15 aprile, giovedì, 2025
Oggi, dopo tutta la confusione del weekend, ho deciso di mettere nero su bianco le cose che sono successe, così da non perdermi nei ricordi torbidi.
«Allegra, tesoro, sabato sei libera, vero?» ha suonato la voce di Carmela, la suocera, dolce come sempre, con quellaccento che io, dopo tre anni di matrimonio, riconosco al volo. «Devo portare giù i barattoli di conserve in cantina, altrimenti la loggia è piena. E poi cè quel casino in soffitta, non riesco a trovare il tempo per sistemarlo».
«Certo, Signora Carmela, arriverò al mattino», ho risposto, tenendo il telefono allorecchio mentre mescolavo la zuppa sul fornello. «Porto con me anche Lorenzo?»
«No, il tuo progetto è in fase cruciale, lo sai. Lascia che lavori in tranquillità a casa», mi ha detto, ridendo.
Allegra ha preso lautobus delle nove, un vecchio pullman a due piani che puzzava di benzina e di qualche pasticcino venduto al bancone. Si è seduta al finestrino, appoggiando la guancia al vetro freddo, mentre fuori la campagna lombarda si stendeva in campi e boschetti. Il rumore monotono del motore lha quasi addormentata.
Un sobbalzo improvviso lha svegliata: il bus si è fermato sul ciglio della strada, inclinato sul lato destro. Il conducente ha annunciato che una ruota era scoppiata, il ricambio era marcio e avrebbero dovuto attendere una sostituzione da Milano. «Almeno due ore», ha detto, «magari tre».
I passeggeri sono scesi in un continuo brusio. Allegra è rimasta lì, accanto al pullman, per dieci minuti, poi ha alzato la mano. Una vecchia Škoda, laccata di rosso, si è fermata; al volante un nonno dal sorriso bonario.
«Andiamo in città? Salta su, figlia, ti porto a casa», ha detto. Lei è corsa sul sedile anteriore, ha scritto un messaggio a Carmela: «Il pullman si è rotto a metà percorso, torno subito, rimandiamo per il prossimo fine settimana». Il telefono ha emesso un segnale di consegna.
Quarant minuti più tardi Allegra era davanti alla porta del suo edificio di cinque piani a Bergamo. Ha girato la chiave, è salita al terzo piano e, mentre apriva la porta del suo appartamento, il cellulare è squillato. Sul display: «Carmela».
«Pronto?»
«Allegra!», lo ha strillato la suocera, la voce rotta in un urlo. «Dove sei? Sei arrivata? Sei alla casa di campagna?»
«Ho scritto che il pullman è guasto, sono qui davanti alla porta», le ho risposto, cercando di trattenere una risata nervosa. «Non entrare!»
«Non entrare in casa! Ascolta! Torna subito da me, è urgente!»
Carmela sembrava in preda al panico. Ho provato a farla ragionare, ma la chiave era già girata. La serratura ha cliccato, la porta è stata spinta. E il tempo sembra essersi fermato.
Dentro, le scarpe erano sparse ovunque: le sue ballerine, le sneakers di Lorenzo, e qualche tacco alto liscio. Un ombrello dimenticato su un portaombrelli, un profumo dolciastro di fragranza femminile che non era il suo.
Nel salotto, Lorenzo, al pigiama e in mutande, abbracciava una giovane donna dai capelli scuri, spalle sottili, unghie rosse lucide. Si baciavano come se il mondo intero fosse svanito.
Lorenzo è stato il primo a distogliere lo sguardo e ha impallidito. Il sangue gli è corso via dal viso come un fiume in secca. La ragazza, di circa venticinque anni, con occhi spaventati, si è affrettata a prendere la borsa, le scarpe con tacco e lombrello, ha attraversato la stanza lasciando una scia del profumo, ha saltato le scale e sè dileguata.
Il cellulare vibra ancora: «Allegra!». «Quante volte mi hai interrotta, Carmela? Quante volte hai riempito i barattoli, curato i letti, sistemato la soffitta Quante volte hai coperto tuo figlio? Quante volte hai riso alle mie spalle perché non conosci la verità?»
Il silenzio. Poi il segnale di chiamata è sparito.
Ho messo lentamente il telefono giù, guardato Lorenzo, fermo al centro del salotto, immobile.
«Allora?», ho chiesto senza emozione. «Vuoi dire qualcosa?»
«Allegra, posso spiegare tutto»
Ho riso, una risata stridula, quasi isterica. «Spiegare? Seriamente? Hai detto davvero quelle parole?»
«Non significa nulla! Non è nulla, è solo»
«Solo cosa? Solo atterrata sul mio volto per caso?»
Lorenzo si è avvicinato. Mi sono ritirata, facendo un passo indietro.
«Non avvicinarti», ho detto. «Ascolta»
«No, ascolta tu», ha replicato, la sua voce suonava come un eco.
«Questo appartamento è mio, lho comprato prima del matrimonio, con i soldi ereditati da mia nonna. Tu non hai diritto a nulla qui, né il tuo nome, né il tuo posto. Hai quindici minuti per mettere via le tue cose e andartene.»
«Allegra, parliamo»
«Quattordici minuti.»
«Non puoi semplicemente»
«Tredici.»
Lui ha capito, leggendo nei miei occhi, nella mia voce, che non stavo bluffando. È corso nella camera da letto, ha chiuso gli armadi a chiave. Io, appoggiata al muro del corridoio, contavo il respiro: inspirareespirare. Non cedere, non cedere ora.
Dodici minuti dopo è uscito con una borsa piena di pochi vestiti e una giacca sotto il braccio. Si è fermato davanti alla porta.
«Le chiavi», ho detto, senza emozione.
Ha frugato nelle tasche, ha lanciato il mazzo di chiavi sul tavolino e se nè andato.
La porta si è chiusa silenziosa, quasi senza suono. Ho atteso ancora un minuto, poi ho chiuso la serratura due volte, ho messo una catena. Sono scivolata giù per il muro, mi sono seduta sul pavimento e ho pianto.
Lunedì successivo ho sporto la causa di separazione. I documenti sono stati accettati in pochi giorni: siamo senza figli, i beni sono separati, nessuna pretesa. Una formalità pulita.
Lorenzo non chiama più. Carmela neanche. È come se non fossero mai esistiti, tre anni di vita insieme svaniti in un silenzio.
Una settimana più tardi mi sono incontrata in un bar con Martina, la migliore amica dalluniversità. Ha sorseggiato il suo cappuccino, gli occhi spalancati.
«Aspetta, la suocera lo sapeva? Ti ha mandato alla casa di campagna proprio mentre lui era lì»
«Sembra proprio di sì.»
«Che spettacolo!»
Ho sorriso amaramente.
«Sai qual è la cosa più divertente? La consideravo una seconda madre, pensavo di aver trovato la vera famiglia. Era tutto una recita. Entrambi recitavano fin dal primo giorno.»
«Dal primo giorno?»
«Pensa, quando ci siamo incontrati, già vivevo nel mio appartamento, lavoro stabile, salario regolare. Lui aveva una stanza in affitto, lavori saltuari Ho preso un caffè amaro, ho detto: forse non è iniziato col primo giorno, ma presto ha capito che poteva approfittare di me.»
«Credi che lui»
«Non lo so. Guardavo nella tazza, la schiuma nera galleggiava. Forse gli era piaciuta in qualche modo, ma non abbastanza da non tradire ogni giorno. La madre, invece, voleva solo una nuora e una mano laboriosa: barattoli, orti, sistemare le cose, e che il figlio fosse così sistemato.»
Martina ha stretto la mia mano sul tavolo.
«Mi dispiace, Allegra.»
«Non mi dispiace. Ho perso tre anni, ma succede. Non ho intenzione di sprecare più un giorno con loro.»
«E adesso?»
Ho finito il caffè, lho posato sul piattino.
«Adessoricominciare. Da zero. Senza mariti falsi, senza suocere finte. Ho lappartamento, il lavoro, la vita. È sufficiente.»
Mi sono alzata, ho preso la giacca. Fuori, la pioggia cadeva fine, fastidiosa. Ma io sorridevo. Tutte le cose brutte sono rimaste alle spalle.
Dolorosa? Sì. Ferita? Fino al dente. Ma sopravviverò. E questa storia è solo un altro insegnamento: a volte le persone più vicine sono quelle che ti tradiscono, ma la vera forza è rialzarsi da soli.
Martina mi ha salutata alla porta.
«Stai bene, Allegra?»
«Lo sarò, con il tempo. E tornerò a essere felice.»
Sono uscita sotto la pioggia e sono tornata a casa. Lì mi attendeva un nuovo progetto: la ricetta di una torta che avevo rimandato da tempo. Il futuro, ora, lo sto costruendo da sola.



