Ricordo ancora quel pomeriggio in cui, seduta al tavolo della cucina di casa nostra a Milano, mi avvicinai a Ludovica con lo sguardo di chi vuole mettere una pietra miliare.
Ludovica, sei sicura che ora sia il momento giusto per avere un bambino?
Anna pose la tazza di caffè sul piattino e fissò la figlia, che si era sistemata di fronte a lei con quellaria di chi sa già che le parole saranno dure.
Mamma, ne abbiamo già parlato più volte.
Proprio per questo ne parliamo ancora. Tu e Sergio siete sposati da solo un anno. Lui ha appena iniziato a salire in carriera, tu nella tua azienda non sei ancora nemmeno una responsabile di settore. Fai penzolare il conto a fine mese e ora pensi a un bambino
Ludovica alzò gli occhi al cielo, quel gesto che Anna conosceva fin dalladolescenza: prima significava lasciami in pace, ora sembrava cosa capisci tu.
Va tutto bene, mamma. Sergio guadagna bene. Ce la faremo. E poi cè quel detto sul coniglietto e il prato, ti ricordi?
Sì, ho sentito le fiabe sul prato, ma quel bambino non è un coniglietto di peluche, non lo metti su una mensola quando ti stanca. E guadagnare bene serve solo a mettere da parte un cuscinetto di sicurezza, non a non doversi chiedere dove trovare i soldi per pannolini e biberon se il reparto tagliasse il personale.
Ludovica scosse le spalle e si voltò verso la finestra, facendo capire con il solo gesto che la discussione era finita. Anna riconobbe quel silenzio come una vittoria per la figlia: il tacere equivaleva a vincere la battaglia. Sospirò. A venticinque anni, ancora percepiva ogni consiglio come unoffesa personale.
Ludovica, non ti sto vietando nulla, sei già adulta. Sto solo chiedendo di riflettere. Un anno o due non cambieranno nulla, ma potranno darti più stabilità.
So io quando devo avere un figlio.
Quelle parole piene di assolutismo fecero solo scuotere il capo ad Anna. Insistere era inutile. Aveva vissuto a lungo abbastanza da capire che a volte le persone devono collezionare le proprie spine, soprattutto quando quelle persone sono i propri figli.
Esattamente nove mesi dopo, Ludovica la chiamò dal reparto maternità.
Mamma, è una bambina! Duecento cinquantadue grammi, alta come una piccola giraffa! È così bella, non ti immagini!
La voce della figlia rimbombava di gioia e Anna non osò più menzionare la discussione di un anno prima. Perché? Il bambino era nato, sano e desiderato. Tutto il resto era solo dettaglio, destinato a sistemarsi col tempo.
O forse no
Anna andava a trovarla ogni settimana, portando frutta e qualche piatto pronto. Nei primi mesi Ludovica a malapena riusciva a farsi una doccia, figuriamoci stare ai fornelli. Anna aiutava, ma senza intromettersi, senza dare consigli su quando mettere la piccola a dormire alle sette o alle dieci, senza rimproverare quando la madre comprava latte biologico costoso invece di quello di supermercato.
Una famiglia altrui rimane sempre un mistero, anche se è la tua stessa figlia.
La piccola Marta cresceva, agitava le manine paffute, afferrava i sonagli. Anna la osservava e provava quella strana sensazione di amare così intensamente qualcuno, pur sapendo di essere solo unospite. Gentile, desiderata, ma comunque ospite.
Ludovica fioriva nella maternità. Aveva perso peso, ma per il sonno scarso e la corsa continua. Sotto gli occhi si formavano ombre, ma sorrideva come non faceva da scuola. Anna provava una gioia sincera per lei.
Poi, sei mesi dopo la nascita, Ludovica si presentò a casa di Anna con unespressione che annunciava non una chiacchierata piacevole.
Mamma, abbiamo dei problemi.
Anna la fece sedere in cucina, mise il bollitore sul fuoco. Ludovica incrociò le dita e fissò il tavolo.
Non basta più i soldi.
Per cosa esattamente?
Per tutto. Bollette, pannolini, latte, spesa. Sai quanto è caro tutto oggi!
Anna lo sapeva. Laveva calcolato lanno precedente, quando cercava invano di spiegare a sua figlia laritmetica di base.
Sergio ha ricevuto una promozione?
Sì, ma è ancora poco. Devo tornare a lavorare, mamma, altrimenti non ce la facciamo.
Capisco.
Non so dove mettere Marta. Allasilo non accettano bambini sotto i due anni, ho chiamato tutti i centri del quartiere. E la tata Ludovica alzò le spalle con una smorfia la tata costa così tanto che è più facile non lavorare affatto.
Anna rimase in silenzio, percependo la pressione che si stava formando dentro di lei.
Mamma, potresti… stare con Marta mentre io sono al lavoro?
Ludovica, lavoro anchio.
Ma potresti licenziarti o prendere un congedo. Hai dei giorni di ferie non usati, vero?
Anna scosse lentamente la testa. Ludovica la guardava con una speranza che quasi la fece rimpiangere di deluderla.
No, non mi licenzierò per stare con tua figlia.
Ma perché?! È tua nipote!
Il tono di Ludovica tradiva la sua frustrazione, quasi infantile, come quando un bambino vuole un giocattolo e il genitore risponde che manca ancora una settimana al salario.
Perché ho una vita, un lavoro, progetti.
Che progetti, mamma? Hai cinquantacinque anni!
Anna non si scosse di fronte a quella sfrontatezza. Da tempo aveva interiorizzato quel ruolo di mamma che, per definizione, non doveva avere desideri né ambizioni.
Ecco perché non intendo sprecare i miei ultimi anni a cambiare pannolini.
Ludovica sbatté la tazza, facendo schizzi di tè sul tovagliolo.
Sei egoista.
Forse.
Sei una cattiva madre!
E anche questo è possibile.
Anna vide le lacrime negli occhi di sua figlia, una miscela di rabbia, delusione e forse qualcosa di più. Ludovica non sapeva perdere, fin da piccola lanciava i dadi contro il muro se perdeva.
Le settimane successive si trasformarono in un loop di accuse: Sei una cattiva madre, Sei una cattiva nonna. Ogni visita, ogni messaggio, ogni chiamata portava la stessa frase.
Un giorno Anna non poté più trattenersi.
Dimmi concretamente in cosa ti ho tradita. Perché improvvisamente sono una cattiva?
Ludovica esitò, non si aspettava una simile svolta.
Ti rifiuti di aiutare!
Non è una colpa, è una scelta. E dove sono stata cattiva quando eri piccola?
Tu tu Ludovica si strofinò gli occhi sei sempre stata al lavoro!
Lavoravo perché ti nutrivo, ti vestivo. Ti ricordi il nido dinfanzia migliore del quartiere? I vestiti di Bimbi e Fiori mentre le altre bambine indossavano vestiti usurati?
Ludovica rimase in silenzio.
Luniversità? La paga, quel corso di cinque anni che ho finanziato perché avessi un diploma decente.
Mamma
E lappartamento che ti regalai per il matrimonio? Un bilocale in zona Porta Romana, la macchina
Ludovica arrossì, non sapendo se per vergogna o per rabbia.
È un altro discorso.
No, è lo stesso. Come madre ho fatto tutto quello che potevo, forse anche di più. Ora, quando ho davvero bisogno, ti chiudi in te stessa!
Anna inspirò a fondo.
Ludovica, ti avvertii un anno fa: Aspetta di stare in piedi da sola. Tu rispondesti che sapevi quando dovevi avere un figlio. Era la tua decisione.
E ora? Mi punisci per quella scelta?
No. Semplicemente non sacrifico la mia vita per la tua.
Ludovica scattò dalla sedia, le lacrime le rigavano il volto, le labbra tremavano per il pianto trattenuto.
Non ti dimenticherò mai!
Forse. O forse un giorno capirai, quando sarai tu a diventare nonna.
La figlia se ne andò senza nemmeno salutare.
Due mesi di silenzio seguirono. Anna la chiamava, ma Ludovica rifiutava le chiamate. I messaggi rimanevano non letti. Vedéva Marta solo nelle foto dei social, perché Ludovica non si era decisa a bloccarla del tutto.
Anna scorreva quelle immagini la sera: la piccola imparava a sedersi, poi a gattonare, sorrideva alla fotocamera, tendeva le mani verso i giochi. Cresceva senza di lei.
Era doloroso? Sì. Ma non rimpiangeva la sua scelta. Capiva quanto le persone si abituino al bene, e quanto le richieste si trasformino in pretese.
Ludovica era sempre stata così: prendeva, accettava, pretendeva. E finché la madre dava, tutto andava bene. Basta un no e la madre diventa un mostro.
Forse col tempo la figlia comprenderà, assumerà la responsabilità delle proprie decisioni, maturerà, almeno verso i trentanni.
Nel frattempo Anna continuò a vivere: al lavoro, con le amiche, pianificando una vacanza estiva. Aspettava, pazientemente, senza risentimento, senza desiderio di vendetta.
Aspettava solo che la figlia superasse quellegoismo infantile.
Era sempre stata paziente.






