Tutto sembrava andare bene. La bambina, secondo lecografia, era perfettamente sana. Ma il parto fu complicato. Era una bambina, ma cera un problema. Così grave che i medici iniziarono a suggerirmi di lasciar perdere.
La piccola era nellincubatrice. Quando mio marito venne a trovarci, il primario gli disse che nostra figlia non sarebbe sopravvissuta, che sarebbe stata solo un peso. Lui ci pensò a lungo e infine decise che era meglio rinunciare, per non rovinare la sua vita. Io rimasi in silenzioero abbattuta.
Prima delle dimissioni, però, dichiarai che non avrei mai abbandonato mia figlia. Mio marito prese le sue cose e se ne andò. Tornai a casa, un appartamento vuoto, con la bambina tra le braccia. Passavamo da un ospedale allaltro, sperando e provando ogni strada possibile. E qualche risultato arrivò.
Molte mamme con bambini malati mi sostennero. Un giorno, nellospedale di Milano, incontrai un uomo. Mi confidò la sua storia: sua moglie lo aveva lasciato per un ragazzo più giovane e non avevano figli, quindi passava le sue giornate da solo.
Guardò mia figlia malata, che si chiamava Giulia, con una dolcezza tale che mi fece commuovere. Mi aiutò in tanti modi: con i suoi consigli, le sue conoscenze, e persino qualche aiuto economico in euro. Diventammo così uniti che presto capimmo di non volerci più separare. Ci sposammo.
Ora Giulia è quasi guarita. È una campionessa sportiva. E nella nostra famiglia è arrivato anche un altro bimbo, un piccolo fratellino, Luca. Ho imparato che la speranza e il coraggio possono davvero cambiare la vita, anche quando sembra impossibile.




