Ricordo che, dopo un anno di silenzio, Alessandro bussò di nuovo al portone di casa nostra a Roma, con la stessa valigia con cui se ne era andato dodici mesi prima, come se fosse uscito solo a prendere il pane. Sembrava che quel lungo anno di assenza non fosse mai esistito.
Ciao, disse con voce incerta. Posso entrare?
Io rimasi in silenzio, fissandolo, mentre nella mente si accavallavano immagini: il letto vuoto, i messaggi senza risposta, decine di tentativi di chiamata, le festività trascorse in un mutismo greve, le notti in cui piangevo nella cucina quando i bimbi già dormivano.
Ho riflettuto su tutto, aggiunse, come a giustificare qualcosa. Vorrei tornare. Riprovare, con noi.
Mi avvertii un nodo allo stomaco, non per il suo ritorno, ma perché pochi mesi prima avrei dato qualsiasi cosa per sentire quelle parole. Ora, però, non ero più la donna che aveva lasciato.
Nei primi giorni dopo la sua partenza, credevo di morire di vuoto, non di dolore, ma di una mancanza di senso. Partì senza una parola, senza spiegazioni. Una mattina si impacchettò, mi disse: «Non so più cosa fare, devo andare», e sparì. Bloccò il mio numero e non rispose più alle chiamate dei figli.
Ora tornava, come se il tempo si fosse fermato. Lo guardai negli occhi; sembrava lo stesso uomo, ma io non ero più la stessa donna. E lui non sembrava accorgersene. Lo feci entrare, forse per curiosità, forse per il diritto di ascoltare una risposta dopo un anno di silenzio, o forse solo per verificare che ormai non provassi più nulla per lui.
Si sedette sul divano, nello stesso posto in cui aveva passato vent’anni della sua vita. Prese la tazza che un tempo era la sua preferita, scrutò il salotto e commentò:
Non è cambiato molto.
È cambiato tutto, risposi a bassa voce. Solo tu non lo hai ancora capito.
Rimasiamo in silenzio per un attimo, poi lui cominciò a parlare di sovraccarico, di vuoto, del sentirsi perso. Disse che doveva partire perché sentiva di soffocare nella nostra casa, che non era pronto per la vecchiaia, per la noia, per la quotidianità, e che doveva fuggire per capire quanto gli importassi.
Io lo osservavo con una strana indifferenza. Qualche mese prima quelle parole mi avrebbero spezzato il cuore; ora sentivo solo pace e una nuova consapevolezza: avevo sopravvissuto senza di lui.
Dove sei stato? chiesi infine.
Sconvolse le spalle.
Prima da un amico, poi ho affittato una piccola casa fuori città. Lavoravo a salti, ho pensato molto.
Da solo?
Esitò.
Sì. Ma non voglio mentirti. Ho frequentato una ragazza, per poco tempo. Niente di serio. Volevo dimenticare. Mi ha ferito, non tanto per il fatto in sé, ma per il modo in cui ne parlavo adesso, con leggerezza, come se fosse una digressione. Io, in quellanno, mi sono ricostruita pezzo per pezzo.
Feci per me ciò che durante il matrimonio non avevo mai saputo fare: ripresi il lavoro, riacquistai i contatti con le vecchie amiche, cominciai a fare brevi gite in treno cose che Alessandro sempre sopraccigliava. Imparai a mettere la musica che mi piaceva la sera, invece di ascoltare i suoi sguardi annoiati. Iniziai a vivere al mio ritmo. E adesso, con il suo ritorno, mi chiedeva se tutto doveva tornare indietro?
Vuoi tornare a me o alla versione di me di un anno fa? lo domandai, senza giri di parole. Perché non sono più la persona che mi hai lasciato. Non so se voglio diventarlo di nuovo.
Lui mi guardò incredulo, come se appena allora avesse capito che non lo attendevo più, che non ero sospesa nel tempo, pronta ad accoglierlo senza condizioni. In quel momento compresi unaltra cosa: non cercavo più risposte, ma la verità. E la verità era che non volevo più vivere per lui, ma per me stessa.
Quando se ne andò, rimasi seduta a lungo al tavolo, fissando il tè ormai freddo. La casa era silenziosa, ma non più quel silenzio opprimente che mi soffocava nei primi mesi della sua assenza. Era un silenzio in cui finalmente potevo respirare.
Lui aveva lasciato la valigia nellingresso, senza chiedere neanche il permesso, come se fosse certo di restare. Io non dissi nulla, né per pietà né per distanza; volevo prima capire cosa voleva davvero, e cosa volevo io.
Nei giorni seguenti mi scriveva una o due volte al giorno, senza pressioni: a volte una domanda, a volte un ricordo. Una volta mi mandò una foto delle vacanze al lago di Como, con la didascalia: «Non sapevo allora di avere tutto». Non risposi, non ero pronta.
Nel fine settimana propose di incontrarci, di cenare, parlare, qualsiasi cosa. Io risposi solo: «Non ora». Lui mi lasciò senza parole; ora ero io a desiderare parole, verità, spiegazioni, forse scuse sincere, non vuote, ma nate da una maturità appena conquistata.
La sera mi sedetti sul divano, presi il libro che da settimane non riuscivo a finire, ma la mente era altrove. Guardai il cellulare: un messaggio.
«Se vuoi, posso venire domani. Solo per parlare. Non mi aspetto nulla.»
Leggendo quelle righe, i pensieri si accavallarono. Non lo amavo più come un tempo, ma non è che tutta la vita si possa misurare in peso emotivo. Forse le persone si smarriscono per ritrovarsi davvero.
Forse vale la pena provare. Forse dovrei. Forse ancora non è troppo tardi perché torni non per la donna che lui aveva lasciato, ma per quella che, in questanno, ha imparato a stimarsi di nuovo.






