Eravamo così uniti quando ci siamo sposati: facevamo tutto insieme, dormivamo abbracciati, guardavam…

Eravamo davvero legati quando ci siamo sposati. Facevamo tutto insieme. Dormivamo abbracciati, guardavamo la televisione nel letto, passeggiavamo la domenica per le vie di Firenze, ridevamo per qualsiasi sciocchezza. Lintimità era frequente quasi mai pianificata, molto spesso spontanea. Mi sentivo amato, desiderato, come se fossi la sua scelta.

Col passare degli anni siamo rimasti vicini, ma in modo diverso. I lunghi baci sono spariti e sono diventati gesti veloci, sfuggenti. Non cerano più carezze, solo contatti abituali. Abbiamo iniziato ad andare a letto presto, stanchi dopo la giornata, e lei si girava subito dallaltro lato. Allinizio mi avvicinavo io. Le toccavo la mano, la schiena, cercavo la sua pelle. Diceva che era stanca, che domani, che non era il momento giusto. E io la capivo.

Il tempo passava, e niente cambiava. Continuavamo a cenare insieme, a raccontarci la nostra giornata, a condividere lo stesso letto, ma non accadeva più nulla. Ho iniziato ad aspettare immobile, sperando che facesse lei il primo passo. Ma quel momento non è mai arrivato. Prima provavo dolore, poi mi sono sentito persino in imbarazzo a insistere. Ho iniziato a pensare che forse il problema ero io, che stavo esagerando.

La nostra quotidianità restava molto unita, ma del tutto neutra. Ci svegliavamo insieme, prendevamo il caffè al bar, partecipavamo alle cene di famiglia. Lei mi raccontava le sue cose, io le mie. Dormivamo schiena contro schiena. Ho iniziato a cambiarmi in fretta davanti a lei, senza badare allaspetto. Ho smesso di cercare pigiami belli. Ho smesso di vedere il mio corpo come qualcosa che potesse ancora interessare qualcuno.

Ho provato a parlarne più di una volta. Le ho chiesto se ormai non mi desiderava più. Lei mi ha detto che non era quello, semplicemente non ne sentiva più il bisogno; che col tempo le cose cambiano, che lamore era compagnia e rispetto reciproco. Ho annuito, anche se dentro sentivo un vuoto strano, come se mancasse qualcosa di fondamentale, che non riuscivo a nominare senza sentirmi in colpa.

Col tempo ho normalizzato tutto. Mi dicevo che ci sono tante coppie che vivono così. Che, se non ci sono litigi, tutto va bene. Mi sono abituato a ricevere un abbraccio solo in pubblico, mai quando eravamo soli. Mi sono abituato a non aspettare più, a non desiderare. Ho cancellato quella parte di me, per non sentire il rifiuto.

Sono passati anni e siamo rimasti molto uniti. Sempre insieme, sempre ordinati. Nessuno avrebbe mai sospettato che fossero quasi ventanni senza intimità. Nemmeno io ricordavo più cosa volesse dire sentirsi uomo accanto a una donna. Ero diventato una consuetudine, un sostegno, una presenza. Non un desiderio.

Il giorno in cui mi ha detto che se ne andava con un altro uomo, non ho avuto reazioni. Mi ha detto che con lui si sentiva viva, desiderata, connessa. Non ho alzato la voce, non ho discusso. Lha semplicemente detto. E in quel momento ho capito che lei non aveva smesso di sentire. Aveva solo smesso di sentire qualcosa per me.

Oggi, guardando indietro, capisco che la cosa più dolorosa non è stata il suo andare via. Ma il fatto che, giorno dopo giorno, mi ero abituato a vivere accanto a una persona che non mi vedeva più come uomo e mi aveva convinto che tutto ciò fosse normale. Questa è la lezione che porto via con me: non dobbiamo accettare come normale ciò che ci fa perdere noi stessi.

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