Durante il funerale di mio marito, un uomo anziano si avvicinò e sussurrò: “Ora siamo liberi”. Era colui che amavo a vent’anni, ma il destino ci aveva separati.

Al funerale di mio marito, un uomo dallaspetto stanco e i capelli argentati si avvicinò a me e sussurrò: «Ora siamo liberi». Era colui che avevo amato a ventanni, ma il destino ci aveva separati.

Laria era impregnata di dolore e di umidità. Ogni calpestio sul coperchio della bara riecheggiava come un colpo sordo sotto le costole.

Cinquanta anni. Unintera vita trascorsa con Daniele. Una vita fatta di rispetto silenzioso, di abitudini che si erano trasformate in tenerezza.

Non piansi. Le lacrime si erano asciugate la notte precedente, quando ero seduta al suo letto, stringendo la sua mano fredda, ascoltando il respiro che si faceva sempre più tenue finché non si spense del tutto.

Attraverso la coltre nera vedevo i volti compassionevoli di parenti e conoscenti. Parole vuote, abbracci formali. I miei figli, Marco e Chiara, mi sorreggevano, ma quasi non avvertivo i loro toccì.

Ed ecco che si avvicinò a me. Un uomo con i capelli sbiaditi, profonde rughe intorno agli occhi, ma con la stessa schiena dritta che ricordavo. Si chinò allorecchio, e il suo sussurro, tremante di familiarità, lacerò il velo del lutto.

Rosalba. Ora siamo liberi.

Per un attimo trattenni il respiro. Lodore del suo dopobarba sandalo e un sentore di pineto mi colpì alle tempie.

In quel profumo si mescolavano tutto: arroganza e dolore, passato e presente fuori tempo. Alzai gli occhi. Luca. Il mio Luca.

Il mondo sembrò vacillare. Lodore denso di incenso si trasformò in quello di fieno bagnato da un temporale. Mi tornai a ventanni.

Correvamo mano nella mano. La sua mano era calda, forte. Il vento scompigliava i miei capelli, il suo riso si perdeva nel frinire dei cavalli. Fuggivamo dalla mia casa, dal futuro che si dipingeva su anni di carta.

Questo Saccani non è per te! ruggì la voce di mio padre, Costante Mattei. Non ha neanche un centesimo donore, né una posizione nella società!

Mia madre, Sofia Andriani, incrociava le braccia, guardandomi con rimprovero.

Cambia idea, Rosalba! Ti rovinerà.

Ricordo ancora la mia risposta, calma ma ferma come lacciaio.

La mia vergogna è vivere senza amore. E il vostro onore è una prigione.

Lo troviamo per caso: una casetta abbandonata di un guardiaboschi, radicata nella terra fino alle finestre. Diventa il nostro mondo.

Sei mesi. Centottantatré giorni di felicità disperata. Tagliavamo legna, portavamo acqua dal pozzo, leggevamo alla luce di una lampada a petrolio lo stesso libro a due. Era freddo, affamati, ma respiravamo lo stesso respiro.

Un inverno Luca si ammalò gravemente.

Giaceva febbrile come un forno. Lo curavo con erbe amare, gli cambiavo le fasce gelide sulla fronte e pregavo tutti gli dei che conoscevo.

Fu allora, guardando il suo volto esaurito, capii che quella era la vita che avevo scelto.

Ci trovarono in primavera, quando gli anemoni spuntavano dal gelo.

Nessun urlo, nessuna lotta. Solo tre uomini scuri in cappotti identici e mio padre.

Il gioco è finito, Rosalba disse, come se fosse una partita a scacchi persa.

Luca era sorretto da due uomini. Non si agitava, non urlava. Mi guardava, e nei suoi occhi cera un dolore tale da farmi quasi soffocare. Uno sguardo che prometteva: «Ti troverò».

Mi portarono via. Il mondo vivace del bosco divenne le stanze polverose della casa di famiglia, puzzolenti di naftalina e speranze infrante.

Il silenzio divenne la punizione principale. Nessuno alzò la voce contro di me. Smisi di essere notata, come un mobile destinato a essere trasferito.

Un mese dopo, mio padre entrò nella mia camera. Non mi guardò; i suoi occhi erano rivolti verso la finestra.

Sabato verrà Daniele Arsenio con il figlio. Metti la tua vita in ordine.

Non risposi. Che senso aveva?

Daniele Arsenio era lopposto di Luca. Tranquillo, taciturno, con occhi gentili e stanchi.

Parlava di libri, del suo studio di ingegneria, dei piani per il futuro. In quei piani non cerano spazio per follie o fughe.

Il nostro matrimonio fu celebrato in autunno. Indossavo un abito bianco come la neve, risposei meccanicamente «sì». Mio padre era soddisfatto. Aveva ottenuto ciò che voleva: un genero corretto, ununione adeguata.

I primi anni con Daniele furono una nebbia densa.

Vivevo, respiravo, facevo cose, ma sembrava che non mi svegliassi davvero. Ero una moglie docile. Cucinavo, pulivo, lo accoglievo al lavoro.

Non chiedeva nulla. Era paziente.

A volte, di notte, quando credeva che dormissi, sentivo il suo sguardo. Non cera passione, ma una compassione infinita e profonda. Quella compassione mi feriva più del rancore di mio padre.

Un giorno portò un rametto di viburno. Entrò nella stanza e lo porse.

Fuori è primavera sussurrò.

Il profumo amaro del fiore riempì la stanza. Quella sera piansi per la prima volta in mesi.

Daniele si sedette accanto, senza abbracciarmi, senza consolarmi. Era semplicemente lì. E il suo silenzioso sostegno era più forte di mille parole.

La vita proseguì. Nacque Marco, poi Chiara. I bambini riempirono la casa di senso. Guardavo le loro piccole dita, i loro sorrisi, e il ghiaccio dentro di me iniziò a sciogliersi.

Imparai ad apprezzare Daniele: la sua affidabilità, la sua calma forza, la sua bontà. Divenne il mio amico, il mio sostegno. Lo amare, non con la passione giovanile, ma con una tenerezza matura, sopportata.

Ma Luca non se ne andò. Appariva nei sogni. Correvamo ancora nei campi, vivevamo ancora nella nostra casetta.

Mi svegliavo con le guance bagnate di lacrime, e Daniele, senza dire una parola, stringeva più forte la mia mano. Capiva tutto. E perdonava tutto.

Scrivevo a Luca. Decine di lettere mai spedite. Le bruciavo nel focolare, osservando il fuoco inghiottire parole destinate a lui.

Lo cercavo? Lo indagavo? No. Avevo paura di distruggere il fragile mondo che avevo costruito. Paura di scoprire che lui, forse, avesse dimenticato, amato, sposato.

La paura fu più forte della speranza.

E ora lui è qui, al funerale di mio marito. Il tempo ha levigato i lineamenti giovanili del suo volto, ma non ha cambiato gli occhi, ancora così penetranti.

Il rito si svolse come in un sogno. Accettavo i condoglianze meccanicamente, annuivo, rispondevo fuori tempo. Il mio intero essere era teso come una corda, sentivo la sua presenza alle mie spalle.

Quando tutti se ne andarono, lui rimase. Stava alla finestra, a guardare il giardino che si addensava nelloscurità.

Ti cercavo, Rosalba disse, la voce più bassa, rauca.

Ti ho scritto. Ogni mese. Per cinque anni. Tuo padre respinse tutte le lettere non aperte.

Ritornò a me.

Poi ho scoperto che ti sei sposata.

Laria si fece densa, pesante. Ogni parola di Luca si posava come polvere sul ritratto di Daniele, posato sopra il camino. Cinque anni. Sessanta lettere, capaci di cambiare tutto.

Mio padre cominciai, ma la voce si interruppe. Cosa avrei potuto dire? Che aveva spezzato due vite con le migliori intenzioni?

È venuto da me una settimana dopo che ci siamo separati. Ha posto una condizione: andrò via per sempre, e non ti cercherò più.

Lui rise amaramente: Non ho denunciato il rapimento di tua figlia. Scherzo. Ma a ventanni avevo paura. Non per me. Per te.

Ascoltavo, e nella mia mente si dipingeva la scena: mio padre Costante, con il mento spigoloso e lo sguardo autoritario, e Luca ventenne, confuso, umiliato, ma cercando di mantenere dignità.

Sono andato in una zona remota, lavoro in geologia. Le comunicazioni erano scarse, le lettere arrivavano a mesi di distanza. Pensavo di fuggire da tutto. Da sé non si fugge. accarezzò i capelli grigi. Scrivevo a tua zia.

Pensavo fosse più sicuro. Forse il padre lo prevedeva. Non potevo tornare: le spedizioni duravano duetre anni. Quando tornai, dopo cinque, era troppo tardi.

La stanza in cui avevo trascorso cinquanta anni con Daniele divenne improvvisamente estranea. Le pareti, intrise della nostra vita comune, osservavano silenziose. Ecco la sedia dove Daniele amava leggere la sera.

Ecco il tavolino dove giocavamo a scacchi. Tutto era reale, caldo, mio. E ora un fantasma del passato irrompeva, facendo vacillare tutto.

E tu? chiesi, temendo la risposta.

Io? Sono vivo, Rosalba. Ho lavorato, vagato nei boschi, cercato di dimenticare. Non ci è riuscito. Poi ho incontrato una donna. Una dottoressa della spedizione. Ci siamo sposati. Due figli, Pietro e Alessio.

Le sue parole, senza fronzoli, trafero più di mille parole. Il sogno in cui Luca era sempre solo, aspettandomi, si infranse in mille frammenti.

Lui era vivo. Aveva una famiglia. Un posto dove non cero più.

Sentii un pungolo di gelosa inappropriata. Gelosia per un passato che non avevo avuti.

Si chiamava Caterina. È morta sette anni fa, per malattia. guardò oltre il muro. I figli sono cresciuti, sparsi. Sono tornato in città un anno fa.

Un intero anno? balbettai. Perché

Cosa avrei dovuto fare, Rosalba? Venire qui, nella tua casa?

Lavevo vista più volte: al parco, vicino al teatro. Camminavi fianco a fianco con un uomo, parlavate sottovoce. Sembravi serena, tranquilla. Non avevo diritto a distruggere quel momento.

Perché sei qui oggi, Luca? lo interruppe, dovevo sapere. Doveva smascherare il suo intento, non distruggere il mio mondo appena ricostruito.

Ho visto l necrologio. Il tuo marito Lo ricordavo. Ho capito che dovevo venire. Non per chiedere nulla, ma per chiudere quella porta. O aprirla. Non lo so nemmeno io.

Fece un passo verso di me.

Rosalba, non ti chiedo di dimenticare la tua vita. Vedo dalla tua casa, dalle foto, che sei stata felice.

E tuo marito Il suo volto era quello di un uomo buono. Voglio solo sapere se in te è rimasto ancora un briciolo del fuoco che ardeva nella capanna del guardiaboschi.

Lo guardai, quelluomo grigio, stanco, con un barlume del giovane disperato che era stato. Il suo sguardo si posò sul ritratto di Daniele, sul volto sereno, quasi paterno.

Uno mi aveva dato sei mesi di fuoco, per i quali avevo pianto tutta la vita.

Laltro mi aveva regalato cinquantanni di calore, che ho imparato a valutare troppo tardi.

Non lo so risposi sinceramente. Non lo so, Luca. Lunica cosa che so è che oggi ho seppellito mio marito. E lo amavo.

Lui annuì, e nei suoi occhi vi fu comprensione, non accusa.

Lo so. Perdona. Tornerò tra quaranta giorni, se lo permetti.

Se ne andò. Il suono delle porte chiuse non portò sollievo, anzi, la casa vuota after il funerale si riempì di domande.

Quarant giorni. Nella tradizione ortodossa quel periodo è il tempo dellanima per separarsi dal mondo terreno. Per me quei giorni furono unopportunità per fare i conti dentro me stessa.

La prima settimana smontai le cose di Daniele. Era una tortura e una terapia.

Ecco il suo maglione, ancora intriso del leggero odore di tabacco. Qui i suoi occhiali sul tavolo, accanto a un libro non finito. Ogni oggetto gridava di lui, della nostra vita tranquilla, misurata.

Nel cassetto trovai una vecchia cassa. Dentro non cerano certificati né medaglie, ma i miei fiori secchi intrecciati nei capelli, il biglietto del cinema del nostro primo appuntamento, una foto sbiadita di me a ventuno anni.

La guardai con occhi seri, quasi ostili, e non trovai più il sorriso. Conservava quella foto per cinquanta anni. Mi conservava la donna che aveva ricevuto, non quella che aveva sognato. In quel silenzioso venerazione cera più amore di qualsiasi promessa ardente.

I giorni passavano. I figli telefonavano, venivano, portavano cibo. Il loro affetto aumentava il senso di colpa.

Un giorno Chiara mi abbracciò e disse:

Mamma, sappiamo che è difficile. Papà ti amava tanto. Diceva sempre che sei la cosa migliore della sua vita.

Le sue parole mi trafissero il cuore. Avevo tradito la memoria di Daniele ad ogni pensiero su Luca.

Non dormii più. Di notte sedevo sulla sedia, fissando il giardino buio. Due figure si stagliavano davanti a me: la passione selvaggia della gioventù e il fiume calmo della maturità. Potrei confrontarli? Sarebbe come scegliere tra il sole eE così, al calar del sole sul giardino, compresi che la vera libertà era accogliere entrambi i ricordi, quello di Daniele e quello di Luca, come due radici che, intrecciate, nutrivano ancora il mio cuore.

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