— E tu chi sei per dirmi cosa fare! — Zia Pina scagliò lo straccio in faccia alla nuora. — Vivi a casa mia e mangi il mio cibo! Tamara si asciugò il viso, strinse i pugni. Sposata solo da tre mesi, e ogni giorno sembrava una guerra. — Pulisco i pavimenti, cucino, lavo! Cosa volete ancora? — Voglio che chiudi la bocca! Sei solo una sbandata, arrivata con una figlia che non è nemmeno del mio sangue! La piccola Elena spuntò impaurita dalla porta. Quattro anni appena, ma già sapeva che la nonna era cattiva. — Mamma, basta! — Stefano entrò, sporco di lavoro. — Cos’è successo stavolta? — Eh! Tua moglie mi risponde male! Le dico che la minestra è salata e lei mi risponde a tono! — La minestra è buona, — rispose stanca Tamara. — Ce l’avete proprio con me. — Hai sentito? — Zia Pina indicò Tamara. — Dicono che sono io che cerco rogna. A casa mia! Stefano si avvicinò alla moglie e la abbracciò. — Mamma, basta. Tamara si spacca la schiena per la casa e tu sai solo lamentarti. — Davvero! Adesso anche tu sei contro tua madre! Ti ho cresciuto, ti ho dato da mangiare, e guarda come mi ripaghi! La vecchia uscì sbattendo la porta. In cucina calò il silenzio. — Scusami, — sussurrò Stefano accarezzando Tamara. — Con l’età è diventata davvero insopportabile. — Stefano, forse dovremmo prendere almeno una stanza in affitto? — E con che soldi? Faccio il trattorista, mica il direttore… Arriviamo appena a fine mese. Tamara si strinse a suo marito. Bravo ragazzo, buono e lavoratore. Ma la madre era un vero inferno. Si erano conosciuti alla sagra del paese. Tamara vendeva calzettoni fatti a mano, Stefano ne comprava per l’inverno. Si erano messi a parlare. Lui non si era mai fatto problemi che Tamara avesse una figlia: “A me i bambini piacciono.” Fecero un matrimonio semplice. Da subito Zia Pina non sopportò la nuora: giovane, bella, laureata in economia; suo figlio, invece, solo trattorista. — Mamma, vieni a tavola, — Elena la tirò per la gonna. — Adesso, piccolina. A cena, Zia Pina allontanò rumorosamente il piatto. — Impossibile da mangiare. Sembra roba per i porci. — Mamma! — Stefano batté il pugno sul tavolo. — Basta! — Basta cosa? Dico solo la verità! Guarda invece che brava è tua sorella Chiara! Non come questa qui! Chiara era la figlia di Zia Pina. Viveva in città, tornava a casa una volta l’anno. La casa era intestata a lei, anche se non ci viveva. — Se non vi piace come cucino, fate voi, — disse tranquilla Tamara. — Ah, adesso! — La suocera si alzò come una furia. — Adesso la sistemo io! — Basta! — Stefano si mise tra loro. — O la smetti o noi ce ne andiamo. Subito. — Dove andate? A dormire per strada? Questa casa mica è vostra! Aveva ragione. La casa era di Chiara. Loro vivevano lì per gentile concessione. *** Un Fardello Prezioso Quella notte Tamara non riusciva a dormire. Stefano la abbracciava e sussurrava: — Abbi pazienza, amore. Appena posso compro un trattore. Lavoro in proprio e ci prendiamo casa nostra. — Stefano, costa troppo… — Troverò un vecchio trattore, lo sistemo. So come si fa. Tu credi in me. La mattina Tamara si svegliò con la nausea. Corse in bagno. Era forse… Il test mostrò due linee. — Stefano! — entrò in camera. — Guarda! Lui, ancora assonnato, vide il test e poi la prese tra le braccia, facendola girare. — Tamara! Amore mio! Avremo un bambino! — Shhh! Tua madre ci sente! Ma ormai era tardi. Zia Pina era già sulla porta. — Cos’è tutto questo chiasso? — Mamma, aspettiamo un bambino! — Stefano era raggiante. La suocera strinse le labbra. — E dove pensate di andare a vivere? Qui siamo già stretti. Se torna Chiara vi caccia. — Non ci caccia di sicuro! — ribatté Stefano. — Questa è casa mia anch’io! — Casa sua! L’ho intestata a Chiara, dimentichi? Tu qui sei solo ospite. La gioia si spense in un attimo. Tamara si sedette sul letto. Dopo un mese, accadde il peggio. Tamara stava portando un secchio d’acqua pesante — la casa non aveva l’impianto — sentì una fitta improvvisa in basso. Macchie rosse sui pantaloni… — Stefano! — gridò. Aborto spontaneo. In ospedale dissero: troppo stress, troppo sforzo. Bisogna riposare. Ma che riposo poteva esserci con una suocera così? Tamara fissava il soffitto del reparto. Basta. Non ce la fa più. Non vuole più. — Me ne vado, — disse al telefono a un’amica. — Non ce la faccio. — E Stefano? Lui è buono… — Buono, sì. Ma la madre… lì dentro appassisco. Stefano arrivò dopo il lavoro. Sporco, stanco, con un mazzo di margherite di campo. — Tamara, perdonami. È colpa mia se non ti ho protetta. — Stefano, io lì dentro non ci voglio tornare. — Lo so. Prenderò un prestito. Affittiamo casa. — Ma non te lo danno, lo stipendio è basso. — Me lo danno. Ho trovato anche un secondo lavoro. Di notte in stalla. Di giorno col trattore, e di notte mungo le mucche. — Stefano, ti ammazzi così! — Meglio a pezzi che vederti così infelice. Dimisero Tamara una settimana dopo. Zia Pina la accolse con: — Visto? Non sei riuscita nemmeno a tenertelo. Tanto si vedeva che sei debole. Tamara passò oltre senza una parola. Non meritava più le sue lacrime. Stefano riprendeva a lavorare come un matto. Mattina col trattore, notte in stalla. Dormiva tre ore a notte. — Vado a lavorare anch’io, — disse Tamara. — In paese cercano una contabile. — Ma lì pagano niente. — Un po’ più un po’, si mette insieme. Iniziò a lavorare. Portava Elena all’asilo, poi in ufficio. La sera prendeva la bambina, cucinava, lavava. Zia Pina la punzecchiava ancora, ma Tamara ormai non la sentiva più. *** Una Casa Tutta Nostra e una Nuova Vita Stefano pensava solo al trattore. Ne trovò uno vecchio che volevano quasi regalare. — Prendi il prestito, — spinse Tamara. — Lo metti a posto, con quello lavoriamo. — E se non ci riesco? — Ci riuscirai. Sei un mago con le mani. Il prestito arrivò. Acquistarono il trattore, che sembrava solo un mucchio di ferraglia. — Che spettacolo! — rideva Zia Pina. — Avete comprato solo da buttare! Stefano lavorava in silenzio, notte e giorno, illuminandosi con una lampada appesa. — Vai a dormire, — le diceva Tamara. — Sei stanca. — Abbiamo iniziato insieme. Finiremo insieme. Ci vollero due mesi. I vicini ridevano di loro, dicevano che Stefano si era fatto fregare. Ma una mattina il trattore ruggì. Stefano saltava di gioia come un bambino. — Tamara! Ce l’abbiamo fatta! Lei lo abbracciò sotto il sole del cortile. — Lo sapevo! Ho sempre creduto in te! Il primo cliente voleva il campo arato. Il secondo, la legna trasportata. Ordini su ordini… finalmente soldi. E poi, di nuovo Tamara sentì la nausea del mattino. — Stefano, aspetto di nuovo… — Stavolta però niente lavori pesanti. Te lo prometto! Faccio tutto io! La trattava come una regina: guai a farle alzare persino un secchio. Zia Pina si rodeva per gelosia: — Delicata lei! Io tre figli e mai una lamentela! Questa si deve riposare! Ma Stefano era irremovibile. Al settimo mese arrivò Chiara, la sorella, con marito e progetti. — Mamma, la casa la vendiamo. Ci fanno una bella offerta. Vieni a vivere da noi in città. — E loro? — Zia Pina indicò Stefano e Tamara. — E loro? Che si arrangino. — Ma questa è casa mia! — esplose Stefano. — E quindi? La casa è mia. O te ne dimentichi? — Quando dobbiamo liberare tutto? — domandò tranquilla Tamara. — Tra un mese. Stefano ribolliva di rabbia, ma Tamara lo fermò. Quella sera, abbracciati, guardarono in silenzio verso la finestra. — E adesso? Tra poco arriva il bambino… — Qualcosa troviamo. L’importante è stare insieme. D’allora Stefano non si fermò un attimo. Il trattore lavorava più lui: in una settimana guadagnarono quanto un mese prima. Poi chiamò il signor Michele, un vecchio vicino di un paesino a dieci chilometri. — Stefano, vendo la casa. Un po’ vecchia ma solida. Vieni a vedere? Andarono. La casa era modesta ma aveva tre stanze, un forno, una stalla. — Quanto chiedi? Michele disse il prezzo. Loro avevano metà dei soldi. — Il resto in sei mesi, — propose Stefano. — Vai tranquillo. Mi fido di te. Tornarono a casa raggiante. Zia Pina li aspettava sulla soglia. — Dove siete stati? Chiara ha già pronto il contratto! — Benissimo, — rispose Tamara. — Noi traslochiamo. — Dove? State scherzando? Per strada? — Casa nostra. L’abbiamo comprata! La suocera rimase a bocca aperta. — Ma con che soldi? — Lavorando, — disse Stefano abbracciato a Tamara. — Mentre tu criticavi, noi lavoravamo. In due settimane fecero le valigie. Poche cose: cosa può essere tuo in una casa d’altri? Elena correva da una stanza all’altra, il cagnolino abbaiava nel cortile. — Mamma, è davvero nostra questa casa? — Nostra, amore. La nostra, per sempre. Zia Pina si presentò il giorno prima della partenza. — Stefano, ho pensato… magari vengo anch’io? In città fa caldo… — No, mamma. Tu la tua scelta l’hai fatta. Ora vai a vivere con Chiara. — Ma sono tua madre! — Una madre non chiama la nipote “estranea”. Addio. Chiuse la porta. Duro, ma giusto. Matteo nacque a marzo. Forte, sano, vivace. — Tutto suo padre! — rise l’ostetrica. Stefano reggeva il bimbo tremando d’emozione. — Grazie, Tamara. Di tutto. — No, grazie a te. Perché non ti sei arreso. Perché hai creduto in noi. La nuova casa prese vita piano piano. Piantarono l’orto, presero le galline. Il trattore, finalmente, portava guadagno. La sera sedevano sul portico: Elena giocava col cane, Matteo dormiva nella culla. — Lo sai, Stefano, — sussurrò Tamara, — sono felice. — Anch’io. — Ti ricordi com’era dura? Pensavo di non farcela. — Invece ci sei riuscita. Sei forte. — Siamo forti. Insieme. Il sole tramontava dietro il bosco. In casa profumo di pane e latte. Una casa vera. La loro casa. Dove nessuno ti umilia, ti caccia o ti dice che sei “l’estranea”. Una casa dove vivere, amare e crescere i figli. Dove essere finalmente felici. *** Cari lettori, in ogni famiglia ci sono prove da superare, e non sempre è facile. La storia di Tamara e Stefano è come uno specchio: possiamo rifletterci anche nelle nostre difficoltà e nella forza di andare avanti. Così si vive: dalle fatiche alla gioia, e poi ancora avanti, finché la vita non ci sorride. E voi, che ne pensate? Stefano ha fatto bene a sopportare la madre così a lungo, o era meglio tagliare subito e cercare la propria strada? E per voi, cosa rappresenta la vera casa: mura o calore familiare? Raccontateci i vostri pensieri: la vita è una scuola, e ogni lezione vale!

E tu chi sei per dirmi cosa devo fare! Zoya Petronilla ha scagliato lo straccio dritta in faccia alla nuora. Vivi in casa mia, mangi il mio cibo!

Tamara si asciuga il volto, stringe i pugni. Sposata da tre mesi, ma ogni giorno sembra una battaglia continua.

Lavo i pavimenti, cucino, lavo i panni! Cosaltro volete da me?

Voglio che chiudi la bocca! Raccattata! Sei arrivata qui colla figlia di qualcun altro!

La piccola Olivetta sbircia spaventata da dietro la porta. Quattro anni e già capisce: la nonna è cattiva.

Mamma, basta! interviene Stefano che entra da fuori, sporco di terra dopo il lavoro. Cosè successo stavolta?

Sempre la stessa storia! Tua moglie mi risponde male! Le dico che la minestra è troppo salata, e lei ribatte!

La minestra è buona, sospira Tamara. Cercate solo il pretesto di litigare.

Sentito? Zoya Petronilla punta il dito sulla nuora. Sarei io che attacco! A casa mia!

Stefano va verso la moglie, la stringe fra le braccia.

Mamma, basta così. Tamara si fa in quattro in casa tutto il giorno. Tu pensi solo a brontolare.

Ah, ecco! Ora sei contro tua madre! Ti ho cresciuto e nutrito, e così mi ripaghi!

La donna anziana se ne va sbattendo la porta. In cucina cala il silenzio.

Scusami, Stefano carezza i capelli della moglie. Con letà è diventata ancora più insopportabile.

Stefano, perché non prendiamo una stanza in affitto?

Con quali soldi? Faccio il contadino, mica il direttore. Già fatichiamo ad arrivare a fine mese.

Tamara appoggia la testa sulla spalla del marito. Buono, generoso. Gran lavoratore. Peccato solo per quella madre… un vero inferno.

Si sono conosciuti alla sagra del paese. Tamara vendeva lavori alluncinetto, Stefano comprava dei calzini. Si sono messi a chiacchierare. Lui subito sincero: non importa che lei abbia già una figlia. Ama i bambini.

Un matrimonio semplice, senza fronzoli. Zoya Petronilla non lha mai potuta soffrire, Tamara. Giovane, bella, con la laurea in tasca fa la contabile. Suo figlio invece, solo un contadino.

Mamma, viene a cena Olivetta le tira la gonna.

Arrivo, piccola.

A tavola Zoya Petronilla allontana ostentatamente il piatto.

Non si può mangiare. Cibo da maiale proprio.

Mamma! Stefano batte il pugno sul tavolo. Adesso basta!

Dico la verità! Guarda invece come cucina bene Silvana! E questa qui…

Silvana è la figlia preferita di Zoya Petronilla. Vive a Firenze, viene a casa una volta allanno. Tutta la proprietà è intestata a lei, anche se qui non mette mai piede.

Se non vi piace quello che preparo, potete cucinare da sola, replica Tamara calma.

Ah sì? la suocera si alza di scatto. Adesso basta!

Basta! Stefano si mette fra le due. Mamma, o la pianti o ce ne andiamo subito.

Dove andate? Sotto i ponti? Questa casa mica è vostra!

Vero. La casa è di Silvana. Loro abitano lì solo per carità.

***

Il prezioso peso

Quella notte Tamara non riesce a dormire. Stefano la coccola, le sussurra:

Tieni duro, amore. Appena metto da parte qualcosa, compro il trattore. Lavoriamo per conto nostro e risparmiamo per una casa tutta nostra.

Costa troppo, Stefano…

Troverò uno vecchio da sistemare. Ci penso io. Devi solo credere in me.

Al mattino Tamara si sveglia con la nausea. Corre in bagno. Possibile?

Il test mostra due linee rosa.

Stefano! entra di corsa in camera. Guarda!

Il marito, con gli occhi ancora chiusi dal sonno, sfodera un sorriso e la prende a girare per la stanza.

Tamara! Tesoro! Stiamo per avere un bambino!

Piano! Tua madre può sentire!

Troppo tardi. Zoya Petronilla è sulla soglia.

Cosè tutto questo baccano?

Mamma, aspettiamo un bambino! Stefano è raggiante.

La suocera stringe le labbra.

E dove pensate di ficcarvi? Qui già non ci si muove. Se torna Silvana, vi caccia tutti.

Non ci caccerà! replica Stefano. È casa anche mia!

È intestata a Silvana. Te lo sei scordato? Tu qui sei ospite.

Lentusiasmo si spegne. Tamara si lascia cadere sul letto.

Un mese dopo succede il peggio. Tamara solleva un secchio pesante in casa lacqua corrente non cè. Dolore acuto al basso ventre. Chiazze rosse sui pantaloni

Stefano! urla.

Aborto spontaneo. In ospedale dicono: troppa fatica, troppo stress. Serve riposo.

Ma in quella casa, con quella suocera terribile, che riposo può avere?

Tamara guarda il soffitto nel letto dospedale. Basta. Non ce la fa più.

Andrò via, dice allamica al telefono. Non resisto.

Tamara, ma Stefano? Sei sicura?

È buono. Ma la madre… lì dentro mi sento morirà.

Stefano arriva dopo il lavoro. Stanco, ancora sporco, con un mazzo di fiori di campo in mano.

Tamara, amore mio, perdonami. È colpa mia. Non sono riuscito a tutelarti.

Stefano, non posso più restare lì.

Lo so. Chiederò un prestito. Traslochiamo in affitto.

Non te lo danno il prestito, non guadagni abbastanza.

Lo prenderò! Ho trovato un secondo lavoro. Faccio il turno di notte in stalla. Di giorno col trattore, di notte a mungere.

Stefano, finirai sfinito!

Reggo tutto, per te muovo le montagne.

Dopo una settimana Tamara torna a casa. Zoya Petronilla la accoglie con una smorfia:

Non ce lhai fatta, eh? Lo sapevo che non sei fatta per essere madre.

Tamara passa avanti senza dire una parola. Non vale una lacrima quella donna lì.

Stefano lavora ormai senza sosta. Mattina in campo, notte in stalla. Tre ore di sonno a notte.

Troverò un lavoro anche io, dice Tamara. Alla cooperativa cercano ragioniera.

Pagano una miseria.

Ogni euro conta.

Ci riesce. Al mattino accompagna Olivetta allasilo, poi in ufficio. Al pomeriggio la recupera, cucina, sistema tutto. Zoya la tartassa come sempre, ma Tamara ha imparato a non ascoltarla.

***

Un angolo tutto loro e una nuova vita

Stefano risparmia fino allultimo centesimo per il trattore. Ne trova uno vecchio, malridotto. Lo vendono a pochissimo.

Prendi il prestito, lo incita Tamara. Lo sistemi, lavoriamo per conto nostro.

E se va male?

Ce la farai. Hai mani doro.

La banca concede il prestito. Comprano il trattore. In cortile sembra solo un mucchio di rottami.

Che sciocchi! ride Zoya Petronilla. Avete sprecato soldi per una ferraglia!

Stefano, in silenzio, smonta il motore. Di notte, dopo la stalla, lavorano con la torcia. Tamara passa gli attrezzi, tiene i bulloni.

Vai a dormire, sei stanca.

Abbiamo iniziato insieme, finiamo insieme.

Passa un mese. Poi due. In paese li prendono in giro: il solito contadino che compra solo pezzi arruginiti.

Poi una mattina il motore ruggisce. Stefano al volante, incredulo.

Tamara! Parte! Funziona davvero!

Esce fuori di corsa, lo abbraccia.

Lho sempre saputo. Ho sempre creduto in te!

Il primo lavoro è arare lorto del vicino, poi portare la legna, poi altri lavori… E arrivano i soldi.

E poi, di nuovo, Tamara sente la nausea al mattino.

Stefano, sono di nuovo incinta.

Ma stavolta niente fatiche! Mi hai sentito? Faccio tutto io!

La protegge come un tesoro. Neanche un secchio le lascia prendere. Zoya Petronilla sbuffa:

Delicata! Ho messo al mondo tre figli io! Questa invece…

Ma Stefano tiene il punto. Niente carichi, niente stress.

Al settimo mese, ricompare Silvana. Con marito e grandi piani.

Mamma, mettiamo la casa in vendita. Ci hanno fatto unottima offerta. Tu vieni a stare da noi a Firenze.

E questi? chiede Zoya guardando Stefano e Tamara.

Questi chi? Si arrangeranno.

Silvana, sono nato qui, è casa mia! protesta Stefano.

Ma la casa è mia, no? Lhai scordato?

Quando dobbiamo lasciare? chiede Tamara serena.

Avete un mese.

Stefano è furioso. Tamara gli appoggia una mano sulla spalla: tranquillo, niente litigi.

La sera si abbracciano sul divano.

E adesso? Presto sarà nato il piccolo.

Troveremo una soluzione. Limportante è restare uniti.

Stefano lavora come mai prima: il trattore ruggisce dalla mattina alla sera. In una settimana guadagna quello che prima racimolava in un mese.

Poi telefono Michele, il vicino del borgo accanto.

Stefano, vendo casa. Vecchia ma ben tenuta, costa poco. Vieni a vedere?

Vanno di corsa. È proprio vecchia, ma solida. Camino, tre stanze, una stalla dietro.

Quanto vuoi?

Michele dice la cifra. Hanno la metà.

Facciamo a rate? propone Stefano. Una metà subito, laltra tra sei mesi.

Daccordo, mi fido.

Tornano a casa entusiasti. Zoya Petronilla li aspetta in corridoio:

Dove eravate? Silvana ha portato i documenti!

Benissimo, risponde Tamara tranquilla. Ce ne andiamo.

E dove? Sotto i ponti?

In casa nostra. Labbiamo comprata.

La suocera ammutolisce. Non se lo aspettava.

Non vi credo! Dove li avete trovati i soldi?

Lavorando, risponde Stefano mentre stringe Tamara. Mentre tu parlavi, noi lavoravamo.

In due settimane lasciano la casa. Non hanno molte cose: niente di proprio in una casa non tua.

Olivetta corre da una stanza allaltra, il cagnolino abbaia felice.

Mamma, è davvero casa nostra questa?

Sì, amore. È proprio casa nostra.

Il giorno prima del trasloco arriva Zoya Petronilla sulla porta.

Stefano, ci ho ripensato Forse potrei venire io con voi? In città mi manca laria.

No, mamma. Hai fatto la tua scelta. Ora vivi con Silvana.

Ma sono pur sempre tua madre!

Una madre non chiama straniera la nipote. Addio.

Chiude la porta. Dura, ma la cosa giusta.

Matteo nasce a marzo. Un bambino forte e sano. Piange forte e vuole attenzioni.

Tutto suo padre! ride lostetrica.

Stefano lo tiene in braccio, commosso.

Tamara, ti devo tutto. Grazie di cuore.

Io ringrazio te. Che non hai mollato mai. Che ci hai creduto.

Pian piano si sistemano. Fanno lorto, prendono le galline. Il trattore lavora e la famiglia finalmente respira. La sera siedono sulla panchina di fronte casa, Olivetta gioca col cane, Matteo dorme nella culla.

Sai, sussurra Tamara, sono felice.

Anchio.

Ricordi tutti quei momenti duri? Sembrava che non ce la facessi.

Ce lhai fatta. Sei forte.

Lo siamo in due. Insieme.

Il sole tramonta dietro il bosco. In casa profuma di pane e di latte caldo. Una vera casa. La loro.

Dove nessuno ti umilia. Non ti caccia. Dove non ti chiamano straniera.

Dove puoi vivere, amare e crescere dei figli.

Dove puoi essere felice.

***

Cari lettori, tutte le famiglie hanno le loro difficoltà, e spesso non è facile superarle. La storia di Tamara e Stefano è come uno specchio: dentro ci ritroviamo i nostri ostacoli e scopriamo la forza di superarli.

Si va avanti così: dalla fatica alla gioia e poi avanti ancora, finché la vita non sorride.

Secondo voi, ha fatto bene Stefano a sopportare così a lungo la madre, o avrebbe dovuto rompere subito e cercare un angolo tutto loro? E per voi, cosa rende davvero casa una casa: i muri o il calore della famiglia?

Raccontateci cosa ne pensate, perché la vita è una scuola, e ogni lezione ha il suo valore!

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— E tu chi sei per dirmi cosa fare! — Zia Pina scagliò lo straccio in faccia alla nuora. — Vivi a casa mia e mangi il mio cibo! Tamara si asciugò il viso, strinse i pugni. Sposata solo da tre mesi, e ogni giorno sembrava una guerra. — Pulisco i pavimenti, cucino, lavo! Cosa volete ancora? — Voglio che chiudi la bocca! Sei solo una sbandata, arrivata con una figlia che non è nemmeno del mio sangue! La piccola Elena spuntò impaurita dalla porta. Quattro anni appena, ma già sapeva che la nonna era cattiva. — Mamma, basta! — Stefano entrò, sporco di lavoro. — Cos’è successo stavolta? — Eh! Tua moglie mi risponde male! Le dico che la minestra è salata e lei mi risponde a tono! — La minestra è buona, — rispose stanca Tamara. — Ce l’avete proprio con me. — Hai sentito? — Zia Pina indicò Tamara. — Dicono che sono io che cerco rogna. A casa mia! Stefano si avvicinò alla moglie e la abbracciò. — Mamma, basta. Tamara si spacca la schiena per la casa e tu sai solo lamentarti. — Davvero! Adesso anche tu sei contro tua madre! Ti ho cresciuto, ti ho dato da mangiare, e guarda come mi ripaghi! La vecchia uscì sbattendo la porta. In cucina calò il silenzio. — Scusami, — sussurrò Stefano accarezzando Tamara. — Con l’età è diventata davvero insopportabile. — Stefano, forse dovremmo prendere almeno una stanza in affitto? — E con che soldi? Faccio il trattorista, mica il direttore… Arriviamo appena a fine mese. Tamara si strinse a suo marito. Bravo ragazzo, buono e lavoratore. Ma la madre era un vero inferno. Si erano conosciuti alla sagra del paese. Tamara vendeva calzettoni fatti a mano, Stefano ne comprava per l’inverno. Si erano messi a parlare. Lui non si era mai fatto problemi che Tamara avesse una figlia: “A me i bambini piacciono.” Fecero un matrimonio semplice. Da subito Zia Pina non sopportò la nuora: giovane, bella, laureata in economia; suo figlio, invece, solo trattorista. — Mamma, vieni a tavola, — Elena la tirò per la gonna. — Adesso, piccolina. A cena, Zia Pina allontanò rumorosamente il piatto. — Impossibile da mangiare. Sembra roba per i porci. — Mamma! — Stefano batté il pugno sul tavolo. — Basta! — Basta cosa? Dico solo la verità! Guarda invece che brava è tua sorella Chiara! Non come questa qui! Chiara era la figlia di Zia Pina. Viveva in città, tornava a casa una volta l’anno. La casa era intestata a lei, anche se non ci viveva. — Se non vi piace come cucino, fate voi, — disse tranquilla Tamara. — Ah, adesso! — La suocera si alzò come una furia. — Adesso la sistemo io! — Basta! — Stefano si mise tra loro. — O la smetti o noi ce ne andiamo. Subito. — Dove andate? A dormire per strada? Questa casa mica è vostra! Aveva ragione. La casa era di Chiara. Loro vivevano lì per gentile concessione. *** Un Fardello Prezioso Quella notte Tamara non riusciva a dormire. Stefano la abbracciava e sussurrava: — Abbi pazienza, amore. Appena posso compro un trattore. Lavoro in proprio e ci prendiamo casa nostra. — Stefano, costa troppo… — Troverò un vecchio trattore, lo sistemo. So come si fa. Tu credi in me. La mattina Tamara si svegliò con la nausea. Corse in bagno. Era forse… Il test mostrò due linee. — Stefano! — entrò in camera. — Guarda! Lui, ancora assonnato, vide il test e poi la prese tra le braccia, facendola girare. — Tamara! Amore mio! Avremo un bambino! — Shhh! Tua madre ci sente! Ma ormai era tardi. Zia Pina era già sulla porta. — Cos’è tutto questo chiasso? — Mamma, aspettiamo un bambino! — Stefano era raggiante. La suocera strinse le labbra. — E dove pensate di andare a vivere? Qui siamo già stretti. Se torna Chiara vi caccia. — Non ci caccia di sicuro! — ribatté Stefano. — Questa è casa mia anch’io! — Casa sua! L’ho intestata a Chiara, dimentichi? Tu qui sei solo ospite. La gioia si spense in un attimo. Tamara si sedette sul letto. Dopo un mese, accadde il peggio. Tamara stava portando un secchio d’acqua pesante — la casa non aveva l’impianto — sentì una fitta improvvisa in basso. Macchie rosse sui pantaloni… — Stefano! — gridò. Aborto spontaneo. In ospedale dissero: troppo stress, troppo sforzo. Bisogna riposare. Ma che riposo poteva esserci con una suocera così? Tamara fissava il soffitto del reparto. Basta. Non ce la fa più. Non vuole più. — Me ne vado, — disse al telefono a un’amica. — Non ce la faccio. — E Stefano? Lui è buono… — Buono, sì. Ma la madre… lì dentro appassisco. Stefano arrivò dopo il lavoro. Sporco, stanco, con un mazzo di margherite di campo. — Tamara, perdonami. È colpa mia se non ti ho protetta. — Stefano, io lì dentro non ci voglio tornare. — Lo so. Prenderò un prestito. Affittiamo casa. — Ma non te lo danno, lo stipendio è basso. — Me lo danno. Ho trovato anche un secondo lavoro. Di notte in stalla. Di giorno col trattore, e di notte mungo le mucche. — Stefano, ti ammazzi così! — Meglio a pezzi che vederti così infelice. Dimisero Tamara una settimana dopo. Zia Pina la accolse con: — Visto? Non sei riuscita nemmeno a tenertelo. Tanto si vedeva che sei debole. Tamara passò oltre senza una parola. Non meritava più le sue lacrime. Stefano riprendeva a lavorare come un matto. Mattina col trattore, notte in stalla. Dormiva tre ore a notte. — Vado a lavorare anch’io, — disse Tamara. — In paese cercano una contabile. — Ma lì pagano niente. — Un po’ più un po’, si mette insieme. Iniziò a lavorare. Portava Elena all’asilo, poi in ufficio. La sera prendeva la bambina, cucinava, lavava. Zia Pina la punzecchiava ancora, ma Tamara ormai non la sentiva più. *** Una Casa Tutta Nostra e una Nuova Vita Stefano pensava solo al trattore. Ne trovò uno vecchio che volevano quasi regalare. — Prendi il prestito, — spinse Tamara. — Lo metti a posto, con quello lavoriamo. — E se non ci riesco? — Ci riuscirai. Sei un mago con le mani. Il prestito arrivò. Acquistarono il trattore, che sembrava solo un mucchio di ferraglia. — Che spettacolo! — rideva Zia Pina. — Avete comprato solo da buttare! Stefano lavorava in silenzio, notte e giorno, illuminandosi con una lampada appesa. — Vai a dormire, — le diceva Tamara. — Sei stanca. — Abbiamo iniziato insieme. Finiremo insieme. Ci vollero due mesi. I vicini ridevano di loro, dicevano che Stefano si era fatto fregare. Ma una mattina il trattore ruggì. Stefano saltava di gioia come un bambino. — Tamara! Ce l’abbiamo fatta! Lei lo abbracciò sotto il sole del cortile. — Lo sapevo! Ho sempre creduto in te! Il primo cliente voleva il campo arato. Il secondo, la legna trasportata. Ordini su ordini… finalmente soldi. E poi, di nuovo Tamara sentì la nausea del mattino. — Stefano, aspetto di nuovo… — Stavolta però niente lavori pesanti. Te lo prometto! Faccio tutto io! La trattava come una regina: guai a farle alzare persino un secchio. Zia Pina si rodeva per gelosia: — Delicata lei! Io tre figli e mai una lamentela! Questa si deve riposare! Ma Stefano era irremovibile. Al settimo mese arrivò Chiara, la sorella, con marito e progetti. — Mamma, la casa la vendiamo. Ci fanno una bella offerta. Vieni a vivere da noi in città. — E loro? — Zia Pina indicò Stefano e Tamara. — E loro? Che si arrangino. — Ma questa è casa mia! — esplose Stefano. — E quindi? La casa è mia. O te ne dimentichi? — Quando dobbiamo liberare tutto? — domandò tranquilla Tamara. — Tra un mese. Stefano ribolliva di rabbia, ma Tamara lo fermò. Quella sera, abbracciati, guardarono in silenzio verso la finestra. — E adesso? Tra poco arriva il bambino… — Qualcosa troviamo. L’importante è stare insieme. D’allora Stefano non si fermò un attimo. Il trattore lavorava più lui: in una settimana guadagnarono quanto un mese prima. Poi chiamò il signor Michele, un vecchio vicino di un paesino a dieci chilometri. — Stefano, vendo la casa. Un po’ vecchia ma solida. Vieni a vedere? Andarono. La casa era modesta ma aveva tre stanze, un forno, una stalla. — Quanto chiedi? Michele disse il prezzo. Loro avevano metà dei soldi. — Il resto in sei mesi, — propose Stefano. — Vai tranquillo. Mi fido di te. Tornarono a casa raggiante. Zia Pina li aspettava sulla soglia. — Dove siete stati? Chiara ha già pronto il contratto! — Benissimo, — rispose Tamara. — Noi traslochiamo. — Dove? State scherzando? Per strada? — Casa nostra. L’abbiamo comprata! La suocera rimase a bocca aperta. — Ma con che soldi? — Lavorando, — disse Stefano abbracciato a Tamara. — Mentre tu criticavi, noi lavoravamo. In due settimane fecero le valigie. Poche cose: cosa può essere tuo in una casa d’altri? Elena correva da una stanza all’altra, il cagnolino abbaiava nel cortile. — Mamma, è davvero nostra questa casa? — Nostra, amore. La nostra, per sempre. Zia Pina si presentò il giorno prima della partenza. — Stefano, ho pensato… magari vengo anch’io? In città fa caldo… — No, mamma. Tu la tua scelta l’hai fatta. Ora vai a vivere con Chiara. — Ma sono tua madre! — Una madre non chiama la nipote “estranea”. Addio. Chiuse la porta. Duro, ma giusto. Matteo nacque a marzo. Forte, sano, vivace. — Tutto suo padre! — rise l’ostetrica. Stefano reggeva il bimbo tremando d’emozione. — Grazie, Tamara. Di tutto. — No, grazie a te. Perché non ti sei arreso. Perché hai creduto in noi. La nuova casa prese vita piano piano. Piantarono l’orto, presero le galline. Il trattore, finalmente, portava guadagno. La sera sedevano sul portico: Elena giocava col cane, Matteo dormiva nella culla. — Lo sai, Stefano, — sussurrò Tamara, — sono felice. — Anch’io. — Ti ricordi com’era dura? Pensavo di non farcela. — Invece ci sei riuscita. Sei forte. — Siamo forti. Insieme. Il sole tramontava dietro il bosco. In casa profumo di pane e latte. Una casa vera. La loro casa. Dove nessuno ti umilia, ti caccia o ti dice che sei “l’estranea”. Una casa dove vivere, amare e crescere i figli. Dove essere finalmente felici. *** Cari lettori, in ogni famiglia ci sono prove da superare, e non sempre è facile. La storia di Tamara e Stefano è come uno specchio: possiamo rifletterci anche nelle nostre difficoltà e nella forza di andare avanti. Così si vive: dalle fatiche alla gioia, e poi ancora avanti, finché la vita non ci sorride. E voi, che ne pensate? Stefano ha fatto bene a sopportare la madre così a lungo, o era meglio tagliare subito e cercare la propria strada? E per voi, cosa rappresenta la vera casa: mura o calore familiare? Raccontateci i vostri pensieri: la vita è una scuola, e ogni lezione vale!