico mormorava sconsolata.
Mah… Tu guarda che destino.
A Giulia questa conversazione pesava come il granito. Cambiava la scopa dalla mano destra alla sinistra e riprendeva a spazzare le foglie cadute davanti alla sua casa di paese. Era lautunno lento e umido del 1988. Le foglie, appena tolte, ricoprivano subito il viottolo; Giulia girava sui tacchi e tornava, accumulando piccoli mucchi con movimenti decisi.
Erano passati ormai tre anni dalla pensione di Giulia Carli: allinizio, un sollievo dopo una lunga vita da infermiera in ospedale, riconoscimenti e strette di mano formali. Ma solo il mese scorso aveva dovuto accettare il lavoro come addetta alle pulizie della cooperativa comunale: la pensione non bastava più, non riusciva a trovare nientaltro in così poco tempo.
Eppure avevano una vita normale, come tante famiglie italiane di quegli anni. Niente di speciale, né miseria né agi: lavoro, casa, un figlio da crescere. Paolo, il marito, beveva solo a qualche ricorrenza, era stimato in fabbrica perché lavorava sodo e non aveva certo occhi per altre donne. E lei, sempre decisa, tutta la carriera tra i reparti, i diplomi in cornice.
Poi quellanno Paolo partì per una vacanza al mare tramite la Cassa Mutua, e non tornò più. Allinizio Giulia non sospettò nulla di strano: nessuna notizia? Vorrà dire che si divertiva e pensava solo a riposare. Ma quando il giorno del rientro lui non comparve sul treno come previsto, iniziò le sue ricerche: chiamò ospedali, Questura, persino allobitorio della città.
Al figlio, impegnato nel servizio militare a Pisa, mandò prima un telegramma per avvertirlo; poi riuscì a parlargli al telefono. Insieme si misero all’opera: risultò che Paolo aveva lasciato lalbergo, ma non era mai salito sul treno. Scomparso. E così via, in tondo: chiamate in ospedali e persino negli obitori, ancora e ancora.
I colleghi in fabbrica alzavano solo le spalle: abbiamo fatto il nostro, un premio vacanza a un lavoratore modello; il resto non ci riguarda. Se non rientra in tempo, toccherà licenziarlo per assenza ingiustificata.
Giulia voleva andare di persona in Riviera, ma il figlio la dissuase:
Ma mamma, dove vuoi cercarlo tu? Aspetta, appena mi danno il permesso, ci penso io. Con la divisa, magari mi ascoltano di più.
Lei si tranquillizzò a fatica, iniziò a lavorare solo per distrarsi, in modo da non pensare. Alla Questura andava ormai come fosse un ufficio, senza più speranza, ma con una calma stanca. Il lavoro laiutava: almeno tra la scopa e la strada si sentiva in piedi. La sera però piangeva, maledicendo il destino crudele che le aveva servito così tardi una prova tanto dura. Era lincertezza, sopra ogni cosa, a logorarla.
Paolo riapparve allimprovviso, come unombra.
Era lì davanti, con il vestito blu con cui era partito: senza borsa, senza valigia. Solo, col bavero sollevato e le mani nelle tasche, a guardare Giulia che puliva con foga il cortile.
Lei non si accorse subito di lui. Solo quando il figlio la chiamò se ne rese conto.
Paolo! Davide… La scopa scese a terra, e Giulia corse incontro al marito, le braccia aperte come una rondine che ritorna a primavera. Lo abbracciò.
Paolo, per un istante, esitò, poi la strinse a sé.
Dai, andiamo in casa, basta scene borbottò il figlio con malcelato fastidio. Giulia lo avvertì nella voce, nel passo deciso.
Vieni, lasciati abbracciare, almeno tu corse anche da Davide che non vedeva dalla primavera.
Sì, sì, ciao. Fa freddo, entriamo.
Perché non hai avvisato? Avrei sistemato casa, cucinato qualcosa…
Mamma, non sono venuto qua per il pranzo. Ho promesso che portavo papà. Eccolo.
La moglie guardò il marito, poi il figlio. Dopo quei mesi di paura, si sentiva come assente, tutta la tempesta dentro ormai placata. Uomini vivi, seduti al tavolo, una fortuna. Pensare a chiedere, a scoprire no, solo sfamarli, dargli da bere, un letto. Paolo stava zitto, lo sguardo perso sul tavolo.
Siediti anche tu, mamma.
Ma Giulia rimestava in cucina, tra piatti e tazzine rumorose.
Mamma, papà lho trovato io. Era da unaltra donna.
Giulia si voltò di scatto e fissò il marito. Lui, seduto, mani intrecciate in grembo, capo chino, con laria di un ragazzino in colpa, magro e scuro, incapace di reggere lo sguardo.
Da chi? Cosa succede, Paolo?
Nella sua mente, Giulia aveva già fatto mille ipotesi: derubato, senza soldi, pestato, spaesato a mendicare tra le stazioni della costa.
Non era tornato: stava ancora con Daniela, lì in una villetta sul Mediterraneo. Non voleva venire via.
Giulia batteva le ciglia, incredula.
Come, non voleva?
Io… ho capito che la vita che facevo non bastava più la voce di Paolo si fece più forte. Casa-fabbrica, fabbrica-casa. E poi lorto la domenica. Mancava la libertà, Giulia.
Ah, la libertà! lei divenne paonazza dalla rabbia.
E tu, Davide, perché lhai riportato qui? Volevi ferirmi? Bastava dirmi che era morto, sarebbe stato meno crudele! Io ad aspettarlo, come una sciocca, a consumarmi, e lui… in una moda al mare!
Senti, Giulia… volevo cambiare vita, magari.
No, Paolo, non volevi cambiare vita. Ti sei solo riscaldato troppo al sole della costa, ti sei chiuso in una bugia e sei scappato come un vile da una donna a unaltra. Un vero uomo sarebbe tornato, avrebbe chiesto il divorzio, e solo dopo sarebbe ripartito. Onesto prima con gli altri e poi con sé stesso. Vai via, non voglio vederti…
Paolo si alzò e, senza parole, passò nel corridoio verso la camera.
No, no, vattene subito, come se non fossi mai tornato! Non posso, non riesco! urlava Giulia vicino alle lacrime.
Papà, vai via Davide sbarrò presto il corridoio.
Passarono due settimane. Giulia riprese a spazzare, i gesti sempre uguali. Un giorno, vide Paolo in fondo al cortile, avvolto in un vecchio cappotto e con un berretto ridicolo.
Giulia la chiamò ad alta voce.
Lei alzò la testa, uno sguardo spento, senza più speranza di un abbraccio. Paolo le si avvicinò.
Sono rimasto. Lavoro ancora in fabbrica. Non da caposquadra, mi hanno preso come operaio. Posso restare?
Appoggiata alla scopa, lo fissò:
Restare sì, ma solo per fare domanda di separazione, e subito.
Non riesci a perdonare? Capisco.
Se lo capisci, che vuoi?
Quando sono andato via, Daniela mi disse: se torni, non ti voglio più. E allora sono tornato, Giulia, sono tornato davvero.
Ah, e quindi né da loro né qui eri voluto, Paolo. Uomini come te non servono a nessuno. E sei tornato solo perché Davide ti ha costretto: lui non sarebbe partito senza di te, quindi eccoti qua. Vai, fatti la tua vita come vuoi tu, ma non intralciarmi. Stai pestando il marciapiede, vattene e prese a scacciare le scarpe di lui con la scopa.
Si girò, rabbiosa, e proseguì a spazzare il viale, più decisa che mai. Dopo pochi minuti si voltò. Paolo era sparito. Emise un respiro profondo, come se finalmente le avessero tolto un macigno dal cuore. Perché aveva temuto che restasse e lei, alla fine, lo avrebbe perdonato.
Ma a volte, chi ti colpisce alle spalle viene comunque protetto col petto.




