E tu non devi sederti a tavola. Devi servirci! proclamò mia suocera con voce da sentenza.
Ero davanti ai fornelli, immersa nella quiete irreale della cucina del mattino. La mia vestaglia era stropicciata, i capelli raccolti in uno chignon disordinato. Laria sapeva di pane abbrustolito e di caffè forte, denso come il cielo di Milano nelle mattine dinverno.
Sullo sgabello vicino alla tavola, la mia bimba di sette anni, Letizia, chinava il viso su un album gigante e, con pazienza onirica, disegnava arabeschi colorati con i pennarelli.
Ancora questi tuoi panini dietetici? rimbombò alle mie spalle una voce che mi fece sobbalzare, come se fossi entrata nella scena di un vecchio sogno.
Sulla soglia cera mia suocera, donna dal volto scolpito come marmo e dallo sguardo che non lasciava spazio a repliche. Portava la vestaglia blu trapuntata, i capelli raccolti in un crocchio severo, le labbra serrate, quasi a voler trattenere tutte le parole acerbe.
Ieri a pranzo mi sono arrangiata! proseguì secca, sventolando uno strofinaccio come una bandiera di guerra. Niente zuppa, niente cibo vero. Sai fare almeno due uova? Come Dio comanda, non i tuoi… esperimenti da giornale!
Spensi il fornello e aprii il frigorifero, la spirale del fastidio che si attorcigliava nel petto. La deglutii. Non davanti alla bambina. E nemmeno in questa terra aliena, dove ogni centimetro mi ricordava: Tu qui sei solo una visitatrice.
Ora preparo tutto sussurrai, cercando di mascherare il tremore nella voce mentre giravo la schiena.
Letizia continuava la sua danza di colori, ma con la coda dellocchio spiava la nonna: cauta, raccolta in sé, come in quelle notti in cui nei sogni si sente solo il ticchettio di un vecchio orologio.
Vivremo da mia madre, aveva detto Giuliano, mio marito, come fosse una soluzione temporanea, che scivola via come il vapore dellespresso.
Un po da lei, dai. Solo per poco. Due mesi. È vicino al lavoro, lipoteca arriva a momenti. Lei non si oppone.
Avevo esitato, ma non per diverbi con mia suocera. No, no. Davanti agli altri eravamo educatissime. Ma io sapevo la verità antica: due donne adulte nella stessa cucina è come ballare sopra i binari in attesa del treno.
E lei, Camilla, aveva bisogno di ordine, di controllo, di giudizi morali distillati come liquore denso.
Nessuna scelta, ormai. Avevamo venduto in fretta la vecchia casa, la nuova era solo cemento, aria e promesse. Così, in tre, ci infilammo nel bilocale di Camilla. Solo per adesso.
Il controllo divenne pane quotidiano.
I primi giorni galleggiavano sereni, quasi fossero una cartolina. Mia suocera fu cortese, offrì una fetta di crostata, aggiunse una seggiolina per Letizia.
Ma già al terzo giorno la recita finì.
In casa mia si fa così annunciò a colazione. Si scende dal letto alle otto. Le scarpe solo nella scarpiera. I cibi si consultano. E il volume della televisione, sottovoce che sono sensibile.
Giuliano si limitò a sorridere: Mamma, siamo qui per poco. Sopportiamo.
Annuii muta.
Ma la parola sopportare diventò come un incantesimo funesto.
Iniziai a svanire. Una settimana, poi unaltra ancora. Le regole si serravano, come le maglie di una rete di peschereccio.
Camilla tolse i disegni di Letizia dalla tavola: Sono d’impaccio.
Via la tovaglia a quadretti che avevo messo: Non va bene, macchia troppo.
I miei cereali spariti dalla credenza: Saranno scaduti, sembravano vecchi.
Lo shampoo spostato, perché dà solo fastidio in giro.
Non ero più unospite. Ma nemmeno una presenza. Ero invisibile. La mia cucina da sogno, con le sue lievi abitudini, era giudicata strana. La mia bambina era troppo rumorosa.
E mio marito, sempre lo stesso mantra: Portiamo pazienza, è casa sua. Camilla è sempre stata così.
Io invece, giorno dopo giorno, dimenticavo chi ero. Ogni riflesso allo specchio portava via un pezzo della donna serena e decisa, lasciandomi solo la maschera del compromesso.
Obbedivo a regole non mie.
Sveglia alle sei, per prendere la doccia prima di Camilla, preparare la pappa, vestire Letizia. Cercando di non incrociare la signora-capotreno.
La sera cucinavo due cene. Una per noi. Unaltra, separata, come comanda la tradizione per lei. Senza cipolla. Poi con cipolla. Poi nella sua pentola. E nel suo padellino.
Io non chiedo molto ammoniva severa. Solo cose normali, come si fa da sempre.
Il giorno in cui la mia dignità si sgualcì come la tovaglia stirata male arrivò presto.
Ero appena riuscita a lavarmi il viso e a mettere su il bollitore quando mia suocera entrò in cucina decisa come un regista di teatro, padroneggiando la scena.
Oggi vengono le mie amiche. Alle due. Tu sei a casa, quindi prepari la tavola. Sottaceti, insalata, qualcosa per il tè niente di che.
Niente di che per mia suocera era una tavolata da cenone natalizio.
Ah… non lo sapevo. Gli ingredienti
Ho fatto la lista. Ti lascio qualche euro. Non serve altro.
Indossai la giacca (quella piena di tasche da sogno), andai al supermercato, riempii gelidamente il carrello: pollo, patate, aneto, mele per la crostata, biscotti. Tornai, cucinando senza tregua come nelle notti più strane dei sogni nei quali le ore scorrono in un attimo.
Alle due era tutto pronto. Tavola sontuosa, pollo dorato, insalata verde come il prato di Parma, crostata lucida come la luna.
Arrivarono tre signore, tutte bouclé e profumo da altre epoche, capelli cotonati, sorrisi tirati.
Capì subito che lì ero invisibile come nei sogni in cui gridi e nessuno sente.
Io ero il servizio.
Vieni qui accanto a noi sorrise falsa Camilla. Così ci servi.
Servirvi? balbettai, la voce impastata come nei sogni afosi di luglio.
Dai, che sarà mai? Noi siamo signore detà. Tu sei giovane, non ti pesa.
Così di nuovo: in equilibrio tra vassoi, pane, posate. Puoi portarmi il tè? Il sale, per favore. Linsalata è finita! E i commenti galleggiavano nellaria come bolle di sapone esplose: Il pollo è un po secco La crostata troppo cotta
Stringevo i denti e sorridevo, mentre raccoglievo piatti e versavo tè. Nessuna mi chiese mai se volessi sedermi, o anche solo respirare un istante.
Che fortuna avere una giovane padrona di casa! esclamò Camilla con un calore così finto che sembrava lampadine bruciate. Fa tutto lei, tiene insieme tutto!
Quando, quella sera, rimasi sola tra stoviglie pulite e brandelli di tovaglia da lavare, mi si spezzò qualcosa dentro.
Letizia dormiva, arrotolata su se stessa come un piccolo riccio. Giuliano, seduto accanto, era rapito dal telefono.
Mi sedetti, il bicchiere vuoto tra le mani. Fuori, il cielo era storpio di nuvole. Senti… dissi piano ma ferma. Io così non posso più andare avanti.
Sorpreso, mi fissò.
Siamo come estranei qui. Sono solo un servizio. Tu lo noti, Giuliano?
Nessuna risposta.
Questa non è casa. È una parentesi in cui sto zitta, aggiusto tutto e mi annullo. Sono con nostra figlia in questa vita di domande e paure. Basta. Non voglio più essere invisibile.
Alla fine annuì lentamente. Hai ragione Scusami se non lho visto. Domani cerchiamo casa in affitto. Qualsiasi cosa. Purché sia nostra.
Cercammo subito, quella sera stessa. Un monolocale, forse. Un bilocale, pieno di mobili lasciati dal vecchio proprietario, scricchiolii nel pavimento e profumo stanco di lavanda. Ma appena varcata la soglia, sentii una leggerezza irreale, come scendere da una giostra che girava da giorni.
Eccoci sospirò Giuliano appoggiando le borse.
Camilla non ci fermò, non disse nulla. Forse si era offesa. Forse capì da sola.
Passò una settimana.
Le mattinate si svegliavano con musica e il borbottio della moka. Letizia disegnava per terra; Giuliano preparava il caffè, io li guardavo e sorridevo. Il tempo era diverso, fatto di piccoli miracoli.
Niente fretta.
Niente stress.
Niente pazienza.
Grazie mi abbracciò una mattina Giuliano. Per non essere rimasta in silenzio.
Incrociai il suo sguardo. Grazie a te, che mi hai ascoltata.
Non era la vita perfetta. Ma era la nostra.
Con le nostre regole. Il nostro rumore. Il nostro pane tostato e le nostre risate.
Era finalmente reale.
E tu che faresti: resteresti solo per poco o saresti andata via già la prima settimana?






