Dopo un turno di notte allospedale, Caterina era talmente stanca che trascinava i piedi per le strade di Torino. I gelidi venti invernali avevano lasciato il posto alla pioggia, e la città si era coperta di una coltre di neve bagnata e pesante che ogni giorno sembrava sciogliersi e ricoprire il marciapiede di insidioso ghiaccio. Con i suoi zoccoli da infermiera, ogni passo era una potenziale trappola: scivolava, rischiava di cadere, ma il pensiero di infilarsi nel letto finalmente la teneva in piedi.
Quella notte non era neppure riuscita a sdraiarsi: un ragazzo con appendicite, poi unanziana che si era spaccata il femore. Sembrava che tutti aspettassero il buio per chiamare lambulanza. Caterina avanzava a capo chino, evitando il peggio, quando unombra si staccò dal muro e le sbarrò la strada. Sollevò lo sguardo, trattenendo il respiro.
Un uomo sulla quarantina, dallaspetto trasandato, il volto segnato da escoriazioni, vestiti sgualciti e umidi come se indossassero addosso storie non sue. Caterina provò a scansarlo, incapace anche solo di pensare di scappare.
«Signora, mi aiuta?» disse allimprovviso con una voce tremante.
Caterina, infermiera con la vocazione nel sangue, davanti a una richiesta d’aiuto si fermava sempre, come se un freno demergenza le scattasse dentro.
«Mi hanno buttato giù dal treno… Per fortuna cera la neve, sono atterrato senza rompermi nulla, solo qualche livido.»
«Meno bicchieri di grappa la prossima volta!» borbottò Caterina, tentando di evitarlo.
«Non ho bevuto! Solo una camomilla! Credo mi abbiano drogato… Ho perso subito conoscenza. Mi hanno derubato, lasciato senza nulla, neppure i vestiti. Per grazia di Dio non ero nudo. Era vicino alla stazione Lingotto.»
«Sempre meglio di niente. Dovrebbe denunciare, e magari farsi vedere in ospedale. Le gira la testa, sente nausea? Forse ha una commozione cerebrale,» disse Caterina, riprendendo il cammino.
«Sono già stato in Questura. Il prossimo treno per Milano parte tra qualche ora. Non hanno trovato nessuno. Viaggiava con me un vecchietto dallaria di professore, barba e occhiali. In polizia dicono che era sicuramente travestito, complice di qualcuno. Mi è andata bene, dai. Non avrei un posto dove lavarmi e cambiarmi? Torno gli abiti appena posso.»
«E che dovrei darle pure le chiavi di casa e tutta la carta di credito?» esclamò Caterina, sospettosa.
«Tutti mi trattano così… Cosa ho fatto di male? Non capisco perché nessuno mi creda?» Luomo alzò gli occhi al cielo con tale sofferenza che Caterina sentì il cuore stringersi. Lo squadrò con attenzione: sì, sembrava messo male, però parlava con una proprietà fuori dal comune.
«Daccordo. Se continua così, si becca una polmonite. Salga da me, qualcosa da mettersi la trovo.»
«Davvero? Lei è unanima santa… Nessuno finora mi aveva nemmeno ascoltato,» disse lui, seguendola con passo incerto.
Caterina si lasciò cadere su un vecchio sgabello nellingresso del suo appartamento, il corpo sfibrato, le palpebre pesanti.
«Ecco il bagno. Io cerco dei vestiti. Come si chiama?»
«Giuliano,» rispose lui, chiudendosi dentro mentre lacqua iniziava a scrosciare nella vasca.
Sospirando, Caterina si rassegnò: il riposo doveva attendere. Il fratello aveva lasciato qualche cosa nellarmadio, si sarebbe arrangiato. Pazienza, non muore nessuno, pensò tra sé, raccogliendo un pile e dei pantaloni larghi. Posò i vestiti fuori dal bagno e mise a scaldare una zuppa nella vecchia microonde.
Se fosse tornata sua madre in quel momento, avrebbe fatto mille domande. Oddio, fa che la mamma si fermi a chiacchierare con la signora Rosaria o perda tempo al supermercato! pregò tra sé, ma evidentemente il cielo aveva altro da fare: la serratura scattò.
«Cate, già a casa?» gridò la madre, affacciandosi dallangolo della cucina. «Ma allora… chi si sta lavando in bagno?» chiese con una smorfia indagatrice.
«Mamma, non fare scenate. Uno che è stato aggredito, ha bisogno di aiuto. Appena si rimette in sesto, se ne va.» Caterina tentò di essere il più dolce possibile.
«Per lui hai preparato i vestiti del tuo fratello? Cosè successo?»
«Te lho detto: derubato sul treno, lasciato in mutande.»
«Santa Maria… e tu lo inviti in casa nostra? E se fosse un ladro? Magari un maniaco! Hai almeno chiamato la polizia?» La madre iniziava a gesticolare presa dalle ansie.
«Ha già parlato coi carabinieri. E poi di giorno i treni sono fermi per i lavori della linea. Si lava e se ne va, mamma.»
Il rumore dellacqua cessò. Caterina vide la porta aprirsi e chiudersi rapidamente: Avrà preso i vestiti. La mamma si piazzò davanti allingresso, pronta a controllare la situazione. Poco dopo, Giuliano entrò in cucina, visibilmente a disagio.
«Avanti, fammi vedere. Comè possibile che uno come te, ancora giovane e robusto, possa essere derubato in pieno giorno?» chiese la madre, sempre diffidente.
«Mi scusi se irrompo così. Stavo andando a Bologna, al matrimonio di mia figlia. Hanno drogato il tè, mi sono risvegliato senza cellulare, portafoglio, documenti. Hanno pure sostituito i miei vestiti con stracci qualsiasi, poi mi hanno buttato dal treno vicino alla vostra stazione. Mi è rimasto solo un nome e qualche speranza.»
«E come mai sei arrivato qui da noi? Non siamo mica vicino alla stazione!»
«Mamma, basta domande. Lascia mangiare luomo!» intervenne Caterina. «Giuliano, siediti, ho preparato la zuppa.»
«Quando era piccola raccoglieva gattini sperduti, ora uomini sventurati!» sbuffò la madre, facendo spazio a tavola. «Ma mi raccomando: se le piaci, non ti lascia più andare,» aggiunse con una punta di sarcasmo.
«Perché perdi la vita a lavorare notte e giorno, e in ospedale ci sono solo vecchi e bambini. Hai trentanni, devi pensare a sistemarti anche tu!»
«Mamma, smettila. Giuliano, non si sogni che ti facciamo sposare la sottoscritta! È solo una battuta…» ridacchiò Caterina.
«Bah, fate pure come volete…» e la madre si ritirò in camera, borbottando.
«È una donna forte tua madre,» disse Giuliano dopo un attimo di silenzio.
«Ha cresciuto da sola me e mio fratello. Vuole solo che non mi trovi sola come lei.»
«Capisco. Sei dottoressa?»
«No, solo infermiera. Ma come prenderai ora il treno senza documenti né soldi?» domandò Caterina, preoccupata.
«In Questura mi daranno una mano. Posso prendere in prestito il telefono per chiamare mia figlia e un amico?»
Caterina annuì e si allontanò verso la camera, dove comunque trovò la madre intenta a infilare anelli e catenine in una scatoletta.
«Ma che combini?» sussurrò Caterina.
«Meglio prevenire, casomai,» mormorò la madre, pronta ad uscire a depositare i gioielli da una vicina.
Inutile provare a fermarla. Caterina tornò in cucina e posò il telefono davanti a Giuliano, domandandosi quante altre stranezze avrebbe visto.
Lui chiamò la figlia e, dal viso, Caterina intese che la ragazza non si era certo disperata per quella sua assenza. Poi compose un altro numero e chiese lindirizzo di casa.
«Ok, tra poco arriva un amico a prendermi. Che sciocco sono stato, avrei dovuto ascoltare mia moglie: non voleva incontrare il suo nuovo marito alla cerimonia. Però mia figlia insisteva. Avrei potuto evitare.»
«Ma… se arriva unauto a prenderti, chi sei davvero?»
Giuliano, ormai rinfrancato dai panni del fratello di Caterina, le diede un sorriso timido.
«Gestisco una piccola società di riparazione elettrodomestici con un amico. Lui ha insistito che stessi tranquillo sul treno. Sarebbe stato meglio laereo. Scusami se ho invaso la tua vita tra poco sparisco.»
Caterina non rispose, ma pensò che a sua madre forse aveva ragione: ora avrebbe voluto avere qualcuno che la aspettasse a casa, dei bambini che la chiamassero mamma e invece si ritrovava trentenne a condividere lappartamento con la madre. Lunico fidanzato che aveva avuto, Riccardo, laveva tradita con una sua amica. Da allora, niente più fiducia né amore.
«Sei una bella persona. Sono sicuro che la vita ti ripagherà,» disse Giuliano, interrompendole i pensieri.
«E tu perché sei solo? Sei anche simpatico, hai pure un lavoro indipendente.»
Giuliano sorrise amaramente: «Il matrimonio è finito male. Non ho avuto la fortuna dincontrare una come te. Donne e uomini, oggi, pensano sempre e solo a se stessi.»
Conversarono ancora un po, fino a quando il cellulare di Caterina squillò.
«Mi sa che è il mio amico. Tra poco scendo.»
Appena uscirà da questa porta pensò Caterina la mia vita tornerà uguale: vuota, monotona, sempre in balìa degli altri.
«La macchina è sotto casa. Grazie di cuore. Ho salvato il mio numero nel tuo telefono: Giuliano dal treno. So che probabilmente non mi chiamerai mai, ma… se dovessi aver bisogno, conta pure su di me. Ridarò i vestiti a tempo debito. Scusati con tua madre. Sono certo che mi ha preso per un ladro…»
Caterina sentì una stretta allo stomaco: non voleva che andasse via, ma sapeva che non aveva senso trattenerlo. Gli sorrise timidamente: «Non metterti più nei pasticci.»
«Dora in poi solo aereo o macchina. Promesso,» rispose Giuliano, strizzando locchio mentre attraversava il cortile e salutava dalla strada, ormai calata la sera torinese.
«Lhai lasciato andare?» chiese la madre rientrando.
«Prima mi rimproveri perché lo accolgo, poi perché lo faccio andare…» rispose Caterina cercando di mascherare la delusione.
«Era buono. Si vedeva.»
«E allora perché ti sei portata via i gioielli?»
«Perché sono una sciocca, Caterina. Che vuoi farci?» sospirò la madre.
Passarono tre settimane. Alla vigilia di Capodanno, la città sembrava più calma. Il reparto si era svuotato; nella sala dellinfermeria i pochi rimasti avevano allestito un piccolo alberello. Tutto lasciava presagire che ci sarebbe stato tempo per riposare, anche durante il turno notturno.
«Allora, Cate, sempre insieme nei turni di notte?» Il dottor Bellandi le rivolse un sorriso malizioso e uno sguardo accattivante.
Caterina sapeva che il chirurgo amava circondarsi di giovani infermiere, ma si limitò, come sempre, a fingersi indifferente.
Dimprovviso linfermiera Lucia entrò trafelata.
«Oh Madonna, ce nè uno vestito da Babbo Natale, pieno di regali! Vuole entrare nei reparti per fare felici i pazienti. Faccio passare?»
«Babbo Natale, eh?» rise Bellandi. «Dai, vediamo chi vuole stupirci col miracolo della notte.»
Dal corridoio proveniva già una voce squillante. Un uomo in cappotto rosso, berretto, barba finta, e un gran sacco sulle spalle. Chiedeva di entrare a rallegrare i malati. La voce, però, a Caterina parve familiare.
«Quello Babbo Natale viene da Lapponia, ma qua mi sa che lindirizzo lha sbagliato…» borbottò Bellandi. «Va bene, ma senza far casino.»
Babbo Natale entrò in ogni stanza: distribuiva mandarini, cioccolatini, lasciando le nonnine e i nonnini col sorriso che brillava più dei festoni. Dalla medicina venne a chiamarlo anche linfermiera Giovanna: «Passi nel nostro reparto, per favore!» Ma Babbo Natale gettò uno sguardo esitante a Caterina.
«La Befana non la cedo, caro mio. La devi portare da casa!» scherzò Bellandi, trascinandosi via Caterina a braccetto.
Quindici minuti dopo luomo rientrò nellinfermeria: la barba e il berretto in mano, il cappotto slacciato. Il sacco ormai svuotato. Alla vista di Caterina scoppiò in una risata contagiosa.
«Sapevo che stanotte saresti stata di guardia… Dovevo almeno strapparvi un sorriso. Ci sono riuscito?» Giuliano la guardava con speranza.
«Eccome… ora le nonnine saranno troppo emozionate per addormentarsi!» rise Caterina.
«Mi sa che il turno me lo faccio da solo stanotte,» annunciò Bellandi con un finto sospiro. «Vai pure, Cate. Goditi questa sorpresa.»
Non servivano altre parole. Un mese dopo, Caterina diede le dimissioni e seguì Giuliano a Bologna. La madre era al settimo cielo: «Finalmente ti sei sistemata, ora posso andare in pace… Ma che dico? E i nipoti? Toccherà a me dare una mano, eccome!» e si convinse che aveva ancora molto da fare.
Perché, chissà perché, tutto ciò che di brutto accade lo chiamiamo destino, e tutto il bene fortuna. Eppure una cosa e laltra camminano sempre insieme, come le stagioni in Italia: una non esisterebbe senza laltra.






