Famiglia per un Momento

La borsa con le cose era pronta vicino alla porta, chiusa come lultimo tocco prima della partenza. Silvia sistemava nervosamente la cinghia della giacca, lanciando sguardi rapidi alla sorella e al figlio. Nellingresso si sentiva umido: fuori pioveva, e il custode spingeva le foglie bagnate verso il marciapiede. Silvia non voleva andarsene, ma spiegarlo al piccolo Matteo, di dieci anni, era inutile. Lui restava in silenzio, fissando ostinato il pavimento. Beatrice cercava di mostrarsi serena, anche se dentro sentiva tutto stringersiora Matteo avrebbe vissuto con lei.

“Tutto andrà bene,” disse, forzando un sorriso. “La mamma tornerà presto. Intanto ce la caveremo noi due.”

Silvia abbracciò il figlio forte e veloce, come se avesse fretta di uscire per non cambiare idea. Poi annuì alla sorella: tu capisci. Un minuto dopo, la porta si chiuse dietro di lei, lasciando un vuoto nellappartamento. Matteo restava immobile vicino al muro, stringendo lo zaino vecchio. Beatrice sentì un disagio improvviso: il nipote era a casa sua, le sue cose sulla sedia, le sue scarpe accanto ai suoi stivali. Non avevano mai vissuto insieme più di qualche giorno.

“Vieni in cucina. Ho già messo lacqua a bollire,” disse.

Matteo la seguì in silenzio. In cucina era caldo: sul tavolo cerano tazze e un piatto con del pane. Beatrice versò il tè per entrambi, parlando del tempo, della pioggia, della necessità di comprare stivali nuovi. Il bambino rispondeva a monosillabi, guardando oltre di leiforse verso la finestra con le gocce di pioggia, o dentro sé stesso.

La sera, sistemarono insieme le sue cose. Matteo ripose con cura le magliette nel cassetto e mise i quaderni in una pila accanto ai libri. Beatrice notò che evitava di toccare i giochi della sua infanzia, come se temesse di disturbare lordine di una casa che non era la sua. Decise di non forzare i discorsi.

I primi giorni furono faticosi. La mattina, prepararsi per la scuola era un rituale silenzioso: Beatrice ricordava a Matteo di fare colazione e controllava lo zaino. Lui mangiava lentamente, quasi senza alzare lo sguardo. La sera, faceva i compiti vicino alla finestra o leggeva un libro preso in biblioteca. La TV restava spentail rumore dava fastidio a entrambi.

Beatrice capiva: per Matteo era difficile abituarsi a una nuova routine e a una casa che non era la sua. Anche lei sentiva che tutto sembrava temporaneopersino le tazze sul tavolo sembravano aspettare qualcuno. Ma non cera tempo da perdere: tra due giorni doveva presentare i documenti per laffidamento.

Allufficio comunale lodore era di carta e umidità. La fila si snodava lungo le pareti con avvisi su agevolazioni e sussidi. Beatrice teneva sotto il braccio una cartella piena di documenti: la dichiarazione di Silvia, il suo consenso, le copie dei documenti e il certificato di nascita di Matteo. Limpiegata dietro il vetro parlò con tono distaccato:

“Ci serve anche un certificato di residenza del bambino e il consenso dellaltro genitore…”

“Non cè più da tempo. Ho già portato la copia dellatto.”

“Comunque serve un documento ufficiale…”

Sfogliava le carte lentamente; ogni osservazione sembrava una critica. Beatrice percepiva il sospetto dietro quelle parole formali. Spiegò di nuovo la situazione, parlando del lavoro a turni della sorella, mostrando il contratto. Alla fine accettarono la domandama avvisarono: la decisione non sarebbe arrivata prima di una settimana.

A casa, Beatrice cercava di non mostrare la stanchezza. Accompagnò Matteo a scuola per parlare con la maestra della sua situazione. Nellatrio, i bambini si spingevano vicino agli armadietti. Linsegnante li accolse con diffidenza:

“Lei si occupa di lui ora? Può mostrare i documenti?”

Beatrice le passò i fogli. La donna li esaminò a lungo:

“Devo informare la direzione… E per qualsiasi problema, devo rivolgermi a lei?”

“Sì. Sua madre lavora lontano. Ho chiesto laffidamento temporaneo.”

Linsegnante annuì senza particolare empatia:

“Limportante è che non salti le lezioni…”

Matteo ascoltava con il volto teso, poi entrò in classe senza salutare. Beatrice notò che a casa stava sempre più in silenzio, a volte passava le serate alla finestra. Provava a parlarglichiedeva degli amici o dei compiti. Le risposte erano brevi; sotto, si sentiva la fatica.

Qualche giorno dopo, arrivò una chiamata dai servizi sociali:

“Veniamo a verificare le condizioni di vita del bambino.”

Beatrice pulì la casa a fondo; quella sera, lei e Matteo spolverarono e riordinarono insieme. Gli propose di scegliere dove mettere i suoi libri.

“Tanto poi li riprenderò…” borbottò lui.

“Non è detto. Puoi sistemarli come preferisci.”

Lui scrollò le spalle, ma li riordinò da solo.

Il giorno fissato, arrivò una donna dei servizi sociali. In corridoio, il suo telefono squillò; rispose con tono secco:

“Sì-sì, adesso controllo…”

Beatrice la fece entrare in tutte le stanze. La donna chiese del loro orario, della scuola, dei pasti. Poi domandò direttamente a Matteo:

“Ti piace stare qui?”

Il bambino scrollò le spalle, lo sguardo ostinato.

“Gli manca la mamma… Ma cerchiamo di mantenere una routine. Fanno i compiti in tempo, escono dopo scuola.”

La donna sbuffò:

“Non ci sono lamentele?”

“No,” rispose Beatrice decisa. “Se ci saranno problemi, mi chiami pure.”

Quella sera, Matteo chiese:

“E se la mamma non potesse tornare?”

Beatrice si irrigidì, poi si sedette accanto a lui:

“Ce la caveremo. Te lo prometto.”

Lui tacque a lungo, poi annuì appena. Quella sera, per la prima volta, propose di aiutarla a tagliare il pane per cena.

Il giorno dopo, a scuola ci fu un litigio. La maestra chiamò Beatrice:

“Suo nipote ha avuto un diverbio con un compagno… Non siamo sicuri che lei riesca a gestire la situazione.”

La voce era fredda; sotto, si percepiva diffidenza verso una donna con diritti temporanei. Beatrice sentì la rabbia salire:

“Se ci sono problemi con Matteo, ne parli direttamente con me. Rispondo legalmente di lui; ha visto i documenti. E se servono incontri con uno psicologo o lezioni aggiuntive, sono pronta a fare la mia parte. Ma la prego di non trarre conclusioni affrettate sulla nostra famiglia.”

Linsegnante la guardò sorpresa, poi annuì brevemente:

“Va bene… Vedremo come si adatterà.”

Tornando a casa, Beatrice camminò accanto a Matteo; il vento tirava il cappuccio della sua giacca. Si sentiva stanca, ma ora era sicura: non cera più modo di tornare indietro.

Quella sera, dopo lincontro a scuola, Beatrice mise lacqua sul fuoco e prese il pane dalla dispensa. Matteo, senza bisogno di chiedere, lo tagliò a fette precise e le mise nei piatti. La cucina si riempì di un calore familiarenon dalla luce, ma dalla sensazione che lì nessuno li avrebbe giudicati. Beatrice notò che il bambino non evitava più il suo sguardo, anzi, la osservava di nascosto,

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