Echi nella notte: Una vigilia di Capodanno in riabilitazione, tra solitudine e nuove connessioni per Alessandra, lontana dalla sua famiglia, dal profumo dell’insalata russa e dalla magia degli addobbi natalizi, nella quiete di una clinica italiana

Eco nella notte

Era poco prima del Natale quando Assunta Giuliani fu ricoverata al Centro di Riabilitazione. Non era riuscita ad andarci prima: i posti erano tutti pieni.

La salute viene prima di tutto. Quando le arrivò limpegnativa, Assunta provò una sincera contentezza: quel centro, a Firenze, tutti ne parlavano un gran bene.

Tuttavia, dentro di lei si agitava un piccolo verme dinquietudine il Natale si avvicinava, tutte le tradizioni, il presepe, il panettone

Da bambina, Assunta aveva sempre amato le feste. Adorava addobbare lalbero, mettere le lucine in casa. Il trambusto dei preparativi natalizi le dava unemozione speciale. E ora Doveva rinunciare a tutto questo.

Dal primo giorno cercava di convincersi che non era poi così grave, che quella non sarebbe stata lultima festa della sua vita, che forse sarebbe tornata a casa già per lEpifania.

In fondo, un po si era convinta.

***

Lavevano sistemata in una stanza di due letti, accogliente, con la televisione, dove già soggiornava una donna sui trentanni. Le avevano assegnato una serie di terapie e la ginnastica dolce.

Assunta si impegnava molto. Partecipava a tutte le attività, perfino in palestra si era iscritta, anche perché listruttrice le era molto simpatica.

I medici la lodavano: stava facendo passi da gigante.

Assunta sorrideva, annuiva, ma dentro sentiva uninsolita tristezza.

Per la prima volta non si stava preparando al Natale. Niente regali da comprare, niente menu di lasagne o pandoro, nessun pensiero per un abito elegante.

Il Natale passava lontano, come qualcosa dirraggiungibile, quasi non ci fosse.

Meglio così continuava a ripetersi la salute vale più di tutto. Festeggerò con la mia compagna di stanza, sarà un bel Natale lo stesso.

Il 30 dicembre però la sua compagna fu dimessa. La porta che si chiuse lasciò Assunta completamente sola. Nella stanza restò solo il silenzio.

***

La mattina del 31 dicembre arrivarono le telefonate dei figli gli auguri, le domande sullo stato di salute, la promessa di farle visita dopo le feste.

Era normale loro avevano le loro famiglie, i propri impegni. Più tardi giunsero alcuni messaggini da colleghi

Poi calò la notte.

***

Assunta sentì che, dopo il discorso augurale del Presidente alla nazione, alcuni altri pazienti erano usciti in corridoio.

Si sforzavano di gridare: Buon anno! Buona fortuna!

Lei, invece, restò immobile.

Le pareva che tra lei e lallegria generale si ergessero delle mura invisibili.

Si sentiva inutile, dimenticata

***

Assunta prese in mano il telefono: voleva disperatamente sentire una voce.

Ma a chi telefonare?

La rubrica era piena di nomi.

Caterina una compagna del liceo, non si vedevano da chissà quanto, anche se ancora si mettevano like a vicenda sui social.

Comodo, eppure vuoto.

Andrea lex marito. Inutile persino pensarlo.

Voltò subito pagina.

Paolo suo figlio. Certo avrebbe risposto, avrebbe parlato con lei Avrebbe lasciato tutto e sarebbe corso da lei, se necessario.

Ma non voleva mostrarsi fragile. Lui era abituato a vederla forte

Cercò tra gli altri contatti, ma nessuno pareva giusto per una telefonata di Capodanno. Aveva la sensazione che sarebbe stata fuori luogo. Ma sarebbe così stato anche per gli altri?

A chi potrei chiamare? Magari qualcuno sussurrò nella sterile quiete della stanza.

Scoppiò in lacrime

Aveva tutto: una casa, un impiego, tante conoscenze.

Eppure non aveva niente. Nessuno.

***

Capì, di colpo, con tutto il suo essere, che doveva andarsene.

Indossò il cappotto ed uscì. Laria fredda le sferzò i polmoni.

Vicino al centro cera una piccola piazza, con una panchina imbiancata. Sedette lì, senza sapere perché. Aveva solo bisogno di muoversi, di non sentirsi imprigionata.

Su una panchina sedeva un uomo sulla sessantina, forse poco più anziano di lei.

Non guardava le luminarie, fissava il vuoto.

Il cuore di Assunta si strinse. Avrebbe voluto rivolgergli almeno una parola gentile.

Con voce timida, disse:

Buonasera.

Luomo alzò lo sguardo. Sorrise. Un sorriso vero, con piccole rughe agli angoli degli occhi.

Buonasera anche a lei. Auguri di buon anno.

Lei ricambiò il sorriso. Quella semplice frase aveva qualcosa di stregato. Dentro, qualcosa si ammorbidì.

E lei, come mai qui?

A casa non ho con chi parlare, rispose calmo lui. Mia moglie non cè più, da tre anni già. Mia figlia sta in Germania, mi ha chiamato oggi, mi ha fatto gli auguri. È impegnata. E così sono qui. Lei, invece, viene dallospedale?

Assunta fece cenno di sì.

Sì. Sto riprendendomi da una malattia. E oggi ho realizzato che non ho nessuno a cui telefonare durante la notte di Capodanno. Tanti numeri in rubrica, ma nessuno a cui dire, con sincerità, Buon anno.

Lui non sembrò sorpreso.

Sì La solitudine arriva piano. Un giorno comprendi che, se ti dovesse succedere qualcosa, nessuno lo verrà a sapere. Nessuno sentirà. E nessuno arriverà, poi la fissò con occhi profondi. E allora, per non sparire, bisogna avere coraggio. Magari parlando per primi, come ha fatto lei, stanotte Ha avuto forza, dunque.

Non mi sento forte

Non importa, rispose dolcemente lui. Non si nasce forti. Lo si diventa quando si sceglie, comunque, di andare incontro alla vita. Anche quando ci volta le spalle. E se domani non tornerà, io aspetterò lo stesso. Ora so che lei esiste.

Quelle parole, così sincere, resero ad Assunta improvvisamente evidente ciò che aveva cercato: una salvezza dalla solitudine e non immaginava di poter essere lei stessa la salvezza per qualcun altro.

***

Quando tornò nella stanza, teneva in tasca un foglietto, dove il nuovo amico aveva scritto, con grafia tremante ma ordinata, il proprio numero di telefono.

Il vuoto non era sparito, ma dentro cera qualcosa di caldo. Uneco di una voce non più sconosciuta:

Io aspetterò…

Per la prima volta dopo tanto tempo, Assunta si trovava a pensare non più a ciò che aveva perso, ma a ciò che lattendeva domani. Non la nuova vita, ma semplicemente il domani mattina.

Forse potrei chiamare pensò, addormentandosi solo per dire: Buongiorno, CarloAssunta appoggiò il foglietto sul comodino e lo guardò ancora un attimo, sotto la flebile luce della lampada.

Non era più soltanto un numero, pensò, ma una porta aperta. Forse era poco, forse era tutto: la promessa che, anche nella notte più lunga, una voce poteva rispondere dallaltra parte del vuoto.

Spense la luce, ascoltando il silenzio che non faceva più paura. Ora le sembrava diverso, come il respiro quieto che segue una lunga tempesta.

Nel dormiveglia sentì fuori, attutato dal vetro, il suono distante dei fuochi dartificioscoppi che rimbalzavano tra i palazzi e si perdevano nel cielo scuro. Non era sola a vegliare su quellattimo fragile in cui nasce un nuovo anno.

Quando chiuse gli occhi, il volto sorridente delluomo e la calda stretta di quella breve conversazione le restarono impressi dentro. Forse domani avrebbe davvero chiamato lei per prima.

O forse sarebbero bastati due passi sulla piazza e un saluto, come quella notte.

Per la prima volta, aspettò il sonno senza fretta. Si concesse perfino il lusso di un desiderio, ingenuo come una bambina: che quelleco nella notte, adesso, non smettesse mai di rispondere.

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