CI SONO DUE SORELLE
Cera una volta, in un piccolo paese vicino a Parma, due sorelle molto diverse tra loro. La maggiore si chiamava Valentina – bella come una giornata di sole, lavorava sodo ed era benestante. La minore, invece, si chiamava Livia, ed era finita nel tunnel dellalcolismo. Ormai, arrivata a trentadue anni, Livia si era lasciata andare: magrissima, con il viso gonfio e segnato, i capelli opachi e disordinati, la pelle quasi trasparente. Era irriconoscibile.
Valentina non aveva mai smesso di tentare di aiutare Livia: laveva portata nei migliori centri di recupero, fatto visitare da medici e anche da qualche maga famosa nei paesi dellEmilia, ma niente. Aveva perfino comprato a Livia un appartamentino in centro a Parma, intestato però a sé stessa, per non rischiare che la sorella lo vendesse per comprarsi da bere. Ma dopo sei mesi, dellappartamento non era rimasto altro che un vecchio materasso lurido, dove Livia, ormai alla fine delle forze, era stesa quando Valentina venne a salutarla prima di trasferirsi definitivamente allestero.
Livia non riusciva più neanche a parlare, riuscì solo a socchiudere appena gli occhi gonfi e intravedere il profilo sfocato della sorella, in controluce dietro la finestra appannata e sporca. Sul pavimento, bottiglie vuote: i soliti amiconi di bevute non le facevano mai mancare compagnia. Valentina non aveva il cuore di lasciarla lì a morire da sola; sapeva che se lo avesse fatto la sua coscienza non le avrebbe dato pace.
Così, per sentirsi almeno un po in pace con sé stessa, pensò di portare Livia dalla loro prozia Olga, in un paesino sperduto dellAppennino che si chiamava Castagnaro. Zia Olga era la sorella della loro mamma, una donna che vedevano di rado, ma che ricordavano soprattutto per le sue visite cariche di regali genuini: marmellate fatte in casa, mele profumate, e funghi secchi.
Valentina chiese aiuto a un vecchio amico, avvolsero Livia in una coperta e la posero sul sedile posteriore della Fiat Punto di lui, partendo verso Castagnaro. Trovare la casa non fu difficile: cinque vecchie case, due galline che razzolavano libere ed ecco dove viveva la zia. Adagiarono Livia sul letto della zia Olga. Valentina mise una mazzetta di cinquanta euro sul tavolo e disse: Sta male, io devo partire, zia Olga. Qui ci sono i soldi per il funerale, magari un giorno tornerò a cercare la tomba. E questa è la chiave dellappartamento di Livia, ora è tua.
La zia Olga aveva 68 anni, ancora energica, abituata a vivere sola con la sua capretta Bianca e sette galline. Srotolò subito la coperta per verificare che Livia respirasse ancora e poi mise il caffè dorzo sul fornello, come si fa in montagna. Tagliò miscelando erbe della montagna che conservava in sacchetti di tela, aggiunse bacche raccolte destate e, quando lacqua bollì, preparò un infuso e lo lasciò riposare. Per tre giorni, Livia bevette solo questi infusi dolcificati con il miele, che la zia le faceva trangugiare con un cucchiaino ogni mezzora, anche di notte.
Al quarto giorno, iniziò a darle anche latte fresco della capra Bianca, sempre con il cucchiaino. Poi vennero i brodini vegetali e il brodo di gallina, perché la zia Olga non esitò a sacrificare due delle sue per aiutare la nipote in fin di vita. Solo dopo un mese, Livia riuscì a sedersi da sola sul letto. Era già inverno e la zia la caricava sulle slitte, avvolta in una vecchia coperta e uno scialle di lana per portarla alla piccola baita di legno; nella stufa a legna faceva bollire altre erbe profumate e con i decotti la lavava, rassettandole i capelli che pian piano tornavano forti e brillanti, profumati di prato e di estate.
Zia Olga riversò tutto il suo affetto, la pazienza e la dolcezza che aveva accumulato negli anni in quella nipote sola e malata. Goccia a goccia, cucchiaino dopo cucchiaino, riuscì a riportare in vita Livia. Le cliniche costose e le maghe non avevano potuto nulla, ma una semplice zia di campagna sì. Livia ce la fece. Si rimise completamente grazie al latte di capra profumato di trifoglio, alle uova fresche delle galline, ai pomodori dellorto, e alle carezze della zia. I capelli divennero di nuovo setosi, sulle guance spuntò il colore, e alla fine si scoprì che, sotto tutto quel male vissuto, la piccola Livia era davvero bellissima, con due occhi azzurri vivacissimi.
Poco a poco prese ad aiutare Olga nei lavori di casa, si affezionò agli animali, imparò a mungere la capra Bianca, raccoglieva le uova fresche ogni mattina e cucinavano insieme cose semplici con le verdure dellorto. Livia aveva voltato pagina, lasciando il passato dove meritava. Le piaceva questa nuova vita, tranquilla, scandita dal profumo della legna che scoppietta e dal verso delle galline.
In primavera, ogni giorno andava in riva al piccolo torrente a dare da mangiare alla mamma-anatra e ai suoi anatroccoli. E poi, un giorno, scoprì di saper lavorare alluncinetto: la zia le insegnò a fare centrini, poi scialli. Un giorno andarono insieme a Bologna a comprare gomitoli di lana colorata, e da lì Livia iniziò a creare scialli soffici, caldi, pieni di motivi originali. Arrivarono i primi ordini, a decine, e Livia iniziò a guadagnare bene.
Dopo tre anni, la bella Livia riuscì a convincere la zia Olga a trasferirsi con lei in una tranquilla cittadina della Liguria, affacciata sul mare blu, dove, mettendo insieme i risparmi della zia e i soldi ricavati dalla vendita degli scialli che ormai erano famosi tra le signore di tutta la regione, comprarono una casetta con giardino e alberi di limone.
Di mattina, la capra Bianca traslocata lì su un furgoncino speciale pagato da Valentina, per non rompere le vecchie abitudini si avvicina al muretto del giardino, si allunga sui rami bassi e sgranocchia una mela, guardando il mare e la vita scorrere calma. In acqua, tra le onde, nuotano le sue due donne preferite: la zia Olga e Livia, che ridono felici e si tengono per mano.
E il bello, sai qual è? Questa storia è proprio vera.






