Due colonne
Ha già tolto gli stivali e messo su lacqua per il tè, quando compare una notifica sul cellulare, un messaggio della responsabile: «Domani puoi coprire il turno di Silvia? Ha la febbre alta e non cè nessuno che possa sostituirla». Le mani sono ancora bagnate dal lavello, lo schermo si opacizza di aloni. Si asciuga sui pantaloni e apre il calendario. Domani è lunica sera in cui aveva deciso di andare a letto presto, senza rispondere a nessuno: la mattina deve consegnare il report e la testa ronza.
Comincia a scrivere: «Non posso, ho» e si ferma. Sente dentro una sensazione familiare, come una nausea: se dici di no, deludi tutti. Significa tradire la fiducia. Cancella tutto, poi scrive rapida: «Sì, vengo io». Invio.
Il bollitore si mette a fischiare. Si versa il tè nella tazza, si siede su uno sgabello vicino alla finestra e apre la nota che chiama semplicemente «Cose Buone». Lì cè già la data di oggi e la voce: «Ho coperto il turno di Silvia». Meticolosamente aggiunge un puntino e un piccolo più, quasi volesse bilanciare le cose.
Quella nota è con lei quasi da un anno. Laveva iniziata a gennaio, quando dopo le feste le giornate sembravano vuote e voleva tenere traccia del tempo, per paura che evaporasse nel nulla. La prima voce era stata: «Ho accompagnato la signora Nives dal medico». Nives abita al quinto piano, si muove piano con la busta degli esami, ha paura a prendere lautobus. Laveva chiamata dal citofono: «Tu hai la macchina, mi porti al laboratorio? Sennò non ce la faccio». Così lha portata, aspettato che facesse il prelievo, poi riaccompagnata a casa.
Sul ritorno si era scoperta irritata: era già in ritardo per andare al lavoro, mentre nella testa la sommersa di lamentele altrui su code e medici. La rabbia le pareva immeritata, lha ingoiata con un caffè al distributore, e nella nota poi ha scritto tutto come se fosse stato solo altruismo puro.
A febbraio il figlio è partito per lavoro lasciandole il nipote per il weekend. «Tanto tu sei a casa, ti viene facile», aveva detto, senza neppure chiedere. Il nipote è vivace, rumoroso, sempre con un «guarda», «facciamo», «giochiamo». Lo ama, ma la sera ha le mani che tremano dalla stanchezza e la testa che rimbomba come dopo un concerto troppo alto.
Lha messo a letto, ha lavato i piatti, raccolto i giochi nella scatola che lui avrebbe rovesciato di nuovo la mattina dopo. La domenica, quando suo figlio è passato a prenderlo, gli ha detto: «Sono sfinita». Lui ha sorriso come a una battuta: «Eh, sei la nonna!», baciandole la guancia. Nella nota ha scritto: «Ho badato al nipote per due giorni». Accanto ci ha messo un cuoricino, per non sentirsi solo obbligata.
A marzo la cugina la chiama: ha bisogno di soldi fino allo stipendio. «Mi servono per le medicine, capisci». Lei capisce. Li trasferisce senza chiedere restituzioni. Poi in cucina, fa i conti per arrivare alla paga, rinunciando al cappotto nuovo che sogna da mesi. Il cappotto non era un lusso quello vecchio ormai è lucidissimo sui gomiti.
Nella nota scrive: «Ho aiutato la cugina». Non scrive: «Ho rimandato il mio acquisto». Le sembra poca cosa, non degna di essere messa nero su bianco.
Ad aprile, al lavoro, una delle ragazze, giovane e con gli occhi gonfi, si blocca in bagno e non riesce a uscire. Piange piano, ripete che lhanno lasciata e che non serve a nessuno. Bussa e le dice: «Dai, apri, sono qui». Poi si siedono sulle scale che ancora odorano di pittura fresca, ascolta in silenzio il nastro delle sue paure. Quando cala il buio si accorge daver perso la lezione di ginnastica, prescritta dal medico per il mal di schiena.
A casa si stende sul divano e sente il dolore che punge nella schiena. Vorrebbe arrabbiarsi con la ragazza, ma la rabbia si rivolge a se stessa: perché non so mai dire devo andare a casa? Nella nota compare la voce: «Ho ascoltato e sostenuto Giulia». Ha scritto il nome apposta, per sentire calore. Ma non ha aggiunto: «Ho saltato ciò che era per me».
A giugno accompagna una collega, Anna, con le borse fino alla casa in campagna, lauto di Anna si è rotta. Durante tutto il tragitto la collega litiga col marito al telefono, senza chiederle se a lei sta bene fermarsi. Lei fissa la strada e tace. Arrivate, Anna scarica le borse dicendo: «Grazie, tanto era sulla tua strada». Ma non lo era. Lei deve rientrare nel traffico e arriva a casa tardi, senza passare dalla mamma, che poi si offende.
Nella nota scrive: «Ho accompagnato Anna in campagna». Quella frase «tanto era sulla tua strada» le rimane in testa per ore, nitida anche quando il display si spegne.
Ad agosto, una notte la chiama la mamma. Voce tremolante: «Sto male, ho la pressione alta, ho paura». Lei si alza di scatto, infila la giacca e chiama un taxi nella città addormentata. Nellappartamento della madre laria è pesante, il tavolo pieno di pillole sparse e il misuratore di pressione pronto. Le controlla la pressione, le dà la pastiglia, si siede accanto al letto finché la madre si addormenta.
La mattina va direttamente al lavoro. Sulla metro lotta per non chiudere gli occhi e saltare la fermata. Nella nota aggiunge: «Stanotte sono stata da mamma». Le viene da mettere un punto esclamativo, poi lo cancella subito, per paura di sembrare troppo.
Col passare dei mesi, la lista si allunga. Una striscia infinita che può scorrere e scorrere. Più diventa lunga, più spesso si sente come se invece di vivere, compilasse una relazione. Come se le si dovesse voler bene per ricevuta, e quel file servisse a mostrare che sì, qualcosa lo fa davvero.
Tenta di ricordarsi lultima voce rivolta a se stessa. Non «per sé» nel senso vago, ma proprio «grazie a sé». Tutto parla degli altri: le loro sofferenze, richieste, programmi. I suoi desideri sembrano capricci da nascondere.
A ottobre succede qualcosa che non fa rumore, ma lascia un graffio. Va a trovare il figlio per portargli dei documenti stampati. Rimane in piedi nellingresso con la cartellina in mano; lui cerca le chiavi, parla al telefono. Il nipotino corre gridando che vuole i cartoni. Il figlio con la mano copre il microfono: «Già che ci sei, puoi andare a prendere latte e pane? Non faccio in tempo».
Lei si azzarda: «Anchio sono stanca». Il figlio neppure la guarda: «Ma tu puoi. Ti sei sempre resa disponibile». E riprende la chiamata.
Queste parole sono un sigillo. Non una richiesta, ma un dato di fatto. Sente qualcosa di bollente crescere dentro, accompagnato dalla vergogna. Vergogna di voler dire no. Di non voler più essere sempre perfetta.
Intanto va lo stesso a fare la spesa. Latte, pane, anche mele: il nipote le adora. Porta tutto e sente un «Grazie, mamma», meccanico, come una nota a margine. Sorride come ha imparato, poi esce.
A casa apre la nota e scrive: «Fatto la spesa per mio figlio». Fissa la riga a lungo. Non è stanca, stavolta le tremano le dita dalla rabbia. Capisce che ormai quella lista non la sostiene più, la tiene solo legata.
A novembre si prenota dal medico: la schiena fa sempre più male, ormai non sta più nemmeno in piedi in cucina. Prenota con lo SPID, trova un appuntamento sabato mattina. Il venerdì la chiama la mamma: «Passi domani? Ho bisogno della farmacia e poi sono sola».
Risponde: «Domani ho il dottore». La mamma tace una frazione di secondo: «Va bene. Allora non ti servo».
Questa frase ha sempre effetto. Di solito si affretta a giustificarsi, a promettere che passerà dopo, a spostare tutto. Sta per dirle «Dopo il medico vengo io», ma si ferma. Quello che sente non è durezza, è stanchezza. Allimprovviso le appare chiaro che anche la sua vita pesa qualcosa.
Risponde piano: «Mamma, passo dopo pranzo. È importante andare al dottore».
La mamma sospira come se la lasciasse al freddo. «Come vuoi», dice, e in quel tono cè tutto: il rimprovero, labitudine, la delusione.
Non dorme bene. Sogna di correre in corridoio stringendo cartelle, mentre le porte si chiudono una dopo laltra. Al mattino si fa la colazione, prende le pastiglie dimenticate in farmacia, esce di casa. In sala dattesa ascolta le chiacchiere su referti e pensioni senza pensare alla diagnosi, ma piuttosto che sta facendo qualcosa per se stessa, finalmente, e che la cosa la spaventa.
Dopo la visita va dalla mamma come promesso. Compra le medicine, sale al terzo piano. La madre la accoglie in silenzio ma poi le chiede: «Comè andata dal medico?»
Risponde: «Ci sono andata». E aggiunge, senza scusarsi: «Ne avevo bisogno».
La mamma la guarda come se vedesse una persona, non una funzione. Poi si gira e va in cucina. Tornando a casa, sente in petto una leggerezza strana. Non felicità, ma spazio nuovo.
A dicembre, a fine anno, si scopre ad aspettare il weekend, non come una pausa, ma come unopportunità. Sabato mattina il figlio scrive ancora: «Puoi prendere il nipote un paio dore? Abbiamo delle cose da sbrigare». Le dita scrivono subito «sì».
È seduta sul bordo del letto, il telefono caldo tra le mani. In camera cè silenzio, solo il termosifone che scrocchia. Ripensa a come aveva progettato la giornata: voleva andare in centro, visitare una mostra, finalmente. Desiderava camminare tra i quadri, stare zitta, non sentirsi chiedere dove stanno i calzini o cosa comprare per cena.
Scrive: «Oggi non posso. Ho già degli impegni». Invio, poi il telefono a faccia in giù, come a proteggersi dalla risposta.
Dopo un minuto arriva il messaggio. «Va bene», risponde il figlio. Poi ancora: «Hai qualcosa che non va?»
Gira il telefono, legge, sente la solita voglia di giustificarsi, spiegare, alleggerire. Potrebbe scrivere una risposta lunga: che è stanca, che anche lei ha bisogno di vivere. Ma sa che le spiegazioni si trasformano sempre in trattative, e non vuole dover trattare la sua libertà.
Scrive soltanto: «No. È importante per me». E basta.
Si prepara con calma, come per andare al lavoro. Guarda il ferro spento, le finestre chiuse, prende borsa, carta, caricabatteria. Alla fermata aspetta tra persone con borse e pacchi, e allimprovviso si sorprende a pensare che adesso non deve salvare nessuno. La sensazione è nuova, ma non le fa paura.
Al museo cammina piano. Guarda le facce nei ritratti, le mani, la luce dentro i quadri. Sente che sta imparando ad ascoltare, ma questa volta, se stessa. Si regala un caffè nel piccolo bar, compra una cartolina illustrata e la infila in borsa. Il cartoncino è ruvido, piacevole tra le dita.
Quando rientra il cellulare resta in borsa, lo ignora per prima cosa. Si toglie il cappotto e lo appende, si lava le mani, mette su il tè. Poi si siede e apre la nota Cose Buone. Scorre verso il basso, alla data di oggi.
Guarda la riga vuota a lungo. Poi preme più e scrive: «Sono andata al museo da sola. Non ho sacrificato le mie cose per quelle di altri».
Si ferma. Le parole per non sacrificare me le sembrano troppo forti, quasi unaccusa. Le cancella e scrive qualcosa di più semplice: «Sono andata al museo da sola. Ho avuto cura di me».
Poi fa una cosa mai pensata prima. Apre due righe in alto, divide la lista in due. A sinistra scrive: Per gli altri. A destra: Per me.
Nella colonna Per me, per ora, cè solo una voce. La osserva e sente nascere qualcosa che si raddrizza dentro, come una schiena dopo un buon esercizio. Non ha bisogno di dimostrare agli altri dessere una brava persona. Deve solo ricordarsi di esserci anche lei.
Il telefono vibra ancora. Non si precipita a rispondere. Versa il tè, ne sorseggia un po e poi guarda lo schermo. Un messaggio breve dalla mamma: «Come stai oggi?»
Risponde: «Bene. Domani passo io, ti porto il pane». E aggiunge, prima di inviare: «Oggi avevo altro da fare».
Invia e lascia lì il telefono, con lo schermo visibile. In casa cè silenzio, e non la opprime. È uno spazio finalmente suo.






