Famiglia e Legami: Storie di Connessioni Profonde

12 aprile 2025

Caro diario,

da quando Ninella, la mia cara, era una bambina nella piccola frazione di Civita, sognava di allontanarsi da quelle colline di grano. Non si vedeva né come casalinga né come contadina; voleva qualcosa di diverso. Alletà di sedici anni comprò un biglietto per Firenze e giurò a sé stessa: «non tornerò più in quel luogo sperduto, qualsiasi cosa accada».

A Firenze entrò allIstituto Tecnico; ci trovò un dormitorio e, due anni dopo, trovò lavoro come operatrice di gru a torre in un cantiere del centro. Fu allora che iniziò a pensare al matrimonio. Nei weekend, Ninella frequentava i balli nel parco della città e lì conobbe me, Lorenzo, anchio alla ricerca di una compagna. Non ci perdemmo in chiacchiere: ci sposammo subito, senza ulteriori formalità.

Il giorno del matrimonio, mandai una lettera a mia madre e a mio padre a Civita: «Mia cara, mi sposo! Venite a trovarci». Purtroppo il giorno prima avevano già celebrato il matrimonio della sorella maggiore, così non poterono venire. La madre rispose: «Arriveremo più tardi a vedere i nipotini».

Dopo la cerimonia iniziammo la vita quotidiana nella piccola casa di tre stanze che condividiamo con la madre di mio padre, sua sorella Silvia e il neonato di Silvia, e con mio fratello Marco e sua moglie. Anche se gli spazi erano ristretti, Ninella e io eravamo felici. La suocera apprezzava la mia giovane sposa per la sua docilità e laboriosità; a noi bastava una stanza angusta. Lei aveva cinque figli: due figlie con i rispettivi mariti vivevano fuori casa.

La più giovane dei figli, Livia, portò via molto disagio. Dopo la nascita del suo bambino, il padre scomparve senza spiegazioni, lasciandole la responsabilità di crescere da sola. Una infermiera, vedendola lottare, le disse con un sorriso amarognolo: «Adesso sarai zio per tutta la vita». Ridemmo, ma il peso rimase.

Quando Livia portò la sua nuova moglie nella casa, la tensione crebbe. Livia, proveniente da una zona di campagna remota, accusò Ninella di aver rubato il suo futuro amore. Ninella, sempre pacata, evitò gli scontri, mentre io cercavo di tenere la pace su insistenza della suocera, che mi consigliava: «Non fare caso a Livia, è solo gelosa e sola».

Il conflitto si accese quando Livia insultò la madre di Ninella; allistante Ninella intervenne per difendere la suocera, asciugandole le lacrime in cucina.

Nel frattempo, Ninella diede alla luce la nostra figlia, Lila. Il nuovo ruolo di madre la rese ancora più determinata. Le urla di Livia divennero quotidiane; finalmente Ninella smise di tacere. Con la furia di una tigre difese il suo piccolo, e un giorno, impazzito per la situazione, presi un ferro da stiro e lo lanciai contro Livia. Fortunatamente mancò il bersaglio e Livia smise di urlare.

Livia, però, aveva altri amori. Spesso lasciava il suo bambino, Dario, alle cure di Ninella mentre andava a incontrare gli amanti. Nessuno di questi durò a lungo; lei considerava Dario un peso, incolpandolo per la sua solitudine. Una sera, in preda allira, Ninella le sgridò: «Dovresti occuparti di tuo figlio, non di essere una ragazza difficile». Dario, allora di appena nove anni, rubava piccoli soldi alla nonna e si divertava in giro per la città.

Quando i genitori di Ninella vennero a vedere Lila, rimasero sconvolti dalla stretta abitazione e dagli scontri. Mio padre, preoccupato, le disse: «Ritorna con noi, qui avrai più spazio e tranquillità». Mia madre, sussurrandole allorecchio, aggiunse: «Vieni a vivere da noi, Vanni ti accoglierà con gioia». Ninella rispose: «Non sono venuta in città per tornare a coltivare i campi con le macchine agricole; ho sperato in una vita migliore».

Il lavoro in cantiere mi permise, dopo tre anni, di ottenere un appartamento in centro. Quando ci trasferimmo, fu una gioia immensa: ora avevamo un piccolo nido nostro, anche se ancora semplice e freddo. Un anno dopo, la madre di mio padre morì; Livia, colpita dal lutto, divenne più malinconica, rimorsi per i litigi passati e iniziò a frequentare la tomba ogni giorno, chiudendo la porta del cimitero e sedendosi a contemplare il silenzio. Alcuni le consigliavano di non chiuderla, altrimenti sarebbe rimasta lì per sempre; lei rispondeva: «Che importa».

Il tempo, come dicono, guarisce le ferite. Livia trovò un nuovo amore e presto si avvicinò di nuovo a me per chiedermi perdono. Un pomeriggio ci incontrammo, bevemmo un tè e, quando Ninella doveva andare, Livia la fermò: «Ninella, ti chiedo scusa, ti ho invidiata per troppo tempo. Vedo ora quanto ami Lorenzo, e sono felice per voi. Sei la persona più cara al mondo per me». Ninella, sorpresa, rispose: «Che bella sei adesso, Livia». Livia mi baciò sulla guancia; Ninella, attonita, tornò a casa.

Il giorno seguente, il fratello più giovane di Lorenzo mi chiamò: «Lorenzo, Livia non si è alzata! È morta nel sonno». Aveva 37 anni, un difetto al cuore. La seppellirono accanto alla madre, nella stessa recinzione.

Un anno dopo, Dario, ormai quattordicenne, rimase senza genitori. Trovammo il suo vero padre, ma la sua nuova famiglia non poteva accoglierlo. Gli zii proponevano un istituto, ma io dissi: «Nessun istituto! Dima è famiglia. Lo accoglierò nella nostra casa». Ottenne la tutela legale e, contro ogni previsione, divenne parte della nostra vita. Ci furono furti, litigi, minacce, ma riuscimmo a superare tutto.

Dima crebbe, si sposò e diede i nomi di Luca e Marco ai figli, in onore dei genitori che lo avevano accolto. Gli zii, stupiti, commentarono: «Guarda che bravo si è fatto Dima!».

Ancora oggi, sul sepolcro di Livia, Dima posiziona fiori freschi, simbolo di riconciliazione e ricordo.

Riflettendo su questi anni, ho capito che, come dice il proverbio, «Chi ha famiglia, ha anche guai», ma è proprio la capacità di perdonare, di accogliere e di restare uniti che rende la vita degna di essere vissuta.

La lezione che porto con me è: non lasciate che lorgoglio o linvidia distruggano i legami; coltivate la pazienza e il perdono, perché è nella condivisione dei dolori che nasce la vera forza di una famiglia.

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