E in più ha capito che sua suocera non era poi questa strega insopportabile che aveva creduto per tutti questi anni.
La mattina del trenta dicembre era iniziata come tutte le altre negli ultimi dodici anni, esattamente da quando io e Martina stiamo insieme. Tutto sempre uguale: lei appena sveglia si prepara per andare a lavorare, io saluto svelto, carico il fucile e scompaio nei boschi a caccia, torno il trentuno per pranzo. Nostro figlio, Filippo, da mia madre in campagna per le vacanze. E Martina di nuovo a casa, da sola. Ormai ci ha fatto labitudine: io sono un cacciatore incallito, passo ogni fine settimana o festa nei boschi, con il furgone, la moka nella borsa e il cane al guinzaglio. Lei aspetta a casa.
Solo che oggi, chissà perché, le era venuta una profonda tristezza. Di solito in questi giorni si dedicava alle grandi pulizie, alla cucina, a sistemare quelle mille piccole cose di casa. Capodanno era lindomani, come sempre lo avremmo festeggiato dai miei: da dodici anni, una tradizione. Tutto sempre uguale. Ma oggi tutto le scivolava di mano, non voleva fare nulla, ogni cosa le cadeva.
Quando squillò il telefono, fu quasi un sollievo per lei. Era la sua migliore amica della scuola, Isabella; sempre allegra, divorziata e famosa per le sue serate a casa: cene improvvisate, amici di vecchia data, musica anni ’80. Anche stavolta aveva chiamato.
Allora, sempre chiusa in casa da sola? domandò subito Isabella, senza anche aspettare risposta, Riccardo di nuovo nei boschi? Vieni da me stasera, ci sarà un gruppo fantastico, perché rimanere lì da sola a crucciarti?
Martina le rispose vagamente, senza promettere nulla. Non pensava proprio di uscire, ma la sera, la solitudine le pesava così tanto che cambiò idea. Quella sera, i ricordi di tutti quegli anni si fecero sentire più forti; per la prima volta le pesava davvero che io non fossi al suo fianco.
Negli anni il suo mondo era stato casa, lavoro, e Filippo. Nientaltro. Non andavamo mai da nessuna parte, io mi annoiavo alle feste, la mente sempre alla caccia o alla pesca, e a lei non piaceva uscire da sola. Così niente viaggi, niente mare, le vacanze sempre e solo in campagna da sua madre. Da un lato era felice che io andassi d’accordo con sua madre, ma dentro in fondo sognava anche lei di vedere il mondo.
Quella sera decise: E perché no? Almeno non resto sola ancora. Andò quindi dalla sua amica e trovò unatmosfera allegra, gli amici del liceo, tanta leggerezza. Si sentì di nuovo giovane.
E soprattutto, lì cera Lorenzo, il suo primo amore dei banchi di scuola. Non capì nemmeno lei come successe, ma finirono a passare la notte insieme. Forse aveva bevuto un po, forse era solo la nostalgia, ma fu sopraffatta dalle emozioni e perse la testa.
Al risveglio si vergognava, si sentiva fuori posto, desiderava soltanto che tutto fosse stato solo un sogno. Scappò letteralmente dallappartamento di Lorenzo.
A casa la aspettava una sorpresa: appena aprì la porta vide i miei vestiti appesi, ero tornato prima del solito.
Le tremavano le gambe per la paura. Se avessi scoperto che non aveva dormito a casa, me la immaginava già una tremenda scenata, e mi avrebbe pure visto andarmene per sempre. Lo sapeva, io non lavrei mai perdonata, e in fondo nemmeno lei avrebbe perdonato a sé stessa.
Si rimproverava con tutte le proprie forze: Ma come ho fatto a mandare allaria la mia famiglia per un errore così stupido? Mi amava davvero, ma ormai era fatta.
Il telefono fisso squillò e la riportò alla realtà: era la mamma. Non so cosa stia succedendo lì, ma stanotte mi ha chiamato Riccardo, non riusciva a rintracciarti. Gli ho detto che eri da zia Carla, che si era sentita male, e che sei rimasta lì a darle una mano. Non potermi smentire
Mai si sarebbe aspettata un aiuto simile da mia madre, sua suocera. Non erano solite litigare apertamente, ma Maria Concetta non aveva mai nascosto di non stravedere per Martina. Allinizio quasi non voleva che ci sposassimo, ci trovava troppo giovani e irresponsabili. E quando avemmo celebrato comunque il matrimonio, i primi anni vissuti insieme a lei non furono facili.
Poi, da quando andammo a vivere da soli, il rapporto tra loro si ridusse al minimo sindacale, incontri solo ai pranzi di famiglia, sempre in punta di forchetta. Ma ora, Martina le fu riconoscente, e poco le importava cosa sarebbe arrivato dopo: limportante era che io non sapessi niente.
La sera stessa, andammo insieme dalla mamma a cena come deciso. Quando rimanemmo soli in cucina, Martina accennò allincidente della notte e volle ringraziarla di cuore.
La mamma fece spallucce, quasi infastidita: Ma dai, che pensi che io non sia una donna come te? Tu credi che sia facile vivere con un uomo che vede solo i propri hobby? Non ne posso più neanchio delle storie di caccia di tuo suocero, pensa che sia contenta? La vita è così, limportante è che queste cose non diventino abitudine, capito cosa intendo?
Martina capì e, soprattutto, realizzò che mia madre non era affatto la serpe velenosa che si era sempre immaginata. Semmai, era una persona che capiva più di quanto lasciasse intendere.
Alla fine, tutto si sistemò per il meglio, e io ho imparato una grande lezione da questa storia: mai sottovalutare la sensibilità delle persone che pensiamo di conoscere a fondo; forse proprio nei momenti meno prevedibili, sono loro a tenderci una mano. E se una cosa ho deciso, è che non darò più per scontata la presenza mia e di chi amo, a casa.






