Due mogli: Una storia di passione e segreti nell’Italia contemporanea

La non partoriente è già quasi una mezzafemme così mi dice la suocera, mentre io, Marta, sospiriavo con un sorriso amaro.
Non ascoltare, intervenne improvvisamente la zia Luisa, quasi sorda, Dio sa quello che fa. Sa anche che ancora non è il momento per te di avere un figlio, perché Lui vede tutto in anticipo.
Ma, zia Luisa come lo vedi? Da cinque anni siamo qui e io desidero tanto un bambino le lacrime rigavano le guance di Marta.

Marta non parlava spesso di questo dolore; lo custodiva in silenzio nel cuore, e solo quando tornò al suo paese dorigine, a dieci chilometri dalla sua città natale, per visitare la tomba della madre, si sedette a chiacchierare con la vecchia vicina sorda.

È vero, è doloroso. Ma non sono noi a cercare i figli, sono loro a trovarci. Sii paziente, ragazza.

Il villaggio di San Martino, nella provincia di Pavia, era quasi morto. Le case consumate da anni si accovacciavano verso il fiume, come se volessero rendergli lultimo omaggio. Marta doveva tornare a casa dal marito, Nicola, a Ispra, un grande paese vicino, dove luscita dal villaggio doveva avvenire al tramonto. Da bambina temeva il bosco e i campi di notte, un timore infantile che ancora la accompagnava.

Marta era nata lì. Sei anni prima, era rimasta sola: il padre morì in guerra e la madre morì giovane. Si mise a lavorare come mungitrice nella cooperativa agricola locale. Lì, in un caldo giugno, incontrò il suo futuro sposo, Nicola. Era il suo diciassettesimo anno e il suo primo anno alla fattoria. Il tragitto era lungo, ma Marta correva volentieri, nonostante le mani dolorassero al primo latte.

Una mattina una pioggia torbida la colse sulla strada. Il cielo si coprì di nubi minacciose e un tuono gracchiante rimbombò. Tutto sembrava inclinato verso un solo lato. Marta si rifugiò sotto un capanno di legno ai margini del villaggio. Seduta sul pavimento, intrecciò le trecce nere, raccogliendo lacqua della pioggia. Allimprovviso, tra i getti obliqui, vide avvicinarsi un giovane dal cappotto a quadri, i pantaloni arrotolati sopra il ginocchio. Luomo si tuffò sotto il tetto, la osservò e sorrise:
Che regalo! Io son Nicola, e tu chi sei?
Marta, spaventata, sentì il cuore battere forte nella penombra. Si mutò a lato del capanno.
Ti ha colto il fulmine o sei muta fin dalla nascita? scherzò lui.
Non muta. Mi chiamo Marta.
Hai freddo? Vuoi scaldarti? continuò a stuzzicarla, ma rimase a distanza. Siamo rimasti sotto la pioggia tutto il giorno. Vengo dal cooperativa.
Lui scherzò ancora un po, poi si avvicinò così tanto da farle tremare il vestito, e Marta, presa dal panico, scappò sotto la pioggia, correndo come una pazza. Il bosco cupo sembrava inghiottirla.

Qualche tempo dopo, Nicola tornò a lavorare temporaneamente come capobranco. Marta lo guardò con un misto di rabbia e curiosità, e lui iniziò a corteggiarla con serietà. Quella prima incontrò lombra di un futuro.

Il matrimonio fu un tuffo di gioia per Marta, ma la vita nella famiglia di Nicola e nel villaggio sconosciuto era ancora incerta. La suocera, Giulia, si rivelò severa e malata, distribuendo i compiti con occhio vigile. Marta, però, non si lasciò abbattere; era laboriosa e tenace, anche se le critiche della suocera la ferivano. Sei arrivata senza dote, orfana, senza nulla, la accusava. Col tempo, Giulia si calmò, vedendo lingegnosità di Marta, ma le lamentele continuavano: un anno, poi due, e ancora nessuna gravidanza.

Sei una donna rovinata, una non partoriente la suocera la colpì ancora. Che futuro ha questa casa senza nipoti?

Marta pianse sulle spalle di Nicola; lui rimproverò la madre, ma la suocera rimase furiosa. Nessuno guardava Nicola se non quando Marta gli portava il latte.

Marta non perse la speranza. Andava da una infermiera, correva di nascosto al parroco del villaggio vicino per ricevere rimedi contro linfertilità. La vita scorreva tra le stagioni. La famiglia Nikiforo era modesta, ma nei tempi difficili del dopoguerra avevano sempre qualcosa da offrire. Una mattina, Nicola portò a casa mezzo sacco di grano umido.

Oggi non è giorno di festa, mamma, non voglio che ti preoccupi le disse Marta, mentre la suocera sbraitava:
Non è colpa tua! Non è giusto!

Marta temeva per lui, ma Nicola continuava a portare anche i rifiuti del campo a casa. Le notti erano insonni; Marta sedeva sul letto, piegava le gambe e aspettava luomo.

Una sera, al crepuscolo di novembre, il vento gelido sfondò la porta e la pioggia colpì il viso di Marta. Si avventurò fuori, trovando un cappotto di tela, una gonna, una maglietta e gli stivali di gomma che avevano vissuto sotto il letto. Il vento le accarezzò le guance mentre camminava verso il confine del villaggio, dove i cani erano rimasti a casa e il cane fedele Fido la seguiva. Arrivò davanti a una vecchia stalla ai margini del paese. Era notte e il campo era avvolto dalloscurità, un luogo che Marta temeva da bambina.

Mentre la pioggia batteva sul terreno freddo, udì una risata leggera provenire dalla stalla. Era la voce di Katia, una giovane donna del villaggio vicino, che lavorava con lei nella cooperativa. Katia, una volta vivace e spavalda, era diventata più riservata, e la gente del villaggio la sospettava di avere una relazione segreta.

Marta si avvicinò, ma la risata si spezzò: un altro uomo era lì, il marito di Katia, Marco. La tensione crebbe, ma la pioggia continuava a scrosciare, coprendo ogni parola.

Il giorno seguente, la polizia e il presidente della cooperativa arrivarono al villaggio. La suocera di Marta piangeva, afferrando il giubbotto del presidente. Il padre di Nicola lo guardava in silenzio, e Marta cercava di tenere su il marito, sostenendo la suocera caduta. Quattordici persone furono portate al tribunale; tutti furono poi caricati su un camion e condotti in città per il processo.

Marta guardò indietro e vide Katia, silenziosa, sotto gli alberi di betulla. Larresto scosse tutto il villaggio, ma nessuno osava parlarne apertamente. La suocera si adagiò sul suo letto, il suocero si indebolì, e Marta non riusciva più a dormire.

Passarono giorni, Marta, stanca, tornava dalla fattoria con il latte, quando aprì la porta di casa e trovò Katia seduta al tavolo con le mani sul pancione. Accanto a loro cerano il suocero e la suocera, entrambi abbattuti.

Ciao, Marta disse Katia con una voce calma. Ho partorito un bambino; è il piccolo Edoardo.
Marta rimase senza parole, la suocera le diede un fazzoletto e piangeva. Katia spiegò che il giudice aveva condannato Nicola a dieci anni di carcere per crimini politici, ma che in realtà erano solo “colpevoli” di aver tradito il regime.

Marta ascoltò, incredula, mentre Katia raccontava:
Io non volevo più restare al villaggio, volevo andare in città, studiare, lavorare. Ho pensato di sposarmi con Marco, ma lui è tornato e ha voluto lasciare il bambino. Perciò sono qui, a chiedere a voi di crescere il suo figlio.

La suocera, in lacrime, implorò Marta di accettare il nipotino. Marta, senza parole, iniziò a filtrare il latte. Katia e il suocero si alzarono per prendere le cose.

La suocera, disperata, chiese:
Dove metteremo il bambino? Nella stalla? È il nostro futuro.

Marta prese della paglia dal cortile e la sistemò sul pavimento vicino al focolare, coprendola con una coperta fatta a mano. Era il nuovo letto del piccolo.

Gli inverni si fecero più lunghi e freddi; la suocera si ammalò gravemente. Katia, nonostante la tensione, si avvicinò a Marta e la difese quando la donna era troppo dura. Marta passava le giornate a mungere, guardando fuori dalla piccola finestra il bosco bianco e pensava al suo futuro. Non poteva più tornare al villaggio dinfanzia; il vento sibilava contro le pareti e la distanza dal lavoro era di dieci chilometri.

Spesso ricordava la madre, chiedendosi che cosa direbbe vedendo la figlia così. Due mogli nella stessa casa, chi è la capo? era il suo pensiero. Ma la madre, donna fiera, avrebbe sorriso e detto: Sii forte, figlia mia.

Il piccolo Edoardo crebbe, ma il suo sorriso sembrava più legato a Katia che a Marta. La suocera continuava a lamentarsi:
È tutto per Nicola, lo sai?

Marta, stanca, iniziò a fare amicizia con Vera, una nuova mungitrice arrivata dal sud. Vera le raccontò della vita in città, dei sogni di diventare infermiera. Marta le confidò la sua storia, e Vera rimase scioccata dal fatto che due donne vivessero sotto lo stesso tetto con un solo uomo. Vera la consigliò di andarsene.

Marta però non poteva. Il bambino, ormai di nome Edoardo, si avvicinava a lei più di ogni altra cosa. La vita nella fattoria continuava, e il giorno di San Martino, Marta preparò dei dolci con quattro mestoli di farina. Katia, in cerca di divertimento, si vestì di perline bianche e corse via. La suocera, seduta accanto a Marta con Edoardo in braccio, le disse:
Non è facile, ma dobbiamo crescere questo bambino.

Marta, con le mani stanche, rispose:
Forse è il destino a decidere dove andiamo, ma il cuore non può essere negato.

Il giorno dei festeggiamenti arrivò, ma la fattoria doveva ancora mungere. Marta non sapeva più cosa fare, ma il pensiero del piccolo le dava la forza.

Nel frattempo, il villaggio cambiò: furono costruite nuove case, arrivarono nuove donne a lavorare, e Marta fece amicizia con una collega, Elisa, che la incoraggiò a studiare tessitura a Varese. Marta iniziò a sognare una vita diversa, ma il ricordo di Nicola, il marito incarcerato, e della sua mancanza di figli la perseguitava.

Un giorno, mentre stava raccogliendo il latte, sentì il rumore di un treno in lontananza. Un carrettista la fermò e le offrì un passaggio su un carrello. Marta accettò, chiedendo un piccolo aiuto a chi le aveva dato due euro per il viaggio.

Il carrettista le disse:
Ti porto dove vuoi, ma ricorda che la vita è un sentiero pieno di ostacoli.

Marta, con il cuore colmo di speranza, salutò il villaggio, lasciandosi alle spalle la stalla, la suocera e le liti. Salì sul treno che la avrebbe portata a Milano, dove cerano scuole per apprendisti tessitori.

Mentre il treno fischiava, Marta guardò fuori dal finestrino, vedendo i campi scorrere, e capì che ogni fine è un nuovo inizio.

La sua storia, tra pioggia, tradimenti e speranze, si concluse con una lezione semplice ma profonda: la forza di chi non smette mai di credere in sé stesso può trasformare il dolore in nuova vita, perché la vera ricchezza non è il denaro o il sangue, ma la capacità di ricostruirsi quando il mondo ti spinge a cadere.

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