Echi nella notte: La solitudine di Capodanno di Alessandra tra le mura di un centro di riabilitazione, un incontro inatteso nel silenzio e la nascita di una speranza sotto le luci di una città italiana

Eco nella notte

Nellospedale per la riabilitazione, Alessandra Bianchi fu ricoverata due settimane prima di Capodanno. Prima era stato impossibile: non cerano letti disponibili.

La salute è una questione seria, e quando arrivò la chiamata con il ricovero, Alessandra Bianchi ne fu sinceramente felice: tutti a Firenze parlavano bene di quella clinica privata.

Eppure, in un angolo segreto dellanima le serpeggiava uninquietudine: presto sarebbe stato Capodanno, tradizioni, panettone, brindisi, luci dalbero e tutto il resto…

Fin da piccola Alessandra aveva adorato la festa di San Silvestro. Le piaceva addobbare il pino vero che il nonno dava a Natale, riempiere la casa di candele e ghirlande, lasciarsi trascinare dalla frenesia allegra di quei giorni. Ora invece poteva solo rinunciare a tutto questo.

Dal primo giorno in clinica si ripeteva che non era grave, che non sarebbe stato lultimo Capodanno della sua vita, che per lEpifania sarebbe probabilmente tornata a casa.

E sembrava averlo davvero accettato.

***

La sistemarono in una stanza doppia, luminosa e silenziosa, con una finestra che dava su un olivo antico. La coinquilina era una giovane donna, quasi la metà dei suoi anni. I medici le prescrissero una lunga serie di terapie e riabilitazione fisioterapica.

Alessandra prese tutto sul serio e partecipò a ogni seduta, anche alla palestra: le piaceva molto listruttrice, una romana vivace che raccontava storie buffe mentre supervisionava gli esercizi.

Lo staff medico la incoraggiava: Sta andando benissimo, la ripresa procede a gonfie vele!

Alessandra sorrideva, annuiva, ringraziava, ma dentro sentiva una mesta nostalgia.

Per la prima volta in vita sua non preparava il Capodanno. Niente regali da scegliere, niente ricette per insalata russa, niente vestito da indossare. Vedeva i giorni scorrere come se la festa viaggiasse parallela, lontana, in un altro mondo.

Prima viene la salute, ripeteva fissando le luci deboli della camera; festeggerò lo stesso con la mia coinquilina.

Il 30 dicembre, però, la giovane venne dimessa. Appena la porta si richiuse, Alessandra si ritrovò completamente sola. E il silenzio era glaciale.

***

La mattina del 31 dicembre la chiamarono i figli: si congratularono, chiesero come andava la fisioterapia, promisero di andare a trovarla dopo le feste.

Certo, capiva che avevano le loro famiglie, i loro impegni. Nel pomeriggio qualche messaggio augurale dei vecchi colleghi

Poi arrivò la notte.

***

Dopo il discorso del presidente al telegiornale, Alessandra udì i passanti del corridoio: altri degenti, intenti a gridare Buon anno! Auguri a tutti! con un entusiasmo forzato.

Lei rimase immobile. Aveva la sensazione che fra lei e quella festa ci fosse un muro invisibile.

E che in quel momento nessuno la stesse aspettando.

***

Prese in mano il telefono: voleva sentire una voce amica, anche solo per pochi minuti.

Ma a chi chiamare?

La rubrica era lunga.

Martina una compagna di liceo che ormai vedeva solo su Facebook, dove si scambiavano cuori e like, ma, alla fine, era come il vuoto.

Giorgio il suo ex marito. Non aveva senso chiamare lui, nemmeno per cortesia.

Sfogliò ancora.

Paolo suo figlio. Lui avrebbe risposto, avrebbe parlato con lei, sarebbe corso anche in piena notte Ma Alessandra non poteva mostrarglisi fragile; lui la vedeva sempre forte.

Controllò altri numeri, ma nessuno le sembrava davvero adatto a ricevere una chiamata di mezzanotte. Il pensiero di disturbare qualcuno in quel momento la bloccava.

A chi telefonare? A chiunque mormorò, ma la voce si perse nella penombra sterile dello stanzone.

E, senza rendersene conto, cominciò a piangere

Aveva casa, lavoro, esperienza, conoscenze a fiumi.

Eppure, in fondo al cuore, nulla e nessuno.

***

Avvertendo questa assenza con una chiarezza improvvisa, Alessandra decise di fuggire.

Indossò il cappotto, attraversò il corridoio, e uscì nel freddo. Laria pungente le punse i polmoni.

Vicino allospedale cera un piccolo giardino innevato. Si incamminò senza una meta precisa, spinta dal bisogno di allontanarsi da quelle pareti.

Su una panchina, seduto sotto un lampione tremolante, stava un uomo sulla sessantina, forse più anziano di lei.

Non osservava i fuochi in lontananza, ma fissava il vuoto.

Un nodo le strinse il petto. Avrebbe tanto voluto dire una parola a quelluomo sconosciuto.

Con un filo di voce, pronunciò:

Buonasera.

Lui sollevò lo sguardo. Sorrise davvero, con le rughe che si arricciavano agli angoli degli occhi.

Buonasera a lei. Buon anno.

Alessandra sorrise istintivamente. Una frase così semplice, eppure dentro di sé sentì nascere un brivido nuovo.

Lei come mai qui?

A casa non cè nessuno con cui parlare, rispose luomo, sereno. Mia moglie è mancata tre anni fa. Mia figlia vive a Monaco, mi ha chiamato nel pomeriggio, ha fatto gli auguri, mi ha detto che era impegnata. Così, eccomi qui. E lei esce dal policlinico?

Alessandra fece cenno di sì:

Sto facendo riabilitazione, dopo una brutta malattia. E oggi ho capito che non ho nessuno da chiamare a mezzanotte. Ho sicuramente cento numeri in agenda, ma nessuno cui davvero dire una parola, nemmeno per fare gli auguri.

Lui non si sorprese.

Sì la solitudine arriva piano. Un giorno ti svegli e comprendi che, se ti dovesse accadere qualcosa, nessuno se ne accorgerebbe. Nessuno sentirebbe. E nessuno verrebbe, disse fissandola intensamente. Allora, per non sparire, bisogna avere il coraggio di agire Di iniziare a parlare, per primi. Proprio come ha fatto lei stasera. Significa che è forte.

Non mi sento forte

Non importa, disse lui dolcemente. Nessuno nasce forte. Lo si diventa, uscendo incontro alla vita, anche quando questa ti volta le spalle. E sa anche se lei domani non arriverà, io verrò lo stesso. Perché ora so che lei esiste.

Quelle parole risuonarono così sincere che Alessandra si rese conto di non aver mai pensato che anche lei potesse essere la salvezza per qualcuno, mentre cercava chi la salvasse dalla solitudine…

***

Rientrando al reparto, nel taschino del cappotto c’era un foglietto dove il nuovo amico aveva annotato un numero con una calligrafia tremante.

Il vuoto nel petto non era sparito, ma dentro vi si era acceso qualcosa di tiepido. Leco di una voce sconosciuta:

Io aspetterò…

Per la prima volta dopo tanto tempo, Alessandra non pensava solo a ciò che aveva perso, ma a ciò che avrebbe potuto essere domani. Non una “nuova vita”, ma semplicemente il giorno successivo. Un mattino normale.

Magari potrei chiamarlo domattina? pensava, assopendosi. Solo per dire: Buongiorno, Stefano Donati…Aveva temuto che la notte le portasse solo rimpianti, e invece, fra le pieghe del silenzio, aveva trovato un inizio.

Fuori, tra i veli sottili dellalba, Firenze attendeva il risveglio: i tetti brillavano di brina, i primi tram si preparavano alla corsa.

Alessandra chiuse gli occhi, con un sorriso piccolo ma ostinato sulle labbra. Lanno nuovo era arrivato, e non assomigliava a nessuno di quelli che aveva sognato.

Ma, per la prima volta, non se ne doleva. Cerano ancora strade non percorse, e voci da scoprire. Forse non era tardi, dopotutto, per imparare ad ascoltare leco nella notte  e rispondere, a modo suo.

Quando il sonno la prese, dolce e leggero, sussurrò a se stessa la promessa più semplice:

Domani, avrò il coraggio di ricominciare.

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