Durante la nostra riunione familiare annuale al lago, mia figlia di sei anni mi ha implorato di farle giocare con sua cugina. Ho esitato, ma i miei genitori hanno insistito che non sarebbe successo niente di male.

Alla riunione familiare annuale sul lago di Garda, la mia piccola Ginevra, di sei anni, mi supplicò di lasciarla giocare con la cugina Alessia. Esitai, ma i miei genitori insistevano che nulla sarebbe potuto andare storto.

Il pomeriggio iniziò come tutti gli altri: lodore di abete, i tavoli di legno sotto il pergolato, il lago che accarezzava le pietre con un mormorio delicato. Stavo sistemando i piatti quando Ginevra afferrò la mia maglietta con quella mescolanza di timidezza ed eccitazione che solo le bambine hanno.

Posso andare a giocare con Alessia? chiese, indicando la cugina, appena due anni più grande.

Rimasi a pensare. Lanno scorso avevano litigato, e anche se il litigio si era concluso in un capriccio senza conseguenze, il mio istinto mi consigliava prudenza. Prima di rispondere, la nonna Luisa intervenne alle mie spalle, con quella voce autoritaria che non ha mai perso il suo potere.

Oh, per Dio, lasciala. Sono solo bambine disse, agitando la mano come a scacciare una mosca. Devi rilassarti un po.

Stavo per contestare, ma il nonno Carlo, con una leggera scrollata di spalle, aggiunse: Non esagerare. Come sempre, la sensazione di essere trattata come se non sapessi cosa fare mi fece tacere. Inspirai a fondo e sorrisi a Ginevra.

Va bene, andate, ma non allontanatevi troppo.

Le due corsero verso le pietre vicino al molo, dove lacqua era gelida e profonda. Le osservai parlare, muoversi, ridere, e cercai di calmarmi. Il resto della famiglia rimaneva intorno al tavolo, a raccontare aneddoti, mentre io tenevo docchio le bambine. Un attimo guardai linsalata, il successivo ascoltai una barzelletta di zio Marco e allora accadde.

Un grido soffocato, uno splash violento e un silenzio che squarciò il pomeriggio in due. Mi girai di scatto. Ginevra non era più sulla roccia dove, un attimo prima, era seduta. Quello che vidi dopo ha ancora il potere di strapparmi il respiro: un piccolo braccio che agitava disperato sotto la superficie.

Correi. Non pensai. Non sentii. Solo saltai.

Lacqua era glaciale, ma le mie mani la afferrarono subito. La strappai fuori in un tiro, la posi contro il petto. Tossiva, singhiozzava, tremava. Quando finalmente riusci a parlare, con la voce rotta, mi sussurrò:

Mamma lei mi ha spinto. Alessia mi ha spinto.

Un brivido diverso da quello dellacqua mi percorse. Portai Ginevra, ancora fradicia, confusa e furiosa, al tavolo. Cercai Francesca, la sorella, con lo sguardo.

Che è successo? chiesi, tentando di mantenere la voce.

Lei aggrottò le sopracciglia, come se stessimo inventando un dramma.

Di che parli? Sono solo bambine, devessere scivolata.

Ma prima che potessi insistere, Luisa si intromise, rigida, difensiva, come se fosse lei laccusata.

Non vuoi incolpare la mia nipote per le tue paranoie sputò. Sempre lo stesso con te.

Volevo rispondere, ma non ebbi tempo. Luisa, impulsiva, mi sbatté una mano in faccia. Il colpo non fu doloroso quanto il tradimento. Rimasi muta. Ginevra piangeva. E io, per la prima volta dopo molto tempo, non sapevo cosa dire.

La tensione era così densa che, quando Giovanni, mio marito, comparve minuti dopo, sudato per la corsa dallauto, la sua presenza cambiò tutto. Il suo arrivo ruppe il silenzio e la storia stava appena iniziando.

Lo sguardo di Giovanni, vedendoci fradici fino alle ossa, fu sufficiente a congelare la conversazione. Pose le chiavi sul tavolo con un colpo secco e si avvicinò a Ginevra con lurgenza di chi teme il peggio.

Che è successo? chiese, inginocchiandosi per abbracciarla.

Lei singhiozzò e si rannicchiò al suo petto. Io provai a parlare, ma Francesca prese la parola, alzando le braccia.

È stato un incidente insisté. Stavano giocando e

Non è stato un incidente! interruppi, incapace di trattenermi. È lei stessa a dirmi che Alessia lha spinta.

Giovanni alzò lo sguardo verso Francesca, poi verso Luisa, ancora eretta, sfidante. Lintera stanza trattenne il respiro.

Lhai spinta? chiese, rivolgendosi ad Alessia, ma Luisa tornò a intervenire.

Sei un esagerato, come lei disse puntandomi. Le bambine giocano così. Non è successo nulla di grave.

Giovanni si alzò lentamente. La voce era controllata, ma non lavevo mai visto così serio.

Quasi si è annegata afferò. Questo non è giocare. E tu guardò Luisa non hai il diritto di alzare la mano sulla mia moglie.

Luisa sbuffò, infastidita.

Ma dai, era solo una spinta per farla smettere di fare scenate. Sempre a drammatizzare tutto.

Giovanni mi guardò, vide il tremore che cercavo di nascondere. Non sapevo se fosse per lacqua gelida o per il colpo, ma il suo volto cambiò. Era il volto di chi ha preso una decisione.

Andiamo via detto con assoluta calma.

Scoppiò un mormorio di proteste. Carlo cercò di intervenire, dicendo che non era per tanto, che la famiglia deve restare unita. Francesca alzò gli occhi al cielo, come se tutto quel caos fosse solo una fastidiosa nuvola temporanea.

Abbracciai Ginevra. Continuava a tremare. E per la prima volta avvertii la distanza tra ciò che la mia famiglia pretendeva di essere e ciò che realmente era quando le cose si contorcevano.

No disse con voce bassa ma ferma. Non possiamo restare qui.

Luisa, ferita nellorgoglio, si avvicinò a me.

Così mi ripaghi di tutto quello che ho fatto per te? mi rimproverò. Una bambina scivola e ora mi tratti come se fossi un mostro!

Nessuno ha detto una cosa del genere risposi. Ma oggi hai oltrepassato il limite.

Rimase immobile, come se non potesse concepire che la avessi rispedita così. La donna che mi aveva insegnato a leggere, che mi pettinava prima del primo giorno di scuola, sembrava incapace di riconoscere il danno che aveva inflitto. La frustrazione sul suo volto divenne pura furia.

Allora vattene sputò. Se non sai gestire i tuoi figli, non venire a chiedermi aiuto.

Giovanni aveva già preso le valigie, e sebbene non avessimo pianificato di andarcene così in fretta, non aveva senso restare dove la sicurezza di Ginevra poteva essere messa in dubbio e la nostra dignità anche.

Gli altri parenti osservavano in silenzio, incapaci o forse non disposti a intervenire. La tensione divenne insopportabile. Facemmo qualche passo verso lauto, ma prima di salire udii la voce di Ginevra, dolce e tremante:

Mamma la nonna è arrabbiata con te?

Inspirai profondamente. Guardai indietro, dove Luisa rimaneva rigida, senza alcun segno di rimorso.

Non lo so, tesoro risposi. Ma anche se lo è, noi abbiamo fatto la cosa giusta.

Quando chiusi la portiera dellauto, capii che quel giorno non si sarebbe risolto con una sola partenza. Era solo linizio di una frattura più profonda una che si era insinuata sotto la superficie da anni.

Nel viaggio di ritorno, con Ginevra addormentata tra le mie braccia, Giovanni stringendo il volante in un silenzio teso, compresi che prima o poi avremmo dovuto affrontare tutto ciò.

Quella sera, dopo aver dato un bagnetto tiepido alla piccola e averla messa a letto, la casa si avvolse in un silenzio strano. Non era il silenzio comodo che condividiamo di solito, ma un silenzio denso, carico di parole non dette. Giovanni era in salotto, la camicia ancora umida di sudore e di emozioni.

Dobbiamo parlare dissi, entrando piano.

Lui annuì, ma tenne gli occhi fissi sulle mani.

Non possiamo continuare a esporre la nostra figlia a questa situazione affermò infine. Oggi è potuto succedere qualcosa di terribile.

Mi sedetti accanto a lui, sentendo il peso del giorno accumularsi sul petto.

Lo so sussurrai. Ma è la mia famiglia. Non è facile tagliare alla radice.

Non ti chiedo di tagliare rispose con calma. Ti chiedo solo di porre dei limiti. Non possiamo permettere che ti trattino così, né te, né la nostra bambina.

Rimasi in silenzio. La parola limiti suonava come una porta che non avevo mai osato chiudere. Sono cresciuta in una casa dove mettere in discussione i genitori era visto come un atto di slealtà, quasi unoffesa. Lidea di confrontarmi davvero con loro mi paralizzava.

Finiscono sempre per farmi sentire colpevole ammettei. Come se tutto fosse colpa mia. Come se stessi esagerando.

Giovanni prese la mia mano.

Non stai esagerando. Oggi lhai visto chiaro. Non devi più giustificarli.

Una lacrima scivolò sul mio viso, non per il dolore del colpo, ma per la consapevolezza che, nonostante laffetto, una parte della mia famiglia non aveva mai saputo rispettarmi.

Quella notte dormimmo poco. Il giorno dopo, mentre preparavo il caffè, arrivò il primo messaggio di Luisa.

Non posso credere che tu abbia fatto tutto questo drama davanti a tutti. Spero tu sia soddisfatta.

Non ha chiesto della nipote, né se stava bene, né ha mostrato alcun minimo di preoccupazione.

Francesca mi inviò un altro messaggio:

Alessia dice che non ti ha spinto. Guarda che casino stai creando.

Lo cancellai senza rispondere.

Più tardi, Carlo scrisse, cercando di mediare, come al solito:

Parliamo quando sarai più calma.

Ma non ero alterata. Per la prima volta ero chiara.

Passarono due giorni prima che prendessi una decisione. Chiamai Luisa. Rispose con quel tono teso, difensivo.

Mamma, dobbiamo parlare cominciai.

Adesso vuoi parlare? rispose secca. Dopo il piccolo incidentino che hai fatto

Inspirai a fondo, decisa a non cadere nel solito schema.

Non era un incidentino. La nostra figlia quasi si è annegata. E tu mi hai picchiata.

Ci fu un silenzio breve, imbarazzante.

Ti ho dato una spinta perché eri isterica represse.

No, mi hai picchiata perché mi hai contraddetto corregsi. E non è accettabile. Non lo tollererò più.

La sentii inspirare, colta dal mio tono fermo.

Che stai insinuando? Che sia una cattiva madre?

Sto dicendo che ho bisogno di distanza. Per me e per la mia bambina.

Un lungo silenzio freddo seguì.

Fai quello che vuoi rispose infine. Ma non aspettarti che ti rincorra.

Non lo aspetto conclusi, e chiusi la chiamata.

La conversazione mi lasciò tremante, ma anche più leggera, come se avessi scaricato parte del peso che avevo portato tutta la vita.

Nel pomeriggio, mentre Ginevra disegnava nella sua stanza, mi avvicinai a lei. Il suo disegno mostrava un lago, due bambine e una donna con le lacrime agli occhi.

Cosa disegni, amore? chiesi dolcemente.

Il giorno in cui sono caduta rispose. Ma stavolta mi hai preso più veloce.

Il cuore mi si strinse, ma sorrisi.

Ti prenderò sempre, sempre.

Uscendo dalla sua stanza capii che, per quanto doloroso, avevo preso la decisione giusta. Alcuni legami non si spezzano dun colpo; si allentano piano, finché non si capisce che stringerli ancora più forte non fa che ferire di più.

E per la prima volta non temetti di scegliere ciò che era meglio per noi. La storia con la mia famiglia non era chiusa, ma si era aprita una nuova pagina una in cui la mia voce e la sicurezza di Ginevra contavano davvero.

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