Sono proprio alla frutta
Ma Giovannina, insomma, hai smesso del tutto di passare laspirapolvere? Con tutta questa polvere mi lacrimano pure gli occhi. Guarda come si è formato lo strato sul tappeto…
Giovanna stringeva i pugni sotto il tavolo, osservando la suocera, Donata Paoletti, che ancora una volta girava per casa con laria dellispettore della ASL. Si fermava in ogni angolo, controllava con sguardo critico le mensole, si irrigidiva davanti alla polvere inesistente sul davanzale, scuoteva la testa vedendo i giochi sparsi dei bambini. Tre anni di queste visite avevano trasformato ogni arrivo di Donata in una vera tortura.
Giusto ieri ho fatto le pulizie, passato laspirapolvere e tolto la polvere, cercò di rispondere calma Giovanna. Stamattina Cristina e Gabriele hanno giocato.
Bisogna pulire quando serve, non solo quando fa comodo! Alla mia età…
Donata si accomodò in poltrona con laria di una regina che si degna di parlare al popolo. Le sue dita si muovevano lungo il bracciolo, in cerca anche lì di polvere.
Ai miei tempi i pavimenti luccicavano così tanto che ci si poteva specchiare per sistemarsi il rossetto. I bambini sempre in ordine perfetto, gli abiti impeccabili, casa che pareva uno specchio! Mio suocero, pace allanima sua, era capace di fare unispezione inaspettata mai una polvere! Hai capito?
Giovanna ascoltava in silenzio, i denti serrati. Quella storia dei pavimenti lucidi laveva sentita, forse, cinquanta o sessanta volte. Aveva perso il conto.
E oggi, che hai preparato ai bambini per pranzo?
Minestra di verdure.
È in frigo? Donata già si avviava decisa in cucina. Fammi vedere.
Tirò fuori la pentola, annusò, assaggiò un cucchiaio con la faccia di chi sta ingerendo veleno.
Troppo sale. E carote a fiumi. Mica sono conigli, i bambini. Così tanta carota, poi? A Gabriele, da piccolo, i miei passati di verdura li finiva tutti e ne chiedeva ancora.
Giovanna taceva. Replicare era inutile.
E a colazione che gli dai? Sempre quei cereali industriali? Te lho già detto solo cereali veri! Guarda Maria, la moglie di Sergio, ogni sera mette a mollo il farro e la mattina cuoce tutto fresco. I suoi ragazzi non si ammalano mai.
Sempre questa Maria. Perfetta, con figli perfetti e cereali in ammollo come da manuale.
Donata, anche lavena è naturale.
Ma va là! Ormai con questa roba pronta… Ai miei tempi fast food manco si sapeva cosa volesse dire! Si cucinava, si metteva amore, si stava ai fornelli ore!
Poi passò ad ispezionare la cameretta dei bimbi.
E a che ora li mettete a letto? Ieri alle nove ho chiamato e Cristina era ancora sveglia.
Di solito alle nove e mezzo.
Troppo tardi! Quando mio Gabriele aveva la loro età alle otto era già a letto. Senza fiatare. Perché la disciplina è tutto. Qui invece, sembrate sempre lì a giocarci sopra…
Giovanna si morse le labbra. Avrebbe voluto spiegare che il mondo è cambiato, che i pediatri ora suggeriscono altre cose, che i suoi figli non sono Gabriele trentanni fa. Ma a Donata poco importava. Lei ascoltava solo se stessa.
E queste vostre attività moderne? continuava Donata osservando i disegni appesi. Plastilina, pittura, tutte sciocchezze. Io portavo Gabriele a nuoto, e a scacchi. Quello sì che è sviluppo! I disegni si fanno in casa, mica bisogna pagare.
A Cristina piace disegnare. È portata.
Portata?! sbuffò Donata. Ti dicono così solo per spillarti soldi. Ma quale talento a quattro anni?
Si risedette, sistemando le mani sulle ginocchia.
Ecco cosa ti dico, Giovannina: vi siete proprio lasciate andare, voi mamme di oggi. Sempre con questi telefonini e linternet. E intanto la casa va giù, i figli maleducati, i mariti affamati. Maria, la moglie di Sergio lavora, casa perfetta, tre figli cresciuti benissimo. E tu, con due, già non ce la fai.
Ancora Maria. Santa Maria col suo alone di lenzuola inamidate.
Anche io lavoro, Donata.
Ah sì, sì. Stai davanti a quel computer tutto il giorno a spostare scartoffie. Può questa chiamarsi lavoro? Io, alla tua età… Donata si fece sognante. Tre figli, lorto, la casa, tutto in ordine. E rispetto per la suocera, sia chiaro. Mai una parola fuori posto.
Giovanna provò a spiegare che il suo lavoro richiede attenzione, che gestisce progetti importanti, che… Ma ogni spiegazione si scontrava contro il sorriso condiscendente di Donata, che scuoteva la testa come una maestra che deve sopportare la fatica dellallieva distratta.
Ogni visita era un esame già fallito in partenza. Donata trovava da ridire su tutto: gli asciugamani piegati male, il tè troppo caldo, i fiori che appassiscono, le tende da lavare. Tre anni di pressione avevano sfiancato Giovanna, ma lei taceva. Per amore di Marco. Per la pace in famiglia.
Quella sera Donata era particolarmente inviperita. Si fiondò in cucina, sbuffò vedendo una padella un po unta nel lavandino.
Pietro, il figlio di quattro anni, sbuffava a tavola, spingendo con la forchetta la minestra.
Non mi piace! Non è buona!
Visto? esclamò trionfante Donata. Che ti dicevo? Non mangia perché non sai cucinare per i bambini. Ora ti spiego io come si fa la minestra: devi prendere pollo, ma solo da allevamento niente schifezze di supermercato…
Qualcosa in Giovanna si ruppe. Piano, senza rumore, ma la sentì dentro come una corda che si spezza di netto.
Anni di umiliazioni, paragoni con la santa Maria, allusioni continue alla sua incapacità, osservazioni, sospiri e scuotimenti di testa tutto ribollì insieme. Definitivamente.
Giovanna si alzò lentamente. Guardò la suocera con uno sguardo nuovo freddo, deciso.
Donata, mi dica una cosa: lei, quando si è sposata, ha portato suo marito a vivere a casa sua, o è andata nella sua?
Donata rimase bloccata con il cucchiaio a mezzaria. Sembrò smettere di respirare, un attimo.
Cosa?…
Le chiedo: quando si è sposata, è andata lei a casa di suo marito o lo ha portato da lei?
N-nella sua, ovvio… ma che centra…
E io ho portato Marco qui. In questo appartamento. Tre stanze. Comprato con i miei soldi. Guadagnati, per inciso, spostando scartoffie al computer.
Il volto di Donata si fece pallido.
Quindi decido io che minestra si prepara, che attività fanno i figli e a che ora vanno a letto, continuò Giovanna con voce tranquilla. E già che ci sono, mi dica: quanto guadagnava lei, ai suoi tempi? O ha sempre vissuto a carico di suo marito, occupandosi solo della casa?
Donata divenne rossa in viso.
Ma come ti… come osi trattarmi così?
Non è unoffesa, è una domanda. Così, per informazione: il mio stipendio è tremila seicento euro al mese. Il doppio di Marco. Quindi, la prossima volta che vorrà spiegarmi come vivere, si ricordi anche di questo.
In cucina scese un silenzio che si poteva tagliare. Pietro stesso smise di stuzzicare la minestra: fissava prima mamma, poi nonna, a bocca aperta.
La porta dingresso sbatté. Marco era appena rientrato dal lavoro e si fermò sulla soglia, percependo subito latmosfera tesa.
Marco! Donata corse dal figlio. Marco, tua moglie mi ha mancato di rispetto! Mi ha umiliata!
Aspetta. Marco alzò la mano. Ferma un attimo. Giovanna, cosa è successo?
Giovanna parlò a bassa voce, ormai esausta. Raccontò i tre anni. I continui paragoni. La critica a ogni gesto. I continui commenti sulla sua incapacità come madre, come donna di casa. Le infinite intromissioni nelleducazione dei figli.
Marco ascoltava senza interrompere. Giovanna lo guardava e lo vide cambiare espressione dallo stupore alla consapevolezza, dalla consapevolezza a qualcosa che somigliava alla vergogna. Digrignò la mascella, si massaggiò il naso da persona che aveva appena capito una scomoda verità su se stesso.
Marco! Tu non le crederai a questa qui, vero? balbettò Donata. Sono tua madre! Ti ho cresciuto, accudito…
Mamma, la interruppe Marco, e per la prima volta Giovanna notò che negli occhi del marito non cera traccia di dolcezza. Ma davvero in tre anni non hai mai lasciato in pace Giovanna?
Ma cosa dici?! Io davo solo dei consigli! E lei…
Consigli. Marco annuì lentamente. Sul minestrone. Sulle attività pomeridiane. Sullora della nanna, la polvere. Ogni volta, giusto?
Donata spalancò la bocca ma Marco non le lasciò dire nulla.
Lavevo notato, sai? Notato che Giovanna, dopo le tue visite, era sempre strana. Pensavo fosse stanca. Invece, ecco cosa sopportava. In silenzio. Per non creare litigi.
Marco!
Mamma, sospirò Marco. Se continuerai a dare addosso a mia moglie, questa casa per te sarà chiusa.
Donata restò di sasso. Le sue dita si serrarono talmente forte al tavolo che le nocche divennero bianche.
Tu… fai sul serio? Per lei? Per questa qui?
Per mia moglie, la corresse Marco. Madre dei miei figli. Donna che, tra laltro, questa casa lha comprata. E che per tre anni se nè stata zitta, pur essendo umiliata da te, solo per non mettermi in mezzo. Sì, mamma. Sul serio.
Donata fissò il figlio come fosse un estraneo. Poi afferrò la borsa, si diresse verso la porta e, prima di uscire, si voltò: sulle labbra la rabbia e la delusione, ma guardando Marco preferì non dire altro. Fece solo un gesto vago con la mano a metà tra un addio e uno sberleffo e uscì di casa.
Nel silenzio che seguì si sentiva solo il ticchettio dellorologio in cucina e Pietro che si rotolava sulla sedia, dimentico della minestra rimasta nel piatto.
Marco abbracciò la moglie, la strinse a sé. Giovanna affondò la fronte nel petto di lui e, solo in quel momento, si accorse di quanto le spalle le facessero male, come se per tre anni avesse portato un peso troppo grande.
Perché hai tenuto tutto dentro? Marco le parlava piano, accarezzandole la schiena. Tre anni così, Giovanna. Tre.
Non volevo che litigaste. È tua madre.
Sciocchina, la tirò ancora più vicino e Giovanna sentì labbra asciutte sfiorarle la tempia. La mia famiglia sei tu. Tu e i bambini. E mamma dovrà farsene una ragione. O vedere meno i nipoti.
Giovanna guardò Marco. Le veniva quasi da ridere. Per la prima volta da anni le pareva di respirare a pieni polmoni.
Mamma, mamma! gridò Pietro. Nonna è andata via? Possiamo non mangiare la minestra?
Marco e Giovanna si scambiarono uno sguardo e scoppiarono a ridere. Risa vere, insieme, come non succedeva da tempo.
Questa minestra, sorrise Giovanna, oggi la mangiamo. Ma domani ne preparo una che ti piacerà sul serio.
Quella sera ho capito quanto sia importante non restare sempre in silenzio solo per tenere la pace. A volte, dire la propria con coraggio è lunico modo per respirare davvero, e per far capire agli altri dovè la nostra casa e dove sta il nostro cuore.




