**Diario Personale**
La borsa con le sue cose era pronta vicino alla porta, chiusa con cura, come lultimo tocco prima della partenza. Luisa sistemava nervosamente la cinghia della giacca, lanciando sguardi rapidi a sua sorella e a suo figlio. Nellingresso si sentiva un odore di umido: fuori piovigginava, e laddetto alle pulizie spingeva le foglie bagnate verso il bordo del marciapiede. Luisa non voleva andarsene, ma spiegarlo a Marco, di dieci anni, era inutile. Lui stava in silenzio, fissando ostinatamente il pavimento. Francesca cercava di sembrare serena, anche se dentro si sentiva strettada ora Marco avrebbe vissuto con lei.
“Tutto andrà bene,” disse, forzando un sorriso. “La mamma tornerà presto. Intanto ce la caveremo noi due.”
Luisa abbracciò suo figlio con forza e rapidità, come se avesse fretta di uscire per non cambiare idea. Poi annuì a sua sorella, come a dire: *lo capisci, vero?* Un minuto dopo, la porta si chiuse dietro di lei, lasciando un vuoto nellappartamento. Marco rimase immobile vicino alla parete, stringendo tra le braccia il suo vecchio zaino. Francesca improvvisamente si sentì a disagio: suo nipote era lì, le sue cose sulla sedia, le sue scarpe accanto ai suoi stivali. Non avevano mai convissuto per più di qualche giorno.
“Vieni in cucina. Il bollitore è già pronto,” disse.
Marco la seguì senza parlare. In cucina faceva caldo: sul tavolo cerano tazze e un piatto con del pane. Francesca versò il tè per entrambi, cercando di parlare del più e del menodel tempo, della necessità di comprare nuovi stivali di gomma. Il ragazzo rispondeva a monosillabi, guardando fuori dalla finestra, dove la pioggia scorreva sui vetri, o forse dentro di sé.
La sera sistemarono insieme le sue cose. Marco mise con ordine le magliette nel cassetto e i quaderni in una pila accanto ai libri. Francesca vide che evitava di toccare i giocattoli della sua infanziacome se temesse di disturbare lordine di unaltra casa. Decise di non forzare i discorsi.
Nei primi giorni, tutto sembrava uno sforzo. Le mattine per la scuola erano silenziose: Francesca ricordava a Marco di fare colazione e controllava lo zaino. Lui mangiava lentamente, quasi senza alzare lo sguardo. La sera faceva i compiti vicino alla finestra o leggeva un libro preso dalla biblioteca. Accendevano raramente la televisioneil rumore dava fastidio a entrambi.
Francesca capiva: per il ragazzo era difficile abituarsi a una nuova routine e a una casa che non era la sua. Anche lei si sorprendeva a pensare che tutto sembrasse provvisoriopersino le tazze sul tavolo parevano aspettare qualcuno. Ma non cera tempo da perdere: tra due giorni avrebbero dovuto formalizzare laffidamento.
Allufficio comunale, lodore di carta e vestiti bagnati riempiva laria. La fila si snodava lungo le pareti, tra avvisi su sussidi e agevolazioni. Francesca teneva sotto il braccio una cartella con i documenti: la dichiarazione di Luisa, il suo consenso, le copie dei documenti e il certificato di nascita di Marco. Limpiegata dallaltra parte del vetro parlava con tono secco:
“Ci serve anche un certificato di residenza del bambino e il consenso dellaltro genitore…”
“Non cè più da tempo. Ho già portato la copia del certificato.”
“Comunque serve un documento ufficiale…”
Sfogliava i fogli lentamente; ogni osservazione suonava come un rimprovero. Francesca percepiva il sospetto dietro quelle parole formali. Spiegò di nuovo la situazione, parlò del turno di lavoro di sua sorella, mostrò il contratto. Alla fine accettarono la domandama avvisarono: la decisione non sarebbe arrivata prima di una settimana.
A casa, Francesca cercava di non mostrare la stanchezza. Accompagnò Marco a scuola per parlare con la maestra della sua nuova situazione. Nellatrio, i bambini si spingevano davanti agli armadietti. Linsegnante li accolse con diffidenza:
“Lei ora è responsabile per lui? Ha i documenti?”
Francesca le passò i fogli. La donna li esaminò a lungo:
“Devo informare la direzione… E per qualsiasi problema, ci rivolgiamo a lei?”
“Sì. Sua madre lavora su turni. Ho richiesto laffidamento temporaneo.”
Linsegnante annuì, senza particolare empatia:
“Limportante è che non salti le lezioni…”
Marco ascoltava la conversazione con il volto teso, poi entrò in classe senza salutare. Francesca notò che a casa stava sempre più in silenzio, a volte la sera rimaneva a lungo alla finestra. Cercava di parlargligli chiedeva degli amici, dei compiti. Rispondeva brevemente; nella sua voce si sentiva la fatica.
Dopo qualche giorno, chiamarono dai servizi sociali:
“Verificheremo le condizioni di vita del bambino.”
Francesca pulì la casa meticolosamente; quella sera lei e Marco spolverarono insieme e riordinarono. Gli propose di scegliere un posto per i suoi libri.
“Tanto poi tornerò indietro…” mormorò lui.
“Non è detto. Puoi sistemarli come preferisci.”
Scrollò le spalle, ma riorganizzò i libri da solo.
Il giorno stabilito arrivò una donna dei servizi sociali. Nel corridoio, il suo telefono squillò; rispose brusca:
“Sì, sì, ora controllo…”
Francesca le mostrò le stanze. La donna fece domande sulla routine, sulla scuola, sullalimentazione. Poi chiese direttamente a Marco:
“Ti piace stare qui?”
Il ragazzo scrollò le spalle, con uno sguardo ostinato.
“Gli manca sua madre… Ma cerchiamo di mantenere una routine. Fa i compiti in tempo, esce dopo scuola.”
La donna sbuffò:
“Non hai lamentele?”
“No,” rispose Francesca con fermezza. “Se ci sono problemi, mi chiami pure direttamente.”
Quella sera Marco chiese:
“E se la mamma non potesse tornare?”
Francesca si bloccò, poi si sedette accanto a lui:
“Ce la faremo. Te lo prometto.”
Rimase in silenzio a lungo, poi annuì appena. Quella sera, fu lui a offrirsi di tagliare il pane per cena.
Il giorno dopo, a scuola ci fu un litigio. La maestra chiamò Francesca dopo le lezioni:
“Suo nipote ha avuto un alterco con un compagno… Non siamo sicuri che lei riesca a gestire la situazione.”
La voce era fredda; dietro cera la diffidenza verso una donna estranea con diritti temporanei. Francesca sentì la rabbia salire:
“Se ci sono problemi con Marco, li affronti direttamente con me. Sono la sua tutrice legale; ha visto i documenti. Se serve un sostegno psicologico o attività extra, ci sarò. Ma la prego di non giudicare la nostra famiglia in fretta.”
Linsegnante la guardò sorpresa, poi annuì brevemente:
“Va bene… Vedremo come si adatterà.”
Sulla strada di casa, Francesca camminava accanto a Marco; il vento tirava il cappuccio della sua giacca. Era stanca, ma ora non aveva più dubbi: non cera modo di tornare indietro.
Quella sera, dopo la scuola, mise su il bollitore e prese il pane senza dire nulla. Marco, senza che glielo chiedesse, lo tagliò a fette precise e lo mise nei piatti. La cucina si riempì di un calore familiarenon dalla luce della lampada,






