Giorgia, vieni qui, ti metto le calze nello zaino! la voce di Elena si sentì in tutto lappartamento, e io, seduto al tavolo della cucina, sobbalzi quasi a sussultare.
La nipote, sedici anni, comparve timidamente nella soglia della sua stanza. Alta, goffa, con le braccia lunghe che sembrava non sapesse dove mettere.
Mamma, hanno detto che farà caldo.
Hanno detto! sbuffò Elena, come se i bollettini del tempo avessero preso a pugni la sua famiglia. E se andasse giù di temperatura? E se piovesse? Tu non sai neanche prenderti cura di te stessa. Ti ammali ancora
Io sorseggiavo un caffè amaro, ma comunque qualcosa da tenere in bocca per non sbandierare. Da tre anni guardavo quel teatrino e non mi ero ancora abituato. Giorgia non sapeva accendere la lavatrice, non per stupidità, ma perché la madre non le aveva mai dato il permesso di avvicinarsi ai macchinari. La rovini, Allaghi i vicini, Programmi complicati. Non portava fuori la spazzatura Elena temeva che la figlia scivolasse sulle scale o venisse morsa dal cane randagio del cortile. Nemmeno pulire la sua stanza le era permesso spazzi la polvere, ma la spargi.
Elena, non ce la facei più a trattenermi , ha sedici anni, può mettere le calze da sola nello zaino.
Il suo sguardo mi trafisse come se il latte nel frigo fosse destinato a cagliare.
Giulia, non hai figli, non capisci.
Argomento eterno, inossidabile. Potrei rispondere che la mancanza di figli non mi rende una stupida, ma taci. È inutile.
Giorgia rimaneva alla porta a fissare il pavimento. Sul suo volto avevo visto lo stesso sguardo rassegnato dei cani nei rifugi: sottomesso, senza speranza. Era la parte più spaventosa.
Quella stessa sera chiamai Elena.
Lina, può Giorgia passare la notte da me? Voglio rivedere Harry Potter. Da sola si annoia.
Elena esitò. Io, a distanza, vedevo le sue rotelle girare nella testa: E se si ammalasse lungo la strada?, E se il balcone fosse aperto?, E se.
Va bene, alla fine strillò Elena. Ma poi la riporti a casa. Non si sa mai
Dalla tua porta alla mia sono quaranta metri.
Giulia!
Ok, ok, la porto.
Mezzora dopo Giorgia era seduta sul balconcino del mio appartamento, con le gambe raccolte. Il balcone era piccolo ma accogliente avevo portato una coperta, dei cuscini e una ghirlanda. Il film non lo accendemmo mai.
Giorgia, metti il bollitore sul fuoco. Il mio accendino è rotto, le fiammiferi li ho nel mobile!
Io rimasi in silenzio, senza risposta da parte della nipote, e un sospetto negativo si insinuò nella mia mente.
Sai usare i fiammiferi? chiesi.
Giorgia mi guardò in quel modo che fa capire tutto subito.
Mamma non mi permette di toccarli. E poi ci sono gli accendini.
La mamma non è qui. È ora di imparare!
I primi tre tentativi la romperono i fiammiferi a metà, premendo troppo forte, tirando con troppa velocità. Al quarto riuscì: una piccola fiamma si accese e lei la fissò con lentusiasmo di chi ha appena scoperto un miracolo.
È balbettò, cercando le parole. È normale.
Il mio cuore si strinse. Liperprotettività di Elena la confinava in una gabbia.
Una settimana dopo Elena mi chiamò in preda al panico.
Immagina, la scuola porta la classe al campo estivo! Per tre giorni!
E allora? alzai il volume del telefono, continuando a scrivere la relazione. Lavoro da remoto, la scadenza si avvicina, e la sorella ha ancora una catastrofe.
Che cosa?! È settembre! Fa freddo! Ci saranno spifferi, cibo a caso, e magari si ammalerà!
Lina, ha sedici anni, limmunità ce lha, ha la giacca. Il cervello che gli hai permesso di avere?
Molto divertente. Elena sbuffò. Non la lascio andare.
Hai chiesto a Giorgia?
Silenzio.
Perché? Sono sua madre, lo so meglio di tutti.
Chiusi il laptop. Inutile lavorare quando dentro tutto ribolle.
Sai bene che non può andare a stare con i compagni, che deve restare a casa mentre gli altri accendono fuochi e cantano con la chitarra?
Fuochi?! Elena lasciò trasparire un vero terrore. Ci saranno fuochi?
Giorgia non partì per il campo. Lho vista quel giorno nella sua stanza a scorrere le stories altrui: compagni in autobus, scherzi, facce buffe. Guardava il telefono con lo sguardo vuoto.
A marzo compì diciotto anni. Io le regalai uno zainetto piccolo, arancione acceso, audace, ben diverso dalle borse grigie che Elena approvava.
Giorgia sorrise tristemente. Nei suoi occhi cera qualcosa che non conoscevo: non rabbia, non rancore, ma una stanchezza profonda, quella di chi ha smesso da tempo di lottare.
A maggio affittai una casa in campagna, una casetta di legno con la veranda traballante e un frutteto di meli. Internet arrivava, ma non serviva altro per lavorare.
Voglio portare Giorgia con me, dissi a Elena.
Lei quasi lasciò cadere la padella.
Per tutta lestate?! In campagna?! Dove non cè nemmeno un medico decente?
Lina, cè un pronto soccorso a trenta minuti di auto, non è la taiga.
E se una zecca la pungesse? E se si avvelenasse di funghi? E se
Non mangerà funghi, intervenni pazientemente. E sarò lì a vegliare. Promesso.
Ci volle una settimana a convincerla. Io elencavo aria fresca, silenzio, tregua dal caos cittadino. Elena controbatté: mancanza di farmacia, acqua del pozzo non controllata, cani di campagna. Giorgia rimaneva in silenzio, ormai non partecipava più alle decisioni sulla sua vita.
Va bene, cedette Elena alla fine. Ma chiamaci ogni giorno, fotografa tutto quello che mangia, e se la febbre sale, subito a casa!
Quella lista occupò tre pagine di taccuino. Io annuiavo, scrivevo, poi buttai il taccuino nella spazzatura.
La casa ci accolse con lodore di erbe secche e legno vecchio. Giorgia stava al centro del cortile, alzò la testa e guardò il cielo, immenso, blu, senza un solo grattacielo allorizzonte.
È… vuoto qui, sussurrò.
Libero, correggiio. Il bollitore lo metti da sola? Il fornello è a gas, ce la fai?
Giorgia impallidì.
Sì!
La prima settimana le insegnai gli elementi base: caricare il bucato nella vecchia lavatrice che tremava come un aereo in decollo, accendere il fuoco. Sbagliava. Bruciava le uova, inondava il pavimento dimenticando di chiudere il rubinetto, lavava una maglietta bianca con calzini rossi. Ma ad ogni errore il suo volto mostrava qualcosa di nuovo: non disperazione, ma brama, voglia di riprovare.
Ho cucinato il riso da sola! esclamò Giorgia una mattina, correndo nella stanza della zia con una pentola in mano.
Il riso era un mucchietto colloso, ma lei brillava come se avesse vinto un premio Nobel.
Congratulazioni, risposi serio. Ora puoi sopravvivere a unapocalisse.
Risosero insieme, a voce alta, con la testa alzata. Non ricordavo lultima volta che avessi udito una risata così.
Nel villaggio vivevano una ventina di persone, per lo più anziani e qualche famiglia estiva. La signora Zina, vicina, accolse Giorgia sotto la sua ala e le insegnò a mungere una capra. Pash, coetaneo di Giorgia, la portava a pescare. Io osservavo Giorgia imparare a parlare con gli altri, a non nascondersi dietro la madre, a rispondere alle domande senza tacere. Allargava le spalle, guardava negli occhi, rideva delle battute.
A metà estate le permettei di andare al negozio da sola. Un chilometro e mezzo di sterrato, passando un campo di girasoli.
E se mi perdo? chiese, senza timore, solo curiosità.
Cè una sola strada. Perdersi è impossibile, anche se vuoi.
Tornò dopo unora, con pane, latte e un sorriso largo.
Ce lho fatta, disse.
Che risultato, sbuffai, ma la abbracciai forte.
Tre mesi volarono. Giorgia sapeva preparare cinque piatti, lavare, stirare, gestire i soldi per una settimana. Andava al fiume con i ragazzi del villaggio, aiutava la signora Zina a sradicare le erbe, leggeva libri sul portico fino al buio. Io la vedevo trasformarsi, non più quella ragazzina vuota.
Il ritorno a casa fu duro. Elena aprì la porta e rimase ferma, a fissare la figlia come se fosse tornata da un altro pianeta.
Giorgia? ripeté incredula. Sei abbronzata.
E ho imparato a fare il brodo, aggiunse la nipote. Vuoi che lo prepari?
Gli occhi di Elena si spalancarono.
Il brodo?! Tu?! Giulia, che cosa le hai fatto?
Le settimane successive divennero una guerra. La nipote volle lavorare. Inviò curriculum, andò a colloqui, rispose alle chiamate dei recruiter. Elena girava per lappartamento, afferrando il cuore e il telefono.
Non devi lavorare! Io guadagno abbastanza!
Devo, mamma. rispose Giorgia, senza alzare la voce, ma fermamente. Voglio essere adulta.
Sei ancora una bambina!
Ho diciotto anni.
Giorgia trovò lavoro da sola: barista in una piccola caffetteria vicino casa. Non è nulla di che, ma era il primo passo verso la vita adulta.
Con il primo stipendio iniziò a mettere da parte dei soldi. Tre mesi dopo era seduta in cucina a scorrere gli annunci di affitto.
Questa è buona, indicò sullo schermo. Monolocale, vicino al lavoro, a buon prezzo.
La madre non sarà contenta, avvisai.
Lo so.
Mi maledicherà, però io sorridevo.
Lo so anchio. Giorgia alzò gli occhi. Nei suoi sguardi cera una determinazione che prima non cera. Ma non posso più, zia Giulia. Ancora controlla se ho spento la luce in bagno. Ho diciotto anni e devo decidere quando andare a letto.
Annuii.
Allora andiamo a vedere lappartamento.
Elena continuava a urlare. Io la lasciavo parlare, senza interrompere.
È colpa tua! Hai rovinato tutta lestate, lhai riempita di regole! Hai distrutto la mia famiglia!
Lina, attesi il suo silenzio, le ho insegnato a vivere. Quello che dovevi fare tu ma avevi paura.
Paura?! La difendevo!
Lhai solo protetta! dissi, senza rabbia, solo constatazione. Hai temuto che succedesse qualcosa, così lhai tenuta chiusa in quellappartamento.
Elena cadde su una sedia, il volto ormai grigio.
È la mia figlia, sussurrò.
È una persona adulta. Vuole scoprire che cosa cè oltre le tue paure.
Giorgia si trasferì allinizio di dicembre. Lappartamento era minuscolo, con soffitti bassi e parquet cigolante, ma lei lo riempì di mobili, come se fosse un palazzo.
Guarda, aprì il frigorifero, ho comprato io la spesa! E ho appeso le tende! Un po storte, ma le sistemerò.
Io stavo sulla porta, sorridendo. La mia ragazza goffa, inesperta, splendida finalmente respirava a pieni polmoni.
Grazie, disse Giorgia quella sera, mentre bevevamo il tè nella sua nuova cucina. Per i fiammiferi. Per il villaggio. Per tutto.
Non ho fatto nulla di speciale.
Mi hai liberata. sorrise.
Strettai la sua mano, sentendo il suo dito tremare.




