Chi ha parenti, ha sempre guai, dice il vecchio proverbio.
Ginevra, nata in un piccolo borgo di collina in Toscana, fin da bambina sognava di scappare dalla fattoria. Non si immaginava di diventare levatrice, pastora o contadina. Appena compì sedici anni, prese il treno per Bologna, con la promessa solenne: Non tornerò più in questa zona remota, accada quel che accada.
Una volta a Bologna, si iscrisse allistituto tecnico. Le assegnarono una stanza in un dormitorio universitario. Dopo due anni trovò lavoro nel suo settore: divenne operatrice di una gru a torre in un cantiere del centro città.
Passò il tempo e, è ora di sistemarsi, le disse la nonna. Nei weekend Ginevra, con le amiche, andava a ballare nel parco di Villa Ghigi. Lì incontrò Nicola, un giovane ingegnere che sembrava anchegli in cerca di una compagna con cui ballare tutta la vita. Niente chiacchiere: dal primo sguardo andarono direttamente al municipio.
Una cartolina fu spedita al villaggio: Mamma, papà, mi sposo! Venite!. I genitori non poterono arrivare: il giorno prima avevano appena celebrato il matrimonio della sorella maggiore. La madre rispose: Arriveremo più tardi, per vedere i nipotini.
Il matrimonio fu un successo, e iniziò la routine quotidiana. Ginevra si trasferì nella casa di Nicola, una dimora di tre camere popolata da un vero menage a trois: il suocero, la suocera, la sorella di Nicola con il figlio, il fratello con la moglie e, ovviamente, Ginevra.
Il giovane sposo era felice: gli era stata concessa una minuscola stanza per la coppia. La suocera adorava la nuora perché era docile, laboriosa e non apriva bocca a nulla di superfluo. A lei piaceva vedere il figlio felice con una moglie così perfetta. La suocera aveva cinque figli, due dei quali già sposati e vissuti altrove.
La più piccola, Livia, però, portava sempre un po di scompiglio. Partorì il suo primo bambino in unala secondaria dellospedale. Il futuro sposo sembrava stabile, ma sparì senza dire una parola, lasciandola sola con il neonato. Il fratello di Nicola dovette andare a ritirare Livia e il piccolo dallospedale, e la infermiera, con un sorriso ironico, gli consigliò: Adesso sarai zio a tempo pieno, preparati a crescere un nipotino.
Così, tutti vissero, lavorarono, litigano e ridono insieme. Le tensioni iniziarono davvero quando Nicola presentò Livia al suo nuovo compagno. Livia, già irritata, prese subito a odiare Ginevra: È venuta da qualche angolo sperduto del mondo per rubarmi il marito! sbottò.
Ginevra, però, non amava i conflitti e sopportava in silenzio, mentre la suocera le sussurrava: Non fare la saccarina con Livia! È solo gelosa, è una sventola sola e sfortunata. Non dirglielo a Nicola o potrebbe vendicarsi.
Il silenzio di Ginevra durò finché Livia non insultiò la madre di Ginevra con parole pesanti. Allora Ginevra, seduta in cucina, difese la suocera tra le lacrime.
Dopo qualche mese, Ginevra diede alla luce una bambina, Lilla. La maternità la rese ancora più determinata e Livia, ormai più furiosa, scatenò liti quotidiane per ogni motivo immaginabile. Ginevra non poteva più tacere: proteggendo la figlia come una tigre, intervenne in una rissa di famiglie. Nicola, senza pensarci troppo, afferrò il ferro da stiro e lo lanciò verso Livia. Per fortuna mancò il bersaglio e Livia smise di urlare.
Livia però non era una donna monogama: aveva diversi corteggiatori, lasciava spesso il piccolo Dario a spese di Ginevra e correva a incontri segreti. Dario era un ragazzino problematico: rubava soldi alla nonna, si comportava da ruffiano, e a malapena aveva dieci anni. Un giorno Ginevra, esasperata, gli sparò: Ti dovresti dedicare a essere un bravo figlio, non un piccolo delinquente!
Livia rispondeva: Vorrei sposarmi, così poi potrei occuparmi di Dario. Stanco di dormire su un materasso freddo! Nicola, ormai stanco, si era abituato a queste scenette.
Quando i genitori di Ginevra vennero a vedere la nipotina Lilla, rimasero sbalorditi dal trambusto della casa. Il padre suggerì: Vieni a vivere con noi, Ginevra, altrimenti ti trasformi in una signora isterica!. La madre le sussurrò allorecchio: Torna a casa, il vicino Vanni ti aspetta nel suo cortile; ti accoglierà con gioia.
Ginevra rispose: Non sono venuta in città per finire come una contadina di campagna, ma per fare carriera. E promise che, tra poco, Nicola, in quanto ingegnere, avrebbe ricevuto un appartamento.
Tre anni più tardi, grazie allimpiego di Nicola, riuscirono a comprare un piccolo appartamento. Il felicità traboccava! A quel punto, la coppia fu benedetta da un maschietto, Marco. Si trasferirono nella loro nuova casa, ancora un po fredda e vuota, ma ormai loro.
Un anno dopo morì la madre di Nicola. Livia, colpita dal lutto, divenne pallida come la luna. Si rimproverava per la sua freddezza, per le liti inutili, per la sua durezza verso la madre. Ogni giorno andava alla tomba, chiudeva il cancello del sepolcro e si sedeva su una panchina a fissare il vuoto, pulendo il cimitero con cura. Gli abitanti del villaggio le dicevano: Non chiudere il cancello, altrimenti rimani intrappolata. Livia rispondeva: Non mi importa.
Il tempo, come si suol dire, guarisce le ferite. La vita continuò. Livia iniziò una relazione seria, quasi a pensar di sposarsi di nuovo. Invitò Ginevra a casa sua, si sedettero a chiacchierare, a ridere, a bere un tè. Quando Ginevra si alzò per andare via, Livia la fermò: Aspetta, Ginevra, ti chiedo perdono. Ti invidiavo per troppo tempo. Vedo ora quanto ami davvero Nicola. Sono felice per voi. Sei la persona più importante del mio mondo.
Ginevra, sorpresa, rispose: Che bellezza, Livia! Livia sorrise, poi la baciò sulla guancia. Ginevra, ancora stordita, tornò a casa.
Il mattino seguente, il fratellino di Nicola, Carlo, telefonò: Nicola, Livia non si è più alzata! È morta nel sonno. Aveva 37 anni, colpa di una malattia al cuore. La seppellirono accanto alla madre, in un piccolo recinto del cimitero.
Un anno dopo, sul sepolcro di Livia, fiorirono fiori freschi, curati dal suo fidanzato non più esistito, che poi li sostituì con un grande bouquet di rose artificiali. I fiori reali appassirono per sempre.
Rimase Dario, ormai orfano, a 14 anni. Doveva andare? Trovarono il suo padre biologico, ma luomo aveva una nuova famiglia e non cera posto per lui. I parenti volevano mandarlo in un istituto, convinti che fosse un ragazzo difficile. Nicola, però, pose il veto: Niente istituti! Come può un parente lasciar morire il nipote? Se cè parentela, cè anche responsabilità. Dario vivrà con noi!. Ottenne la tutela legale e Dario entrò nella loro casa.
I parenti sospirarono sollevati: Grazie al cielo, non abbiamo preso un peso. Nicola e Ginevra, naturalmente, si sono nutriti delle avventure del giovane. Furti, minacce e marachelle non mancarono, ma li superarono.
Dario crebbe, si sposò e diede vita a due figli: il primo lo chiamò Lovomiro, in onore di Livia, e il secondo Kolja, in onore di Nicola. I parenti commentarono: Che trasformazione, Dario!
E di nuovo, sul sepolcro di Livia, fiorirono fiori freschi, questa volta portati da Dario, il nipote ormai adulto.






