Era l’inverno del 1950 e il freddo penetrava fino alle ossa. In una stanza oscura, con pareti in tufo e odore di umidità, una giovane di appena diciassette anni ansimava, aggrappata alle lenzuola mentre le contrazioni la scuotevano. Era sola, tranne per la levatrice, una donna anziana dalle mani ruvide e dal cuore temprato dalla tragedia.

Caro diario,
mi trovo a scrivere nella penombra del mio piccolo studio, dove il freddo di quel gennaio 1950 sembrava penetrare le ossa. Ricordo ancora la stanza di casa, con le pareti di pietra grezza e l’odore di muffa che aleggiava mentre, a diciassette anni, lottavo contro le contrazioni, stretta alle lenzuole. Ero sola, fatta eccezione per la levatrice, la signora Marianna, una donna dall’animo temprato e le mani ruvide, abituata a vedere troppo dolore.

Quando il pianto acuto di un neonato ruppe il silenzio, sentii come se la mia anima ritornasse al corpo.
—È una bambina bella — disse Marianni, avvolgendola in una coperta e poggiandola sul petto di Giulia.

Io la strinsi, goffa, ancora tremante e macchiata di sangue, ma nei miei occhi ardeva la tenerezza di una madre al suo primo amore. Lo sguardo era carico della certezza che nulla, né la gente né il tempo, avrebbe potuto separarmi da quell’essere.

Il sogno durò solo un attimo. Un colpo secco aprì la porta: entrò mia madre, la signora Elena, come un turbine. Vestita di lutto, pur non essendoci alcuna morte, il suo volto tradiva un disprezzo profondo.
—Dammi il bambino! — esclamò, strapazzandomi il piccolo dalle braccia.
—No, mamma! Lascialo! — urlai, tentando a stento di alzarmi.
—Silenzio! — interruppe con voce gelida come il ghiaccio. — È nato storto. Ha quel… quel difetto dei mongolici. Non sopravvivrà. Non vale la pena.

Il mio pianto si trasformò in urla, in supposto, in suppliche disperate, ma la madre non si fermò. Avvolse il bambino con più forza, uscì dalla stanza e chiuse la porta con un botto che risuonò come uno sparo al mio petto.

Quella notte rimasi con le braccia vuote, gridando un nome che non ebbi mai il coraggio di pronunciare.

Gli anni passarono. Nel paese tutti credevano che la bambina fosse morta al parto, così la madre voleva. Io, costretta al silenzio, imparai a vivere con un sorriso finto, mentre il cuore marciva in silenzio. Lasciai casa quando compiui venticinque anni, senza voltarmi indietro. Il perdono era un miraggio, il ricordo un coltello, la guarigione un sogno infranto.

Il tempo scivolò come foglie secche. Divenni maestra elementare, abitai da sola, senza marito né figli. In fondo, sentivo ancora una parte sepolta in quella stanza buia.

Una primavera tardiva, tornai al paese. La madre era morta e, forse, con lei si portò via gli ultimi anelli di quella catena. Camminai per la piazza centrale, lo stesso luogo dove da bambina correvo spensierata. L’odore del pane appena sfornato si mescolava a quello dei fiori appassiti. Mi avvicinai a una panchina, quando udii una risata cristallina, un suono di bambini che sembrava un sussurro del passato.

Mi voltai.

Lì, su un marciapiede, una bambina di circa nove anni giocava con una bambola di pezza. Aveva trecce disordinate, un vestito fiorito rattoppato sul bordo e occhi a mandorla che brillavano di una dolcezza quasi surreale, una luce che risvegliò qualcosa di profondo in me. Il cuore mi martellò nel petto.

Mi avvicinai con le gambe tremanti.
—Ciao, piccola… come ti chiami? — chiesi con voce rotta.

La bambina mi guardò, curiosa e senza timore.
—Mi chiamo Speranza — rispose, sorridendo.

Sentii che il mondo si fermava. Speranza, il nome che avevo sognato per la mia figlia, quello che avevo ingoiato per anni. Le ginocchia mi cedettero.

In quel momento, una donna più anziana, dal volto segnato e dalle mani da panettiera, si avvicinò alla bimba e la prese per la spalla.
—La conosci? — mi domandò, cauta.

—Io… l’ho vista e mi è sembrata familiare — balbettai.

La signora abbassò lo sguardo, imbarazzata.
—Vive con me da piccola. Una signora me l’ha data, dicendo che la madre non la voleva e che doveva nasconderla. Non ho mai saputo bene la storia…

Il mio animo sembrò uscire dalla bocca, urlai:
—Non è vero! Io l’amavo! Me l’hanno strappata!

La panettiera fece un passo indietro, sorpresa. La bambina, invece, rimase lì in silenzio, avvicinandosi a me.
—Sei la mia mamma? — chiese, con la semplice brutalità dei bambini.

Caddi in ginocchio, crollai in pianto.
—Sì, tesoro… io sono tua madre. Perdona il fatto che non ti ho cercato prima, che non ti ho trovato.

La piccola mi abbracciò senza parole. Il suo corpo era caldo, reale, mio.

Quel giorno capii che la vita a volte concede seconde possibilità. Non importava lo scandalo, gli sguardi dei paesani o gli anni perduti: avevo ritrovato la mia figlia. E questa volta nessuno mi avrebbe più portato via ciò che è mio.

Chiudo questa pagina con il cuore leggero, sapendo che, finalmente, ho il mio futuro nelle mani di una piccola Speranza.

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Era l’inverno del 1950 e il freddo penetrava fino alle ossa. In una stanza oscura, con pareti in tufo e odore di umidità, una giovane di appena diciassette anni ansimava, aggrappata alle lenzuola mentre le contrazioni la scuotevano. Era sola, tranne per la levatrice, una donna anziana dalle mani ruvide e dal cuore temprato dalla tragedia.