Due uomini sulle spalle: come ho trasformato la mia casa (e la mia vita) liberandomi da “ospiti” indesiderati e ritrovando la felicità

Due uomini sulle spalle

Allora! Scegli: o me, o tuo fratello e quella comitiva di ragazze che ti porti dietro! Hai proprio esagerato. Prima hai appioppato tutta la tua famiglia sulle mie spalle, e adesso arrivano anche donne mai viste? Eh, vi siete sistemati bene, vedo!

Giulia era in piedi in mezzo alla camera da letto, tremante dalla rabbia. Nella mano allungata con disgusto stringeva una prova schiacciante una calza di nylon sconosciuta. Laveva appena tirata fuori da sotto il letto e aveva capito subito che non era sua.

Davide, invece di scusarsi o almeno fingere rimorso, fece una smorfia come se fosse lei, Giulia, ad aver portato in casa un uomo sconosciuto. Continuava a dondolarsi nervosamente sui piedi, lanciando occhiate impazienti verso il corridoio.

Dai, Giulia, basta fare scenate. Esageri sempre, sbuffò Davide innervosito. È solo mio fratello, il tuo cognato, tra laltro. Avrà portato una ragazza una volta, ti dà fastidio?

A Giulia non dava fastidio. Provava altro, qualcosa di freddo e viscido. Repulsione. Come se avesse calpestato una pozzanghera con le scarpe nuove.

Vedeva come Davide cercava con lo sguardo il sostegno di chi aveva ormai occupato il loro appartamento da sei mesi. Stefano, il fratello, neanche si degnò di alzare un dito.

Questa è casa mia, e non voglio gente estranea qui, sibilò Giulia a fatica, trattenendo il nervoso. E anche tuo fratello, volendo. Compratene una tua, così la riempi di chi vuoi, perfino un elefante. Ma dalla mia prego di uscire.

Stavolta fu Davide a restare sorpreso. Ma per Giulia non cera niente di sorprendente era solo il risultato naturale.

Uff, Davide, andiamocene và, disse Stefano svogliatamente dal salotto. Troviamo un buco dove stare, almeno niente grane. Via la zavorra, lo sai.

Davide reagì come avesse ricevuto un ordine. Con ostentazione tirò fuori una borsa sportiva dallarmadio e ci buttò dentro le sue cose alla rinfusa: magliette, jeans, il caricabatterie, la biancheria.

Te ne pentirai, Giulia, sbottò senza guardare la moglie. Chi vuoi che ti voglia senza di me…

Uscendo, sbatterono la porta così forte che parve tremare persino il cristallo della credenza.

Giulia rimase sola, in un silenzio allimprovviso assordante. Si sedette sul letto, stringendo ancora nella mano la calza maledetta. Come aveva permesso tutto questo? Quando il suo bilocale ereditato dalla nonna era diventato un dormitorio?

…Giulia aveva conosciuto Davide due anni prima. Erano diversi in tutto. Lei silenziosa, timida, con difficoltà a legare con gli altri. Lui chiacchierone, perpetuamente in movimento. Erano entrambi studenti, ma Davide già arrotondava guidando un taxi e faceva il galante. Le portava cioccolatini, recitava poesie, ogni tanto la portava al ristorante. A Giulia, brava ragazza e riservata, sembrava il massimo della seduzione.

La proposta di andare a convivere era arrivata probabilmente troppo presto: dopo appena un paio di mesi.

Non posso stare senza di te, piccola, le sussurrava abbracciandola. Voglio addormentarmi e svegliarmi solo con te.

Giulia si era sciolta alle sue parole. Solo dopo scoprì che, in realtà, Davide era stato sfrattato dalla stanza per il troppo rumore e aveva avuto bisogno urgente di un posto. Ma lei aveva voluto credere che fosse solo una coincidenza, le difficoltà capitano a tutti.

Avevano vissuto tranquilli nel loro piccolo mondo. Giulia correva la mattina alle lezioni, la sera faceva lezioni private per riempire il frigo. Anche Davide contribuiva. Ma dopo due anni nella loro pace arrivò il terzo incomodo.

Davide, avevi detto che tuo fratello veniva per luniversità, magari invitalo una volta, dai, siete fratelli propose un giorno Giulia.

Allepoca non sapeva che a Stefano sarebbe piaciuto così tanto, da arrivare un giorno sì e uno no, poi ogni sera, poi rimanere a vivere da loro. E lei, abituata ad ospitare, apparecchiava per due uomini, puliva, lavava, sistemava lenzuola, tutto da sola. Non sapeva nemmeno che Stefano avrebbe scordato velocemente luniversità.

Stefano, ma non sei uno studente? Non ti danno il posto in collegio? chiese Giulia al terzo mese.
Non sono passato, comunicò lui con calma. Riprovò lanno prossimo.

Giulia era terrorizzata. Aveva ormai capito che Stefano non avrebbe mai lasciato da solo la casa: una sala tutta per sé, cibo pronto e nessun pensiero. Passava le giornate a dormire, smanettare col telefono e usciva solo la sera.

Le cose peggiorarono quando Davide lasciò il lavoro al supermercato dove era stato per un anno.

Il capo era scemo, spiegò. Tante pretese e soldi da schiavo. Non ti preoccupare, guido il taxi intanto che cerco qualcosa di serio.

La ricerca si rivelò lunga. Le corse in taxi erano rare. E così tutto il giorno in casa restavano due uomini grandi, sempre appoggiati sulle spalle di Giulia.

Farcela economicamente diventava ogni giorno più arduo. Gli alimenti sparivano in un attimo. Una padella di polpette fatta durare due giorni non resisteva una sera. Le bollette salivano. E Stefano e Davide nemmeno accennavano ad aiutare.

Giulia tornava distrutta dal lavoro e trovava mucchi di piatti sporchi. I vestiti sudici a terra in bagno. Nei cantoni, la polvere si accumulava.

Quando tentò di protestare la prima volta, Davide la fissò stupefatto.

Ma che vuoi, Giulia? Ti brucia davvero un piatto in più? Sta attraversando un brutto momento, è difficile adattarsi in città. Sii più comprensiva, sei pur sempre una donna.

Ogni volta la facevano passare per una strega avara che rinfacciava pure il cibo. E lei, mordendosi la lingua, si rimetteva a cucinare, a pulire anche per loro, temendo di mandare in frantumi quella pace familiare, seppur fragile. Si convinceva fosse normale: tutti passano momenti difficili.

Ma tornando a casa quella sera, trovando una bottiglia di vino scadente mezza vuota e tre bicchieri, capì che la goccia aveva fatto traboccare il vaso. E la calza da donna trovata sotto il letto fu la fine.

La prima notte sola le parve interminabile. Il silenzio inusuale era oppressivo. Mancavano i rumori di Stefano dal salotto, il borbottio della tv, i passi di Davide in cucina.

Ma al mattino la paura si trasformò in sollievo. Giulia aprì il frigo. Il formaggio era ancora lì. Il succo era rimasto pieno. Nessuno aveva bevuto il latte dal cartone. Il tavolo non aveva più briciole e coltelli sporchi. Era di nuovo padrona del suo spazio.

La nostalgia arrivò solo la sera. Così Giulia andò dalla sua amica Vera, per sfogarsi.

Sei proprio ingenua, Giuliè… disse Vera sorridendo. Loro intanto staranno già fregando qualche altra poveraccia. Magari proprio quella dello spettacolo di ieri. E non è detto fosse stata portata solo da Stefano anche Davide poteva pensarci.
Credi che Davide mi tradisse?
Che importa ormai? Ti hanno sfruttata entrambi. Ringrazia quella ragazza sconosciuta che ti ha liberato. Altrimenti ancora manterresti due uomini.

Rientrando a casa, Giulia non fece solo pulizie: era un addio alla vecchia vita. Buttò calzini abbandonati, cartacce, pacchetti di sigarette vuoti tutto ciò che ricordava la loro presenza. Anche i regali. Cambiò le lenzuola, lavò i pavimenti con la candeggina, solo allora si sentì in pace.

Alla fine del mese fece i conti: con stupore realizzò che adesso poteva anche mettere da parte qualche euro.

Passò un anno e mezzo…

Giulia era diversa. Lavorava in una scuola privata, aveva imparato a dire no e non cercava più di piacere a tutti. Era entrato nella sua vita Marco. Ingegnere, cinque anni più grande, con un appartamento suo, anche se con il mutuo sulle spalle.
Stavolta Giulia non si precipitò nella convivenza. Ci volle mezzo anno per fidarsi di Marco, prima di decidere di vivere insieme. Si scelse la casa di Giulia, più centrale. Quella di Marco andava in affitto, così il mutuo si estingueva prima.

Tutto filava liscio, finché una sera, Marco, posando il telefono, le disse:

Senti, Giulia, mi ha chiamato la mamma… deve fare degli esami. Nel nostro paesino non li fanno, dovrà venire in città una settimana, forse due. Che ne pensi?

Un brivido corse dentro Giulia. Le si affollarono in mente le immagini del passato: Stefano spaparanzato sul divano, i suoi russamenti, la sensazione di essere ospite in casa propria… Il cuore le si strinse.

Guardò Marco. Lui aspettava risposta. Sembrava un momento decisivo. Che fare? Tacere? Accettare per amore? Tornare ad essere comoda per gli altri, ma non per sé?

Giulia fece un respiro profondo per calmarsi.

Marco, cominciò calma. Ho rispetto per tua mamma, ma… ho un principio: niente ospiti a dormire qui. Né dai miei, né dai tuoi. Questa casa è il nostro spazio, soltanto nostro. Senza offesa, va bene? Lo so, sono fatta così.

Cadde il silenzio. Giulia si preparava già a una scenata, una discussione, magari una porta sbattuta.

Ma Marco sollevò le sopracciglia, poi fece un cenno tranquillo.

Va benissimo, rispose tornando sereno al telefono. Capisco. Tanto abbiamo laltro appartamento, semmai trova qualcosa vicino alla clinica. Così siamo tutti più comodi, e nessuno si infastidisce.

Giulia rimase immobile, incredula. Espirò rumorosamente.

Davvero non ti dà fastidio?

Marco la guardò piacevolmente sorpreso, lasciò il telefono, le si avvicinò e la prese tra le braccia.

Ma dai, perché dovrei? Ognuno ha i suoi spazi. Basta parlarne, si trovano soluzioni e compromessi.

Giulia sorrise, appoggiando la testa sulla sua spalla. Aveva imparato a dire no, ma soprattutto aveva trovato chi sapeva accettare quel no senza trasformarlo in una guerra. Adesso, la porta della sua casa e del cuore si apriva solo a chi era disposto a pulirsi le scarpe prima di entrare.

Perché il rispetto di sé è il primo mattone di una casa felice.

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