Dopo queste parole devo ancora stare qui a fingere che tutto vada bene, a sorridere? No, festeggiate senza di me! con un colpo secco, Ginevra sbatté la porta.
Quella mattina si era alzata molto prima del solito. Senza aprire gli occhi, ricordò: «oggi compio quarantanni». Un tempo quel numero sembrava così distante, quasi irraggiungibile. Ora, ogni giorno lo incontrava nello specchio: rughe attorno agli occhi, una leggera stanchezza nello sguardo.
Accanto a lei respirava tranquillo Marco. non si mosse quando Ginevra scivolò fuori dalla coperta. Dormiva profondamente, ma il suo interesse per lei diminuiva di anno in anno. Guardò lorologio: erano le 5:30. Prima che arrivassero gli ospiti, cera ancora molto da fare.
Chiuse silenziosamente la porta della camera da letto e si diresse verso la cucina. Quella mattina il loro appartamento doveva diventare il punto dincontro di due mondi: la famiglia di Ginevra e gli amici di Marco. Dopo tutti questi anni, non era mai nata una vera sintonia tra di loro. Le amiche di Ginevra erano sparite nella routine, mentre il gruppo di Marco rimaneva invariato, gli stessi volti, gli stessi argomenti.
Accese la macchina del caffè e aprì il frigorifero. La sera precedente aveva preparato carne in marinata, verdure tagliate, tutti gli ingredienti per le insalate. Oggi doveva trasformare tutto in una tavola festiva. Di solito ordinavano o andavano al ristorante, ma per questo anniversario volevano unatmosfera domestica, calda, tutta loro.
Mamma, hai duecento euro? sentì dalla porta della cucina.
Luca, sedicenne, era lì con i jeans e la maglietta, visibilmente sconvolto.
Dove vai così presto? domandò Ginevra, tirando fuori una banconota dal portafoglio.
Io e i ragazzi avevamo pensato di andare in bici. È presto per non sudare. Tornerò più tardi, giusto in tempo per la festa.
Luca, ti ricordi che giorno è oggi?
Luca rimase un attimo perplesso, poi sorrise colpevolmente:
Certo, è il tuo compleanno. Non volevo svegliarti stamattina, pensavo di salutarti più tardi.
Non vuoi restare ad aiutarmi? Non ce la faccio da sola, cè ancora così tanto da fare
Luca si irrigidì:
Mamma, avevamo già accordi. Ma ce la faccio, magari Alessia può dare una mano?
Alessia è ancora in campagna con unamica. Torna prima delle sei.
Va bene Tu riesci già a gestire tutto, disse alzando le spalle.
Ginevra sospirò. Un tempo era fiera di portare tutto sulle sue spalle; ora quella forza la logorava.
Vai, ma torna in tempo.
Luca le diede un bacio sulla guancia e sparì. Pochi istanti dopo la porta dingresso si chiuse con un colpo.
Alle nove, Ginevra era immersa nella preparazione. Il forno scaldava la carne, le verdure attendevano di essere affettate, limpasto per il ricotta stava lievitando sotto un panno. Laria era pervasa dal profumo del caffè appena fatto e delle spezie.
Buongiorno, comparve Marco nella cucina con i pantaloncini sportivi consumati. Che fai così presto?
Come credi? rispose Ginevra, contenendo la tensione. Gli ospiti arrivano alle sei. Ho una montagna di cose da fare.
Avresti potuto dormire un po di più, è il tuo giorno. Prese una tazza di caffè, versandola per sé. Buon compleanno, a proposito.
Si chinò, sfiorò la sua guancia. Lodore di menta e il suo profumo di colonia riempivano laria.
Grazie, disse Ginevra, desiderosa di un gesto, di un regalo, di una domanda: «Posso aiutarti in qualche modo?»
Marco, però, era già seduto al tavolo a scorrere il telefono.
Non lavori oggi? chiese Ginevra, rompendo le uova.
No, è un giorno libero. Devo fare qualcosa in casa
Perfetto. Allora mi aiuti a apparecchiare?
Certo, appena finisco le notizie, brontolò, senza alzare lo sguardo.
Passarono tre ore. Marco finì per spostarsi in soggiorno, dove lo assorbì una partita di calcio, commentandola a voce alta. Ginevra, silenziosa, affettava, mescolava, sbatteva, infornava. Pensava: «Quarantanni. Ecco come li vivo»
Alle tre, la porta suonò. Ginevra asciugò le mani con un canovaccio e andò ad aprire. Sulla soglia cera la sorella minore, Silvia, con un bouquet di garofani rossi.
Buon compleanno, cara! esclamò Silvia, abbracciandola con una mano. Sono arrivata un po prima per darti una mano. State ancora lavorando?
Sono in piedi da stamattina, rispose Ginevra, facendo entrare Silvia. Gli ospiti dovrebbero arrivare alle sei, ma è bello vederti.
E il vestito da festa? osservò Silvia, notando la maglietta e i jeans sbiaditi di Ginevra.
Che vestito? sbuffò Ginevra, alzando le mani. Le insalate non sono tagliate, la torta non è decorata, il tavolo non è pronto
Capisco, disse seriamente Silvia, scrutando la cucina. Valutata la situazione, tornò verso il corridoio. E Marco?
È occupato.
Dal soggiorno arrivò una voce arrabbiata: «Che fai, senza senso! Sparisci!»
È chiaro, mormorò Silvia. Lo sbraccerò subito.
Entrò decisa nel soggiorno. Ginevra sentì Silvia parlare con Marco, ma non prestò attenzione. Dopo poco, Marco comparve in cucina con unespressione cupa.
Allora? Cosa vuoi? brontolò.
Puoi apparecchiare il tavolo in salotto, rispose Ginevra con calma. Silvia, per favore, aiutalo con i piatti.
Le ore successive trascorsero senza litigi accesi. Marco, seppur a malincuore, seguiva le indicazioni di Silvia. A tratti spariva davanti alla TV, ma alla fine continuava a lavorare. Entro le cinque, le cose principali erano finite. Ginevra sentì i muscoli cedere: spalle indolenzite, gambe stanche, e ancora una serata intera di festa davanti.
Cambiati, disse Silvia, spingendola gentilmente verso la camera da letto. Io mi occuperò di qui.
Ginevra, senza parlare, andò nella camera. Nellarmadio la aspettava un vestito nero elegante, comprato apposta per loccasione. Ma non aveva né lenergia né la voglia di truccarsi o acconciarsi. Prese invece labito nero che indossava al lavoro, si rinfrescò il viso, ritoccò le labbra, e tornò in tempo per gli ospiti: alla porta già suonavano i campanelli.
Alle sei lappartamento si riempì di gente. Arrivarono genitori, amici di vecchia data, colleghi di Marco. Comparvero anche i bambini: Alessia portò una torta sofisticata da una pasticceria famosa, e Luca una cartolina, probabilmente comprata in fretta.
Ginevra accolse gli invitati con un sorriso teso. La testa ronzava, non riusciva nemmeno a fare una pausa per prendere una pillola; tutti chiedevano qualcosa, volevano aiuto. Poi, improvvisamente, Marco si animò: rideva, scherzava, distribuiva drink, e con enfasi abbracciava Ginevra ogni volta che qualcuno alzava un brindisi al suo nome.
Finalmente tutti si sedettero a tavola. Ginevra servì il piatto principale: la carne al forno, la sua ricetta di sempre.
Ginevra, forse non servire così tante insalate, mormorò Marco, osservandola mentre preparava linsalata russa. Cè già tanto maionese. Ultimamente sei già
Non terminò la frase, ma il suo sguardo sulla sua figura fu più eloquente di qualsiasi parola. Ginevra sentì le guance arrossare. Silvia, seduta accanto, lo osservò con una lieve smorfia.
La carne è un po secca, commentò Marco, tagliandone una fetta. Credo lho tenuta troppo a lungo.
Mi sembra perfetta, intervenne la madre di Ginevra. Non è per cattiveria, alzò le mani Marco. Lultima volta era più succosa.
Ginevra non rispose. Mangiò in silenzio, fissando il piatto. Quella serata, anziché essere accogliente, si trasformava in un nuovo umiliazione, davanti a tutti.
I brindisi si susseguirono. Qualcuno augurava successi di carriera, altri bellezza e giovinezza, i genitori chiedevano salute e pazienza. Alla fine, Marco si alzò, afferrò il calice e parlò al gruppo:
Voglio congratularmi con mia moglie per i quarantanni. È unetà seria. Ma Ginevra resiste come una campionessa. Per la sua età è ancora molto in forma.
Un sorriso imbarazzato attraversò i volti.
anche se, ovviamente, potrebbe prendersi più cura di sé, aggiunse, senza smettere di sorridere con aria di superiorità. Ma vi vogliamo bene lo stesso. Un brindisi a te, amore!
Il silenzio calò. I bicchieri si alzarono a fatica, con sorrisi forzati. Molti distolsero lo sguardo, nessuno voleva incrociare gli occhi di Ginevra. Lei rimaneva immobile, fissando la tovaglia. Quello che era stato represso dal profondo, ora emergeva.
Si alzò lentamente.
Grazie per gli auguri, disse sottovoce e uscì dalla stanza.
Nel corridoio della camera da letto si sentì il brusio trasformarsi in chiacchiere ordinarie. Nessuno la seguì. Nemmeno Marco.
Ginevra si avvicinò allo specchio. Nei suoi occhi rifletteva una donna provata, lo sguardo spento, i capelli in disordine, laspetto quotidiano. Quando aveva smesso di essere sé stessa? Come aveva permesso a qualcuno di farlo?
Come in un altro mondo, aprì larmadio e tirò fuori lo stesso vestito nero elegante, quello custodito per questoccasione. Lo indossò con cura, sistemò il collo, spazzò via la polvere dagli orecchini regalati da Marco negli anni in cui le sue parole erano piene damore, non di colpa.
Prese le scarpe con il tacco alto, quelle che aveva indossato al suo matrimonio; ancora calzavano perfettamente.
Prese il telefono e compose un numero familiare.
Ciao, è Giulia. È il mio compleanno oggi Lo so, è improvviso, ma Possiamo incontrarci? Non voglio stare sola. Ci vediamo al Ristorante Palermo tra mezzora? Sì, prenoto un tavolo.
Appendè, guardò di nuovo lo specchio. Lì cera una Ginevra diversa: la donna che ricordava di essere. Schiena dritta, sguardo deciso, un lieve sorriso la fiducia tornava.
Uscì nel salotto; tutti si mutarono in silenzio. Gli sguardi si rivoltarono verso di lei. Marco rimase sbalordito, si alzò in piedi.
Accidenti, è unaltra storia! esclamò. Che aspetto festoso! Perché non ti sei cambiata prima? Vieni da noi!
Ginevra sorrise per la prima volta della giornata, genuinamente.
No, Marco, non rimarrò qui.
Cosa?! non capiva. Perché?
Dopo tutto quello che è stato detto, devo davvero stare qui a fingere che mi vada bene? No. Decido di festeggiare a modo mio. Tra poco arriva un taxi. Vado al ristorante con unamica.
Ma che stai inventando? Di che umiliazione parli? Era solo uno scherzo! alzò le mani Marco, guardando gli ospiti come se cercasse sostegno.
In ogni scherzo iniziò Ginevra, ma si fermò. Beh, non importa più. Vado via. Grazie a tutti e buona serata.
Si voltò e si diresse verso luscita. Nel vestibolo la raggiunse Silvia.
Ginevra, forse non dovresti? sussurrò. Sai che non voleva ferirti
Silvia, rispose Ginevra con calma, fissandola negli occhi, ho sentito queste parole per sedici anni. Forse non lo voleva davvero. Ma non voglio più sopportarlo, soprattutto nel mio giorno.
La strinse a sé e uscì.
Nel palazzo il corridoio era silenzioso e fresco. Scendendo le scale, Ginevra sentiva il peso sollevarsi; ad ogni passo respirava più leggermente. Il suo scudo era caduto. Nulla più la tratteneva.
Non sapeva cosa le sarebbe capitato dopo. Forse Marco capirà, forse no. Ma ora, a quarantanni, Ginevra si sentiva viva per la prima volta da molto tempo.
Allesterno laria serale era tiepida. Un taxi laspettava al marciapiede. Salì, indicò lindirizzo. Il suo cellulare vibra nella borsa: un messaggio di Marco. Ginevra non lo guardò, spense il suono.
Quella serata apparteneva solo a lei. E solo lei avrebbe deciso come viverla.






