Io, invece, mio marito non lho mai amato.
Ah sì? E per quanto avete vissuto insieme?
Beh, fai tu i conti… ci siamo sposati nel 71.
E comè possibile? Non lamavi?
Erano sedute sulla panchina vicino a una tomba, due donne che si conoscevano appena. Ognuna era venuta a sistemare una tomba diversa, poi, per caso, si erano messe a parlare.
È tuo marito? chiese una, accennando col capo verso la fotografia sulla lapide e sistemandosi meglio il basco grigio.
Sì, mio marito. È passato già un anno Non riesco ad abituarmi, mi manca da morire, non ho più forze. Vengo qua Lho amato davvero tanto, disse la donna, stringendosi le estremità del fazzoletto nero sotto il mento.
Rimasero un momento in silenzio. Poi quella appena arrivata sospirò e disse:
Eh, io invece mio marito non lho mai amato.
Laltra la guardò incuriosita:
Ma quanti anni ci hai vissuto insieme?
Fai i conti, dal 71. Tutta la vita.
E comè che si può stare insieme tanti anni senza amare?
Sa comè Mi ci sono sposata per dispetto. Mi piaceva un ragazzo, lui però si era messo con una mia amica. Così ho deciso di sposarmi in fretta, prima di loro. Andrea che tipo remissivo mi correva dietro da tempo, gli piacevo… Alla fine ho accettato.
E poi?
Oh, avrei quasi voluto scappare dal mio stesso matrimonio. Il paese festeggiava, io piangevo. Pensavo: è finita la mia gioventù. Guardavo lo sposo mi veniva da ululare. Era bassino, magrolino, già mezzo stempiato, con le orecchie a sventola. Il vestito gli stava addosso come un sacco. Sorrideva felice, con gli occhi solo su di me E io pensavo: La colpa è mia.
E poi come è andata?
Siamo andati a vivere dai suoi genitori. Erano tutti come lui: mi trattavano come una regina. Io ero formosa, capelli scuri, occhi viola, il petto che sembrava esplodere dal vestito. Tutti capivano che lui, vicino a me, sembrava niente.
Al mattino trovavo persino le scarpe già pulite sua madre lo costringeva. E io, invece, comandavo, alzavo la voce anche con lei. Ma in fondo mi sentivo solo dispiaciuta per me stessa. Non lo amavo Come poteva andare bene? Nessuno sopporta una nuora così, dopo tutto.
Così lui un giorno dice: Andiamo a lavorare giù in Calabria, ci facciamo un po di soldi e ci stacchiamo dai miei genitori, viviamo da soli. E a me andava bene, basta cambiare aria!
A quei tempi, Calabria era il richiamo per i giovani. Da soli, donne in un vagone, uomini in un altro. Andrea era senza niente da mangiare, la borsa lavevo io. Io, allegra, in compagnia, mangiavamo tutte insieme tutto quello che la madre di Andrea aveva cucinato per il viaggio. A lui al massimo una scusa: Abbiamo finito tutto ma si vedeva che gli dispiaceva.
E lui, timido comera, non avrebbe chiesto il pane nemmeno morendo. Ma faceva finta di niente, solo per non farmi sentire in colpa Lo dimenticai quasi subito.
Arrivati là, ci sistemarono in una specie di dormitorio: trentacinque donne in una stanza, uomini separati, promettevano che presto avremmo avuto delle stanze per le coppie. A me non interessava. Lui cercava di avvicinarsi, io mi giravo dallaltra parte, fingevo di essere occupata. Le altre mi rimproveravano: Ma è tuo marito Niente da fare.
Lui mi aspettava ore sotto le finestre, io manco lo guardavo.
Avevo deciso: mi separo. Niente figli dopo due anni di matrimonio e lamore non nasceva. Solo un paio di notti ho dormito con lui, più per pietà che per altro.
Poi è arrivato Lorenzo moretto, alto, bello, capelli mossi. Lavoravamo tanto, ma ci si divertiva. Cera di tutto: salame buono, arance, birra tedesca cose che a casa non avevamo mai visto. Balli, concerti per noi, era bello. E con Lorenzo mi sono proprio innamorata. Passione vera!
Andrea passava a farmi la predica, ma io non ascoltavo. Avevo la testa solo per Lorenzo.
Gli dissi: Divorzio.
Anche se ci avevano appena dato una stanza tutta per noi, io già non ci andavo più
E Andrea, comunque, sempre nei paraggi. Uscivo con Lorenzo, e sentivo quasi Andrea alle spalle. Ma io non ci pensavo più: era amore vero con Lorenzo.
Laltra donna ascoltava con attenzione, senza interrompere.
Ma come faceva a sopportarlo?
Sopportava perché mi amava. Poi Lorenzo mi ha mollata per una collega, la contabile, e mi ha lasciata da sola. Quando ho scoperto di essere incinta, lui mi ha umiliata davanti a tutti: Non mi staccavo da lui solo perché il mio marito era uno zerbino.
La voce è arrivata pure ad Andrea. Non so dove trovò la forza: andò perfino a cercare Lorenzo per picchiarlo. Lo portarono allospedale. Corsi là, lo trovai gonfio, livido, con la gamba rotta.
Perché? gli chiesi perché litigare?
Per te! mi rispose lui.
E ti dirò, mi sentivo solo più persa. Essendo incinta, mi avrebbero mandata via dal lavoro, via dalla Calabria, a casa mia, nel paesino. E chi avrebbe creduto che non era figlio di Andrea? Forse neanche io lo sapevo, a dirla tutta
Andavo a trovarlo in ospedale, ma non per amore, per dovere.
Ricordo quando riuscì a camminare, mi avvicinai alla finestra, lui in pigiama, pallido come un vecchio, tutto secco dal dolore. E mi disse:
Non divorziamo, andiamocene lontano, il bambino sarà il mio, nessun altro.
Io invece: E che ti interessa?
Ti amo, mi fa.
E io: Fai come vuoi.
Me ne andai, senza voltarmi, anche se dentro, ti dirò, sentivo le farfalle nello stomaco. Era la felicità di non dover tornare al paese, almeno col bambino non sarei stata sola.
Ci trasferimmo in Piemonte. Andrea era sempre riservato, ma sul lavoro si è fatto notare subito. Aveva fatto la scuola per meccanici e lhanno promosso caposquadra. Tornava sempre a casa con un pensiero per me. Ogni cosa buona, la portava a casa.
Ho la moglie incinta, si vantava.
Lui tutto orgoglioso, io abbassavo lo sguardo. Mi assegnarono un lavoro come contabile, ci diedero una stanza in un palazzo.
Quando nacque Paolo, capii subito: era figlio di Lorenzo, scuro di capelli. Andrea non fece una piega, lo guardava come fosse suo, quasi si commuoveva mentre ci prendeva allospedale.
Paolo era difficile, sempre malato Andrea non dormiva, si preoccupava, non si lamentava mai.
Un anno dopo nacque Lucia, da Andrea. La chiamammo così per sua madre. A quel punto io non sentivo più niente per Andrea: né amore, né odio. Solo fatica, con due bimbi piccoli pensavo solo che mi aiutasse. E lui faceva tutto: lavava, puliva, mi lasciava riposare.
A volte voleva perfino lavare lui i panni. Ho dovuto portargli via la bacinella: un uomo, e pure il capo, non poteva certo lavare la biancheria da donna! E lui:
Lacqua è ghiacciata, meglio se la prendo io, almeno tu non ti ammali.
Quella sua ostinazione, quellamore infinito, a lungo andare mi dava fastidio.
Col tempo, Paolo cominciò a darci problemi, già a tredici anni era nei guai con la polizia. Io, frequentando lispettore, ho finito per conoscerlo meglio Mi piaceva, era gentile con Paolo, riusciva dove Andrea falliva. Andrea era troppo debole: non sapeva punire, non sapeva farsi ascoltare. Io ero pronta anche a dargli due scapaccioni, se lo meritava! Se rubava! Invece Andrea non voleva
Poi Andrea fu mandato a fare un corso di aggiornamento. Vivevamo già a Torino e avevamo un bellappartamento. Doveva andare a Milano.
Mi disse: Se non vuoi, non ci vado.
Aveva già capito che cera qualcosa che non andava tra noi.
Io risposi: Vacci pure.
Partì avvilito. Intanto, lispettore mi faceva la corte: Lascialo, non lo ami
La donna si fermò a sistemare alcune foglie cadute dal tavolo.
E tu?
Ha continuato la donna con il basco, dandole ormai del tu, unite dal racconto.
La narratrice la fissò, unombra di tristezza sulla fronte.
Ripensavo, riflettevo Proprio in quel periodo Andrea mi scrisse una lettera. La tengo ancora, nessuno lo sa. Scriveva che aveva capito di avermi rovinato la vita, che non lavevo mai amato, solo sopportato. Scriveva che, se gli avessi detto basta, non sarebbe mai tornato. Avrebbe continuato a mandarmi la metà dello stipendio, per i figli, che tutto restava a me, mi augurava ogni bene. Una lettera dolcissima, nessun rimprovero, nessuna offesa. Tutto il dolore se lo prendeva lui e a me lasciava la libertà.
Le foglie cadevano ancora, era una calda giornata autunnale, il cielo terso. La donna con il fazzoletto nero si asciugò gli occhi.
Ma perché piangi? le chiese la narratrice.
Eh Che vuoi. La vita è una cosa strana ti fa piangere anche solo a ricordare. Continua Sei andata dallispettore?
Non ho dormito per notti. Paolo continuava a fare danni, io persa quella lettera fra le mani. Al lavoro una donna più anziana, la caporeparto, mi disse: Sei folle, Lidia. Uomini così, vanno portati in palmo di mano.
Un mattino mi sono svegliata allimprovviso, mi sono fermata Ma che sto facendo? Ho ripensato a tutto: a come in fondo Andrea mi ha sempre seguito, aiutato. Mi sono ricordata di quando mi operarono, per un problema da donne, e tutto era andato male. Credevo fosse la fine, i medici lo pensavano pure. Quando mi portarono in stanza, Andrea era lì. E lui, il silenzioso, impazzì per farmi curare, non lasciava il mio capezzale, pagò persino una badante, comprò le medicine
Se non fosse stato per lui
Unaltra volta, per errore, ci recapitarono una cassetta di viveri che non era nostra. Andrea, nonostante la bufera, la riportò agli altri nel paese vicino. Tornò con le guance gelate, e si ammalò pure.
Mi resi conto che, in fondo, di nessuno avevo bisogno se non di Andrea.
Scriverglielo? Ma dopo anni di freddezza, cosa avrebbe pensato? Lavrebbe capito quanto avevo sbagliato?
Ormai, lui si era convinto che andassi via per un altro.
Era autunno, proprio come oggi. Sistemai i figli, sistemai il lavoro e presi il treno per Milano, da lui.
Il treno andava piano, mi sembrava non arrivare mai. Nei miei occhi solo il suo sguardo: mi era diventato caro, familiare, lunico che volevo vedere. Amavo tutto di lui: la pelata, le orecchie, il pancione, tutto
Arrivata al suo ostello, mi dissero che era a lezione. Presi la metro, lo cercavo ovunque con lo sguardo.
Non mi fecero entrare. Aspettai sulla scalinata, e lo vidi uscire con il gruppo. Un altro uomo, distinto, con la coppola e il trench, la cartella sotto braccio. Mi sentii gelare dallemozione E per lui! Lamore vero, solo per mio marito!
Mi passò accanto senza vedermi Quando se ne andarono, lo chiamai.
Si voltò, incredulo. Ci guardammo negli occhi, in silenzio, sotto la pioggia di foglie.
I suoi amici ridacchiavano: Questa sì che è una storia damore! Anni insieme, e guardali come si ritrovano
La donna con il fazzoletto si tamponava le lacrime.
E siete stati felici fino alla fine, vero?
Fino alla fine? chiese la narratrice.
Sì, e con un cenno indicò una tomba lì vicino, lui è qui, vero?
Eh No. Qui cè Paolo, nostro figlio. È morto giovane. Ne ha passate tante: anche in carcere è finito. Ne abbiamo sofferto, io e Andrea. Poi ha bevuto, si è perso
Quindi tuo marito è vivo? chiese la donna con un sospiro di sollievo.
Sì, si fece il segno della croce, Grazie a Dio! Mi ha portato qui, deve sbrigare delle cose. Aiutiamo la figlia, si guardò attorno, Eccolo là, che mi viene a cercare! Quanto chiacchieriamo, noi Vuoi un passaggio?
Grazie, resto ancora un po qui tra le tombe.
Si avvicinò un uomo non più giovane, un po tarchiato, vestito con un giubbotto nero e un berretto di pelle. Era simpatico, con il viso tondo e gentile. Salutò con un sorriso caloroso.
Sei stanco, Andreino? la moglie scrollava la polvere dalla spalla del marito.
Aveva già raccolto tutti gli attrezzi dalla tomba del figlio, ma la moglie gli prese il sacco più pesante. Temendo per la schiena malandata di Andrea, lo portò lei stessa.
E se ne andarono via insieme, a braccetto, tra i vialetti gialli del cimitero.
Prima della curva, la donna col basco grigio si voltò e fece un cenno alla nuova amica; anche il marito salutò col braccio.
La donna rimase lì, a guardare la foto di suo marito sulla lapide, pensando che la felicità non arriva mai da sola; esiste solo quando la lasci entrare nel cuore.
E la felicità, in fondo, è una cosa sola: amare ed essere amati.





