DUE SORELLE… C’erano una volta due sorelle. La maggiore, Valentina, bella, di successo, benestante…

DUE SORELLE…

Nel cuore della provincia italiana, vivevano due sorelle, legate dal sangue ma lontane come il giorno e la notte. La maggiore, Valentina, era una donna di grande bellezza, sempre elegante, con il successo che la seguiva come unombra fedele. Viveva in un elegante appartamento sulle colline di Firenze, guidava una Lancia nuova fiammante e aveva investito con cura sulla sua ascesa sociale. La minore, invece, era Silvia: il suo viso raccontava storie di sbronze e notti disperate nei bar di periferia. A trentadue anni, Silvia sembrava più una vecchia contadina che una giovane donna: magra, il volto gonfio e violaceo, occhi quasi invisibili tra le palpebre pesanti, i capelli arruffati e sporchi, privi di vita.

Valentina aveva provato di tutto pur di salvare la sorella dalla rovina: la portava in costose cliniche a Milano, si era persino affidata a vecchie guaritrici di paese. Inutilmente. Aveva comprato a Silvia un piccolo bilocale a Siena, intestato però a sé stessa: temeva che la sorella potesse venderlo per una bottiglia di grappa. Dopo sei mesi, dellarredo era rimasto solo un materasso lurido. Lì, semi-incosciente tra bottiglie svuotate da lei e dai barboni della zona, Silvia stava morendo quando Valentina entrò, in silenzio, a dirle addio: sarebbe partita per un lavoro fisso in Svizzera e non sapeva se avrebbe mai visto di nuovo la sorella.

Silvia non riusciva nemmeno più a parlare; sollevò appena le palpebre gonfie, scorgendo confusamente la figura di Valentina in controluce contro la finestra sporca. Volavano tra i rifiuti voci sorde, frammenti di vita. Valentina si sentiva stritolare dal senso di colpa: come poteva abbandonarla lì, da sola, a morire? Così nel tentativo di salvare almeno la propria coscienza, decise di portare Silvia dalla loro zia, nella campagna del Chianti.

Di zia Olga, sorella della loro defunta madre, le sorelle conservavano solo vaghi ricordi d’infanzia: la donna arrivava da un minuscolo paese, Greppo, portando conserve e le mele rosse dal profumo inebriante, funghi secchi raccolti nei boschi. Valentina ricordava appena il nome del paese, ma sperava che la zia fosse ancora viva, visto che al funerale non era stata avvisata.

Con laiuto di un conoscente, avvolsero Silvia in una coperta e la adagiarono sul sedile posteriore della macchina, attraversando le colline coperte di viti e cipressi. Quattro casupole, tutte lì: ecco Greppo. Trovarono la casa di zia Olga, appoggiarono Silvia sul letto della zia; Valentina posò sulla tavola qualche mazzetta di euro. Sta morendo, zia Olga. Io devo andare. Qui cè tutto anche per la lapide e linferiata del cimitero. Se potrò, tornerò a cercare la sua tomba. Lasciò anche la chiave dellappartamento di Silvia.

Rinunciò al tè caldo che la zia le offrì e sparì.

Olga, ultrasessantenne energica e solitaria, scoprì che la nipote era ancora viva, seppur a stento. Mentre il vecchio samovar italiano (eredità di famiglia, ormai usato solo per le feste) diffondeva il primo calore, la zia mise in infusione erbe essiccate in un grosso thermos di tela, aggiunse bacche amarene e miele dacacia, trapuntando tutto con profumi di campagna. Ogni mezzora, anche di notte, versava a forza il decotto nella bocca di Silvia con una cucchiaina.

Al quarto giorno, iniziò a integrare il latte appena munto dalla sua capra, Marta, sempre un cucchiaino per volta. Poi vennero i brodi di verdura, e di pollo: due delle sue sette galline sacrificate per la nipote morente. Dopo un mese, Silvia riuscì finalmente a stare seduta nel letto. Era inverno, e la zia la portava alla minuscola stufa della casetta di campagna, ben avvolta in uno scialle lanoso ricamato a fori larghi, lavandola con infusi di erbe profumate. Olga le pettinava dolcemente i capelli, che già iniziavano a brillare di nuova vita.

Zia Olga diede tutta la tenerezza mai spesa nella vita a Silvia, colmandola dattenzioni come fosse la figlia che non aveva mai avuto. Così, cucchiaino dopo cucchiaino, insieme agli infusi le aveva trasfuso la forza dellamore famigliare. Le cliniche costose e le streghe non lavevano salvata, ma la zia sì.

Silvia tornò a vivere. Rinforzata dal latte dolce e profumato di Marta, dagli omeletti fumanti con le uova fresche ogni mattina, dal pane casereccio e dalle verdure dellorto. I capelli diventarono setosi, le guance si colorarono di rosa, e i suoi occhi azzurri, finalmente limpidi, brillavano di una bellezza nuova. Cominciò ad aiutare la zia nella stalla, imparò a mungere Marta e a raccogliere le uova ogni giorno, integrandosi poco a poco nella quotidianità rurale.

La vita precedente era ormai solo uneco lontana: Silvia si commuoveva per la luce dellalba sulle vigne, i fiori che spuntavano a primavera, i cieli tersi e i giochi dei papaveri nel vento. Lungo il ruscello vicino, una madre anatra conduceva i suoi anatroccoli; Silvia correva a portare loro crosta di pane, ridendo come una bambina. Scoprì anche un dono nascosto: la zia le insegnò larte delluncinetto. Allinizio, piccole presine, poi con i filati pregiati acquistati insieme alla fiera di Firenze cominciò a creare scialli grandi, leggeri e meravigliosamente intrecciati, ispirati dalla natura toscana.

Le richieste per i suoi scialli unici arrivarono da tutta la provincia; Silvia guadagnava ora cifre che mai aveva immaginato. Tre anni dopo, con i risparmi della zia e i suoi ricavati delle vendite, lascia Greppo e porta la sua cara Olga a vivere con lei in una piccola casa bianca, affacciata su un giardino profumato e sul mare della Liguria.

La capretta Marta (la cui traversata nel furgoncino è stata generosamente finanziata da Valentina dalla Svizzera) passeggia pigramente sotto il melo del giardino, masticando una mela e osservando il blu del mare. E là, in quellacqua calda e accogliente, ogni mattina si bagnano due donne felici, salvate l’una dallaltra.

E la meraviglia più grande? Tutto questo è successo davvero.

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