Eppure dicono che lui porta felicità alla gente!

Ricordo ancora quella sera, quando, stanca, tornavo dalla mia cascina nei pressi di Tivoli. Avevo deciso di partire proprio al crepuscolo, così la macchina non correva come al solito, ma procedeva lenta lungo la strada di campagna più lunga, quella che gira intorno al borgo. Se il lavoro non mi fosse atteso il giorno dopo, avrei pure passato la notte tra i filari di vite.

Perché non avrei avuto fretta? Perché, in cuor mio, non desideravo più rientrare in casa, né tanto meno vedere Marco, il marito. Da tempo un vento gelido aveva avvolto il nostro rapporto: parole terse, nervi tesi, litigi che scoppiavano senza preavviso.

Guidavo, gli occhi fissi sullorizzonte, mentre la mente vagava tra i ricordi di quella strana, incerta convivenza. In quel tratto la strada costeggiava un piccolo villaggio. Ridussi la velocità, e, nei pressi di una fermata dellautobus, il fascio dei fari illuminò una figura curiosa: una anziana signora che, avvolta in un foulard, stringeva tra le braccia qualcosa avvolto in un panno, come se fosse un neonato. Il suo sguardo si posava sulle auto in arrivo con una speranza quasi sconsolata, e prematuramente premessi il freno.

Scesi, correndo verso la donna, notai accanto a lei una valigetta a rotelle.
Perché siete qui fermata? le chiesi, preoccupata. Ha bisogno di aiuto? Cosè quella cosa che tiene? Un bambino?
Un bambino? balbettò, arrossendo. No, non è un bambino è del pane.
Che cosa? rimasi senza parole. Del pane?
Il pane di casa, appena sfornato lo vendo…

Come fa a venderlo? Da dove lo prende? insistetti.
Lo faccio io stessa. La pensione è poca, così mi ingaggio a vendere qualche pagnotta quando i soldi scarseggiano. Alcuni comprano, dicono che il mio pane porta felicità.

Felicità? chiesi, curiosa. In che senso?
Non lo so davvero, ma un uomo mi ha sempre detto che il suo cuore si rianima quando mangia il mio pane. Forse anche oggi succederà. Vuole una pagnotta, è ancora calda.

Una pagnotta? capii che quella donna aveva davvero bisogno di denaro e annuii. Quanto costa una pagnotta?
Un euro, rispose cauta, osservando la mia reazione. Non è molto, vero?

E quante ne ha in totale?
Dieci. Nessuno ha ancora comprato oggi, sono appena arrivata. Quante ne vuole?

Prendo tutte! dissi decisa, pronta a tornare al veicolo per prendere i soldi.
No! Non le darò tutte! esclamò la signora, spaventata.
Perché? rimasi immobile.
Perché so che non compra per fame, ma per aiutarmi. E se qualcun altro avesse bisogno di quel pane? Se quel uomo tornasse di nuovo e io avessi finito?

Il suo ragionamento semplice mi colpì.
Allora, quanto è disposto a vendere?
Cinque pagnotte rispose incerta.
E di più?
No non si può scosse la testa. Lei compra per pietà, ma quel pane è per mangiare, è appena sfornato.

Così presi cinque pagnotte ancora calde, le infilai in una borsa e tornai alla macchina. Mentre riprendevo il viaggio, laroma del pane fresco avvolse labitacolo, e una fame irresistibile mi assalì. Strappai un grosso pezzo, lo posi in bocca e capii che non avevo mai assaggiato nulla di più saporito.

Il cellulare squillò. Guardai il nome sul display e, con una smorfia, risposi.
Val, la voce irritata di Marco ruppe il silenzio. Vai al negozio e compra del pane.
Che? fissai il pane sul sedile anteriore sinistro. Perché te ne ricordi adesso?
Perché non ne abbiamo! Nessun morso! E, per di più, le tue amiche sono arrivate qui!
Quali amiche? rimasi ancora più perplessa. A questora? È quasi notte.
Chiedi a loro, Val. Sono tre, hanno preso posto in cucina, bevono tè e attendono te.

Accelerei il volante, e, in poco più di trenta minuti, ero di nuovo a casa. Entrai con il profumo di pane che riempiva ogni angolo.
Val, che profumo! esultarono le amiche, compagne di università, Ginevra, Livia e Fiorella, avvolgendomi in un abbraccio.

Marco, catturato dal profumo, si precipitò verso la borsa, strappò quasi mezza pagnotta, la portò al naso e fissò la moglie con occhi spalancati.
Dove hai trovato questo pane magnifico?
Dove lho comprato, non cè più. scrollai le spalle.

Lui si allontanò con il pezzo di pane verso la sua stanza, mentre io rimanevo in cucina con le amiche. Restammo lì fino a mezzanotte, sorseggiando vino, rosso come il tramonto, e gustando quel pane dal sapore quasi soprannaturale, raccontandoci a vicenda dei mariti che avevano dimostrato di non essere quelli dei nostri sogni. Alcune lacrime caddero, per la consapevolezza di aver creduto in falsi ideali.

Quando fu il momento di salutarsi, regalai a ciascuna una pagnotta del pane della nonna. Poi chiusi la porta dietro di loro, attraversai la stanza dove Marco dormiva, e mi sistemai sul divano del salotto per andare a letto.

Il mattino successivo fu strano. Appena mi destai, Marco era già seduto sul divano accanto a me, e con tono ironico e quasi poetico dichiarò:
Valentina, ieri ho mangiato troppo del tuo pane e ho avuto una specie di illuminazione. Dico che siamo due sciocchi.
Cosa? gli aprii gli occhi ancora assonnati.
Siamo sciocchi, Val. Dobbiamo rimediare. Perciò ti invito stasera a cena, al ristorante dove ti ho fatto la proposta.
Perché?
Perché credo che il nostro amore possa ancora essere salvato. Tornerò al lavoro e, alle sei, ti aspetterò lì.

Marco uscì, e io sentii che quellalba era diversa, più luminosa, come se la primavera avesse già cominciato a insinuarsi. Attendevo con trepidazione quel bizzarro appuntamento serale.

Il telefono squillò di nuovo. Era Ginevra, la prima amica, che, quasi senza fiato, mi raccontò:
Val, credi? Io e il mio marito abbiamo fatto pace! Ieri pensavamo di divorziare, ma fino a tre di notte abbiamo mangiato il tuo pane e ci siamo riconciliati. Grazie a te!
E io dove entro in questa storia? rimasi confusa.

Nel pomeriggio chiamarono Livia e poi Fiorella, entrambe a dire che i loro matrimoni erano miracolosamente migliorati. Così, tornando in cucina, presi lultima pagnotta rimasta nella credenza, ne strappai un morso, lo assaporai e sentii, in quel sapore, un delicato retrogusto di amore amore per tutti gli uomini e per tutti i cuori.

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