Durante l’inverno, Valentina decide di vendere casa e trasferirsi dal figlio.

In inverno Valentina, stanca di sentire il rintocco dellorologio vuoto nella sua casa di Montelupo, decise di venderla e di trasferirsi da suo figlio Marco. La nuora Giulia e il nipote Maddalena la invitavano da tempo, ma lei non voleva abbandonare il fardello di una vita costruita con le proprie mani. Solo dopo un ictus, dal quale si riprese appena in parte, comprese che vivere da sola era ormai pericoloso, soprattutto perché nel borgo non cera nemmeno un medico. Dopo aver ceduto la dimora, lasciando quasi tutto alla nuova padrona, partì per la casa del figlio.

Lestate seguente la famiglia di Marco, ormai al nono piano di un vecchio condominio, si trasferì in un cottage appena costruito sulle colline di Firenze, disegnato dallo stesso Marco.

Sono cresciuto in una casa di campagna, disse, e così voglio che sia la casa della mia infanzia.

Era una costruzione a due piani, dotata di tutti i comfort: una cucina spaziosa, stanze luminose e un bagno che rifletteva lazzurro del mare.

È come stare sulla spiaggia, scherzò Valentina.

Marco non aveva pensato che le camere di Valentina e di Maddalena fossero al piano superiore. Ogni notte la anziana doveva scendere la scala ripida per andare al bagno.

Spero di non cadere addormentata, pensava, aggrappandosi con forza ai corrimano.

Valentina si ambientò rapidamente nella nuova famiglia. Con Giulia mantenne sempre buoni rapporti; Maddalena non la disturbava, perché Internet le sostituiva ogni altra compagnia. Valentina si limitava a stare in disparte, ricordandosi che è meglio non insegnare nulla, parlare poco e vedere ancora meno.

Al mattino tutti uscivano per lavoro e scuola, e Valentina rimaneva sola con il cane Rocco, il gatto Micio e una tartaruga di nome Lillo. Lillo, curiosa, si arrampicava sul bordo dellacquario rotondo, allungava il collo e osservava Valentina tentando di uscire. Dopo aver nutrito i pesci e Lillo, chiamò Rocco a bere il tè. Il cane, tranquillo e intelligente, la seguiva con gli occhi castani, fissandola come se volesse leggere la sua anima.

Vieni, facciamo il tè, disse, aprendo larmadietto per prendere i biscotti. Rocco adorava quei biscotti, gli unici che gli venivano offerti, perché per un chihuahua doveva mantenere una dieta precisa. Valentina, però, non poteva resistere alla piccola bestia e gli dava biscotti per bambini, appena comprati al supermercato.

Finito il pranzo e messa a posto la casa, Valentina si diresse al giardino, dove proseguiva il suo lavoro di campagna. Scavando tra le piantagioni, notò per la prima volta il recinto alto che nascondeva il terreno del vicino. Dietro la casa cera solo una piccola porzione senza muro, dove Marco aveva messo una modesta recinzione decorativa. Il vicino, un vecchio signore dal cappello consumato, passava di lì di tanto in tanto, sempre più introverso, e si rifugiava subito in un capanno o nel garage non appena la vedeva.

Qualche giorno prima, Valentina lo aveva osservato mentre, con la testa china, si avvicinava al ribes, prendeva un secchio vecchio e vi si sedeva. Era avvolto in una camicia di colore indefinito, i maniche lunghe, e laria di settembre freddo già sentiva il suo respiro increspato dal raffreddore. Luomo tossiva e, di tanto in tanto, si asciugava gli occhi con la manica.

Tossisce e cammina senza vestiti, pensò, e si accorse che il vecchio piangeva.

Il suo cuore sobbalzò.

È successo qualcosa? Hai bisogno di aiuto? si precipitò verso la finestra.

Ma un urlo femminile, proveniente dalla stessa apertura, la fermò.

Allora non è solo, concluse Valentina, guardando nuovamente fuori.

Il vecchio non rispondeva ai richiami, rimaneva seduto con lo sguardo fisso, avvolto da unaura di disperazione. Il vento accarezzava i suoi capelli grigi, abbracciava le spalle curve. Valentina capì che, per quanto vivesse in una famiglia, era assolutamente solo. Unondata di compassione le attraversò il petto; conosceva bene la crudeltà della solitudine.

Che cosa si deve fare a un uomo perché pianga? si chiedeva, limmagine incollata nella mente.

Quel pensiero non la abbandonava. Nei pomeriggi, osservava il vicino attraverso il piccolo varco della recinzione; talvolta lo vedeva al lavoro sul giardino, altre volte lo sentiva martellare nel capanno. Un giorno sentì la sua voce, quasi un sussurro:

Ah, poveri uccelli, liberi finché il sole è caldo, poi linverno vi rinchiude in gabbia e nessuno vi nutre più. Anchio sono in una gabbia. Dove andare? A chi serviamo invecchiati?

La tristezza nella sua voce fece gelare il sangue a Valentina.

Come si può vivere così, parlando con le galline? rifletté, tornando al suo interno.

Quella sera, a tavola, chiese a Giulia dei vicini.

Prima lì abitava una famiglia. Dopo la morte della padrona, il signor Pietro Ivanovich rimase con il figlio. Qualche anno fa il figlio si è sposato e ha fatto entrare la moglie in casa. Quando il padre andò in pensione, i rumori cominciarono. Non ha mai lavorato in giardino; era lui a curarlo, a fare la spesa, a portare la nipote allasilo e a scuola. La sua figlia, Maddalena, ha ormai sedici anni e frequenta la stessa classe di nostra. Perciò il nonno è diventato superfluo.

E il figlio? chiese Valentina.

È silenzioso, educato, non osa contraddirlo. È così cresciuta la famiglia, rispose Giulia.

Non è un buon futuro, commentò Valentina. Io invidio chi ha mariti pronti a difendere le loro mogli da qualsiasi occhiolino.

È vero, chi difende la moglie è pronto a difendere anche se stesso, replicò il figlio, ascoltando la discussione.

Quella notte il sonno fu un miraggio. Leco della conversazione risvegliò vecchie ferite; Valentina si sforzava di non ricordare il passato. Ogni volta che un ricordo affiorava, prendeva un foglio e disegnava una porta sul lago. Sapeva, in fondo, che quella porta era di ferro, pesante, e che la chiave era gettata sul fondo del lago, dove nessuno poteva raggiungerla.

Nessuno la troverà, si ripeteva, mentre lombra di un marito pazzo, che un tempo le aveva promesso di seppellirla sotto un melo, la tormentava. Il timore la avvolgeva come una coperta di ferro; legava il lenzuolo alla maniglia della porta, infilava una mazza di ferro nella maniglia, per svegliarsi al suono del metallo se qualcuno provasse ad aprirla. Non temeva per sé, ma per la piccola Maddalena, che viveva con lei. Una notte, svegliatasi per un fruscio, vide luomo cercare di sfilare il pomello con un grosso coltello. In un attimo spingeva la nipote sul davanzale e scappava via.

Il cuore le martellava.

La porta è chiusa, si disse. Il passato è passato, ed è meglio così.

Il giorno dopo, asciutta e limpida, Valentina si recò al mercato per comprare del pane. Aveva ordinato al cane di attendere, e uscì dal cancello. Come di consueto, comprava il pane fresco al banco della panetteria. Lì, il ragazzino che vendeva il pane insisteva sul fatto che fosse appena sfornato, ma Valentina notò laspetto indurito della crosta.

Sta ingannando la gente, le disse, il pane fresco ha una piccola fossetta, questo è secco.

Il commesso, imbarazzato, cambiò il prodotto, prese i soldi e se ne andò. Valentina comprò un filone fresco altrove e uscì. Un anziano, al di sopra della porta, la salutò:

Grazie per il sostegno, altrimenti non saprei come difendermi da certi toni.

Era Pietro, il vicino che non aveva mai avuto laspetto brusco. Il suo volto era magro, ma i suoi occhi erano gentili, il sorriso accogliente.

Andiamo, disse Valentina, siamo vicini.

Davvero? chiese Pietro, sorpreso. Tu vivi con Marco e Giulia? Sono i genitori di Elena, la loro madre, spesso in giardino.

Io sono la madre di Marco. Sono arrivata qui da poco.

Marco ha detto che tu vieni da lontano, dalla Siberia.

Vengo da sola, è difficile vivere così, la salute non è più la stessa.

Il pane profuma bene, commentò Pietro, spezzando una fetta e offrendola. Vuoi?

Grazie, preferisco il pane di ieri, ho una gastrite, devo seguire una dieta. Il pane fresco lo preparo per i bambini.

È autunno. Marco comincia a scavare le patate? chiese, masticando.

Sabato inizieremo, rispose Valentina, intuendo la sua fame.

Con un sorriso timido, proseguì:

Piacere, mi chiamo Valentina, lei è Pietro, giusto? La invito a prendere un tè.

È un po strano, replicò lui.

Che cè di strano? Ho il lavoro, il cane resta a casa, non disturba nessuno. Ho già preparato il tè. Passiamo per il cancello del giardino?

Pietro accettò, e Valentina lo condusse nella sua casa. Preparò il tè con dolci fatti in casa; il cane Rocco si accucciò sulluscio, vigile. Pietro si sistemò sul bordo del divano, osservando lambiente semplice ma accogliente: quadri ricamati, fiori sul davanzale, cuscini a maglia. Sentiva latmosfera di una famiglia che si vuole bene.

Qui si apprezza solo il lusso, pensò Pietro, la ricchezza ha spinto via le persone vere.

Mentre sorseggiavano il tè, Valentina voleva offrirgli una ciotola di minestra, ma temeva di offenderlo. Il cane osservava il nuovo ospite con attenzione, pronto a lottare se percepiva pericolo. Il suo istinto gli diceva che gli zingari dei dintorni erano da tenere lontani, così Valentina chiudeva il cancello al primo abbaiare.

La conversazione girava attorno al raccolto, al tempo, ai prezzi al mercato. Valentina voleva chiedere perché Pietro fosse così triste, cosa lo turbasse, ma sapeva che avrebbe dovuto ammettere di vederlo solo dalla finestra della stanza superiore.

Pietro sentì che era ora di andare, ma lambiente era così caldo e confortevole che non voleva lasciarlo. Il ricordo della moglie scomparsa gli riempiva il cuore; così rallentava, sorseggiando il tè più lentamente. Ricordava anche la lite di Giulia, che gli aveva lanciato del pane, minacciandolo di firmare il testamento per il figlio. Un sospiro pesante lo uscì dalla bocca.

Da quel giorno la vita di Valentina trovò un nuovo senso. Al mattino accompagnava i bambini a scuola, preparava la colazione, poi andava al giardino. Pietro era già nel suo orto, salutandola con un gesto amichevole, avvicinandosi alla bassa recinzione. Lei gli porgeva ciò che aveva preparato; lui, timido, accettava, riconoscente per il gesto spontaneo. Il loro luogo di incontro, nascosto agli occhi curiosi, divenne un rifugio di parole sincere, lontano dagli occhi puntigliosi di Giulia.

Il giorno prima della partenza del figlio di Pietro per le vacanze in Sicilia, Pietro disse che la famiglia sarebbe tornata presto, con un viaggio organizzato. Valentina, felice, commentò:

Che vadano, si riposino. È ora che io torni nella casa, è già freddo per stare nel capanno.

Pietro arrossì, forse temendo che lei avesse intuito qualcosa.

Una mattina, svegliata dal rumore di unauto, vide un taxi accanto al cancello. I vicini scendevano, chiudendo la porta con un tonfo. Il tassista aprì il bagagliaio, aiutò a caricare le valigie. Lauto partì.

Pietro non li ha accompagnati? pensò.

Non riusciva più a dormire; i pensieri la assalivano, uno più angosciante dellCon il cuore più leggero, Valentina guardò il tramonto sulle colline, sapendo che, finalmente, la solitudine aveva trovato la sua fine.

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