Una festa dai parenti ingresso senza confini
Iscriviti e leggi altre storie interessanti:
Sostieni il canale
Accidenti Silvia raccolse con cautela un frammento della preziosa ceramica di Faenza e, invece di buttarlo, lo poggiò sul davanzale. Zia Lidia, scusami mormorò nel silenzio.
Lappartamento sapeva di shampoo, prosecco e, stranamente, di arance, nonostante ieri nessuno sembrasse averle sbucciate. Sul tappeto, dietro il divano, giaceva una corona di plastica, ricoperta di paillettes dorate. Nel cassetto sotto il tavolino una sciarpa di seta legata con la scritta: Addio al nubilato da sogno.
Sotto il termosifone si nascondeva, timida, una solitaria guanto rosa di gomma, con un fiocchetto spelacchiato. Sembrava aver tentato la fuga dalla serata precedente, bloccandosi a metà strada.
Silvia, stropicciata nella vestaglia azzurra con il fiocco sdrucito, attraversava il salotto con un sacco dellimmondizia. Ogni passo era accompagnato dal crocchiare sommesso delle carte di cioccolatini.
Sul davanzale, troneggiava un calice con unincrostazione rubino, residuo di vino rosso. Nel vaso invece dei fiori tre cannucce di plastica con stelline sfavillanti. Una ghirlanda di cuori di carta, di cui uno mordicchiato, si snodava lungo il muro.
In cucina cera il fronte più difficile.
Sul tavolo, abbandonata, la metà di una torta millefoglie a piani. La crema scivolava come un pupazzo di neve fuso e ai lati, infilate stortignaccole, le candeline con i numeri 3 e 8, anche se ieri non era il compleanno di nessuno, ma semplicemente una serata tra amiche.
Nel lavandino, i calici aspettavano, marchiati da tracce di rossetto. Accanto, piattini colmi di residui secchi di hummus. Su una sedia, un mazzo di carte da cartomanzia: metà scoperte, metà coperte, come dopo una profezia sfumata
***
Silvia, distratta, sollevò una carta: il re di quadri le restituì uno sguardo stanco e pieno di superiorità. Ieri, le donne vi avevano consultato matrimoni futuri, traslochi e misteriosi amanti stranieri. Parlottavano sottovoce; poi finivano tutte a ridere sguaiatamente, inseguendo le predizioni con il prosecco.
Si chinò, raccolse una paillette dal tappeto e sentì qualcosa di soffice sporgere da sotto il divano: era il pizzo di una calza, la giarrettiera spezzata, trofeo di una danza scatenata. Scosse la testa e decise di riparare in camera, almeno lì regnava una parvenza dordine.
La camera sembrava calma. Escludendo tre cuscini abbandonati sul pavimento e la coperta arrotolata come una lumaca. Sistemò il suo cuscino e trovò, piegato, un foglio rosa.
Un sussulto al cuore.
Un altro biglietto da qualche Lorenzo del bar per una delle amiche? Ma la grafia era nota grande, inclinata, ogni o trasformata in una pallina. Di Ofelia, la sua cugina.
Sei la padrona di casa migliore del mondo! Ofelia
Silvia fissò il punto esclamativo e le parve che tremasse leggermente. Sorrise di traverso. Migliore padrona con la ceramica rotta e paillettes nella doccia, dove anche il mattino diventava un carnevale.
Quante volte ho promesso: mai più sussurrò, lasciandosi cadere sul letto.
***
Sotto i piedi qualcosa scivolò sgradevolmente.
Silvia trasalì, spostò la ciabatta e vide al suo interno unarancia perfetta, lucida e brillante. Un bigliettino per una vita dolce era legato con uno stuzzicadenti di gomma. Ieri avevano riso di quel brindisi, ora quella arancia sembrava scherno.
Il cellulare vibrò sul comodino. Ofelia (il nostro uragano).
Ovviamente Silvia, sola, rispose, schiarendosi la voce. Pronto?
Silvietta! Il sottofondo era fracassone, come se la festa si fosse appena spostata altrove. Sei una dea! Le ragazze sono entusiaste! Qui cè ancora la Manu lestetista, ricordiamo tutte di come hai fatto scappare lo spirito dallarmadio!
Sul fondo si sentì una risata squillante: Dille che da oggi partorisco solo a casa sua! e di nuovo tutti a chiassare.
Grazie, Silvia, la voce di Ofelia si fece improvvisamente più lieve Tu beh, lo sai. È come stare a casa.
Silvia guardò la ciabatta e larancia.
Già, mormorò. Come a casa
Va bene, ti lascio in pace! Riposati, regina del buffet! click. Tornò il silenzio.
***
Si sfilò gli occhiali, accostandoli al biglietto. Nello specchio dellarmadio vide una donna sui cinquantanni, il volto stanco, ma occhi di un verde giovane e capelli raccolti in uno chignon scomposto. Una sola paillette, testarda, splendeva tra le ciocche.
Il telefono squillò di nuovo: chiamata video Tania, sua figlia.
Silvia sospirò, si rassettò i capelli, ma la paillette restò. Sì, amore? accettò la chiamata. Sullo schermo, il volto di Tania, spettinata e con la tazza di caffè in mano.
Mamma! Tania socchiuse gli occhi, scrutandola. Lo sapevo! Ancora brillantini sul gatto?
Sui miei capelli, puntualizzò. Il gatto si è nascosto dopo le danze con le carte. Avrà trovato rifugio nel cassetto della biancheria
E raccontò tutto.
Mamma, Tania sorrise ma subito si fece seria. Ti ascolti? Il gatto fugge, la ceramica in frantumi, arance nelle ciabatte Ce la fai a dire di no a Ofelia, almeno una volta?
La voce di sua figlia era carezzevole, ma anche impaziente.
Lei sta attraversando un momento difficile, rispose automatica Silvia. Lo sai.
Ma tu non lo sei? la interruppe dolcemente Tania. Quando è stata lultima volta che hai riposato, senza accogliere ospiti?
Silvia guardò il guanto rosa, il biglietto, la casa piena degli echi del giorno prima.
Non lo so ammise. Forse anchio mi sono rifugiata sotto larmadio con il gatto.
Tania ridacchiò piano.
Ti voglio bene, mamma. Ma pensaci: la prossima volta, facciamo semplicemente due chiacchiere io e te, tè e basta. Senza carte e paillettes.
Un attimo di silenzio.
Vedremo, disse Silvia.
Per la prima volta, però, vedremo non suonò come il solito certo, Ofelia, ma come qualcosa di nuovo.
***
La prima volta che Ofelia era venuta da Silvia senza motivo era in primavera, con il freddo ancora nei cortili e i primi germogli verdi a far capolino sul davanzale.
Silvietta, apri! Vengo in pace e con torta! la voce di Ofelia risuonò nel citofono prima ancora del campanello.
Entrò portando unenorme teglia profumata.
Torta di bietole, come faceva la nonna, ti ricordi? già era in cucina senza togliersi le scarpe. Mamma mia, che ingresso hai! Sembra una foto di rivista.
Silvia si schermì, toccando la sciarpa morbidamente piegata. Il suo bilocale al quarto piano era il suo orgoglio: tende coordinate alla tappezzeria, divano coperto dal plaid ereditato, cucina bianca, mensole piene di fiori.
Che accoglienza dicevano tutti, e per lei era un merito.
Siediti, spogliati, le prese la torta. Ma quanto pesa!
Come la mia vita, scherzò Ofelia, ma negli occhi rideva. Allora, Silvietta La mia cucina è sei metri quadrati e il vicino urla, il sotto trapanatore. Qui invece si voltò nellampio soggiorno, dove Silvia aveva messo un piccolo tavolo rotondo e il divano accanto alla finestra. Qui sè aria! Peccato stare da sole. Facciamo qualche serata? Solo noi due. E ti presento due mie amiche, simpaticissime!
Peccato rimanere sole punse Silvia come uno spillo.
Si ricordò le sue sere solitarie davanti alla tv, il lavoro a maglia, Tania distante. I parenti che si facevano sentire solo nei giorni comandati.
Serate? domandò. Perché no. Dopotutto cè la torta.
Ofelia alzò le sopracciglia, sorpresa.
Davvero accetti? Guarda che ti ho tentata col dolce apposta, pensavo di dover insistere! rise. Sabato? Nessuna occasione ufficiale, chiamiamola prova daddio al nubilato.
Silvia sistemò la teglia e accese il forno. Sabato le sembrò lontanissimo, ma disse:
Va bene, sabato. Preparo qualcosa anchio.
Sei doro! Ofelia la abbracciò da farle scricchiolare le costole. Siamo quasi sorelle.
Il quasi pesò un poco, ma Silvia lo mandò giù con un pezzo di torta ancora calda.
***
Persino la Pasqua quellanno decisero di festeggiarla da Silvia. Ovviamente fu Ofelia a proporlo.
Da Silvia è sempre casa, gente! proclamava a chiunque. Colombe perfette, uova decorate come in copertina, e il gatto a fare il direttore dorchestra.
Il gatto in realtà la tigrata Minù sembrava più una guardia assonnata, ma direttore faceva scena.
Ofelia si presentò con tre amiche: una rossa luminosa in spolverino giallo, una mora alta in chiodo e una castana minuscola dalle risate fragorose.
Questa è Laura, questa Irene, questa Marina, le presentò. E questa è la Silvia famosa per laccoglienza!
Silvia, un po spiazzata, offrì pantofole e guidò le ospiti. Contò le sedie, le colombe, undici uova. Anche insalate e insalata russa per non sfigurare.
Non bastò. Durante una discussione sulla glassa perfetta, Ofelia estrasse il telefono.
Ops! Katia e Giulia sono in zona! Le invito, portano loro le uova!
Silvia aprì la bocca, ma il timer del forno la salvò: corse alle colombe. Quando tornò, Ofelia sorrideva: Tra poco arrivano!
***
La festa si trasformò in una specie di fiera.
Disputavano su chi avesse limpasto migliore, chi fosse cresciuta vicino al forno a legna. Laura roteò la ciotola di glassa, che volò su tutta la tovaglia bianca di Silvia.
Ops! Ricchezza?
Ofelia scoppiò a ridere, seguirono tutte. Silvia tamponò la macchia, rassegnata.
Pazienza, si lava
E proprio allora Ofelia le lanciò uno sguardo caldo e grato, come se le avesse salvato il mondo.
Prima di sera il davanzale era pieno di uova multicolori, la parete decorata da una ghirlanda di tovaglioli, sotto il tavolo sandali confusi. Ofelia alzò il bicchiere di vin santo:
Ragazze! Da Silvia è sempre festa!
Applausi. E Silvia, rossa, sentì che finalmente anche la sua piccola cucina diventava scena di qualcosa di grande e importante.
***
Da bambina, invece, era tutto il contrario: la vera festa era sempre da Ofelia.
Ofelia era il capo espansiva, rumorosa, sfrontata. Nel cortile tutti si radunavano sotto il suo portone, nei suoi club segreti sotto la scala, nei suoi defilé con la vestaglia della mamma. Persino le vecchiette la chiamavano la nostra artista.
Silvia era ligia, invisibile, sempre in orario, libri restituiti senza una piega, scarpe lucidissime.
Silvia è la nostra secchiona, diceva zia Lidia, sorella di sua madre e madre di Ofelia. Stalle accanto, magari impara un po dordine.
Poi le strade si divisero. Ofelia tornò presto a casa, piena di storie di discoteche, Silvia frequentava il ragioneria, lavorava, viveva tranquilla. Le cugine si vedevano poco, solo a Natale o Pasqua.
Poi zia Lidia morì. I funerali, le tensioni familiari, le chiacchiere. Dopo tanti anni, finalmente si sedettero in cucina tutta la notte, a bere tè zuccherato e calmare la tristezza.
Mi sembra che casa sia morta insieme a mamma, sussurrò Ofelia. Non so più cosa significa.
Silvia, che già da quattro anni aveva perso la propria, rispose piano: Si va avanti diversamente. Non è meglio né peggio. Solo diverso.
Da quel giorno si sentirono più spesso. Prima per le questioni pratiche, poi per motivi sempre più lievi.
Gradualmente, Ofelia attirò Silvia nel vortice della sua vita.
Ma che facciamo? Siamo parenti e vivremo parallele? protestava. Io vengo da te, tu da me.
Ma Silvia, chissà perché, da Ofelia non andava quasi mai. Invece Ofelia veniva sempre più spesso.
***
Col tempo da Silvia divenne la soluzione a tutto.
Ragazze, ovvio: da Silvia, sentenziava Ofelia, sfogliando lagenda al telefono. La mia cucina è un bunker, la sua è come Instagram!
Capodanno? Da Silvia. Lucine ovunque e insalata russa che sembra una torta.
Pasqua? Da Silvia.
Compleanno di Marina? Da Silvia, la torta ci sta da regina.
Serata così, con un bicchiere? Ragazze, dove sennò? Da Silvia si mangia da regine.
Allinizio a Silvia faceva piacere.
La sua casa diventava il centro delle vite altrui, si divertiva, inventava ricette, rinnovava i tovaglioli. Le piaceva sentire le amiche di Ofelia Silvia, che eleganza, sembra una rivista!.
Poi però fu tutto un crescendo. Arrivavano anche senza invito di Ofelia.
Silvia, ciao, sono Laura; ieri con Ofelia siamo state da te, ricordi? Io e Irene vorremmo passare, Ofelia oggi è dal parrucchiere. Sei a casa?
Una volta, dopo la terza visita in una settimana, Silvia aprì la porta e trovò Nadja. Vecchia amica di Ofelia. Un tempo, Nadja laveva accusata ingiustamente di sparlare ed era nata una brutta scenata, mai dimenticata.
Ehi la voce di Nadja era esitante. Ofelia ha detto che la festa è da te, posso venire prima e aiutare
Il vecchio imbarazzo salì dallo stomaco alla gola. Sul punto di replicare Ofelia si è sbagliata, non aspettavo nessuna, Silvia cedette.
Entra, disse. Un tè?
La presina le strinse la mano come una fune.
***
Il suo primo no fu goffo, quasi infantile.
Vuoi rovinare la festa? Compra biscotti scadenti, si disse.
Solitamente sceglieva le ciambelline al latte del piccolo forno sotto casa. Ma stavolta comprò al supermercato un pacco blu da discount: si sbriciolavano prima del tè.
Che vedano che non tutto a casa mia è gourmet, pensò dispettosa mentre riempiva la ciotola.
La festa riuscì comunque: le amiche di Ofelia ridevano, i biscotti smorzati dal buonumore, chi portava formaggi, chi olive, Ofelia con la sua bruschetta al pomodoro.
A un certo punto, Marina appese le sue gigantesche perle di plastica alla maniglia della porta dingresso, dimenticandosene. Il mattino dopo Silvia le trovò lì, sospese sulla porta. Era pronta a riporle quando Ofelia riapparve.
Silvia! senza attendere invito Oh vide le perle, scoppiò a ridere. Da te anche le porte festeggiano!
Silvia voleva replicare: no, è solo disordine. Ma Ofelia era così genuina
Una festa
La festa non se ne andava.
***
Fu mitico laddio al nubilato che Ofelia chiamò sera delle previsioni.
Ragazze, stasera guardiamo il futuro, scrisse in chat, aggiungendo anche Silvia. Silvia, sei la nostra veggente! Anche il tuo bollitore sussurra.
Silvia sghignazzò guardando il suo vecchio bollitore pieno di calcare.
Arrivò la Laura con mazzo di tarocchi, una grossa candela, uno specchietto inciso.
Non è una semplice riunione, annunciò. Faremo una seduta spiritica.
Silvia rise nervosa.
Spiritica? Qui lo spirito al massimo è quello del risotto.
Ma dai! replicò Ofelia. Silvia, rilassati, è solo un gioco.
Spengono le luci, accendono la candela. La stanza si riempie dombre dorate. Minù, che di solito sonnecchia accanto al termosifone, si irrigidì sul davanzale.
Laura spargeva le carte e sistemava lo specchietto ad altezza dei visi.
Adesso interroghiamo luniverso, sussurrò.
Silvia era sul bordo del divano, a disagio nei suoi stessi spazi. Guardava la fiamma tremolante, pensava a tutte quelle domande che ascoltava sempre da fuori: amore, soldi, viaggi.
A un certo punto, la luce lampeggiò, saltò una lampadina, poi unaltra: boom, tutto buio.
Oh! un grido.
È un segno! sussurrò Laura. Urlo collettivo.
Silvia accese il telefono per illuminare e un batuffolo nero le sfrecciò tra i piedi: Minù, esasperata dai bagliori, corse in camera, chiudendosi rumorosamente nellarmadio.
Ecco, Silvia ironizzò i fantasmi vogliono spazio!
Dopo qualche minuto rientrò la luce: fusibile saltato. Ma Minù, offesa, rimase barricata a lungo.
Quando il giorno dopo tornò fuori, ancora impolverata, Silvia la carezzò:
Allora, Minù ci nascondiamo insieme?
La gatta le voltò le spalle, andandosene in cucina, tra lustrini dimenticati.
***
A differenza di altre volte, Silvia ci mise molto.
Seduta in cucina, osservava nervosa il campo vuoto di un nuovo messaggio.
Digitò: Ofelia, la prossima volta festeggiate a casa tua. E cancellò.
Provò più volte. Ogni frase sembrava troppo dura o troppo debole. In testa sentiva la voce di Ofelia: Silvietta, tu sei buona, Non ti costa nulla.
Inspirò, posò il telefono e si specchiò. La lampadina creava ombre inquietanti. Prese una spazzola, ma invece di sistemarsi, alzò la testa e disse al suo riflesso:
Ofelia, la prossima festa fatela a casa tua.
La voce tremava, ma doveva essere fatta.
Senza scuse, ripeté la voce di Tania nella sua mente. Ne hai diritto.
Silvia si raddrizzò, come su un palcoscenico.
Ofelia, disse guardandosi negli occhi. Mi fa piacere vedervi, ma sono esausta dalle feste in casa mia. La prossima volta a casa tua.
Ancora una volta la voce si incrinò.
No giustificazioni, si scosse. Non sono qui per servire tutti.
Tornò al telefono e scrisse lentamente:
Ofelia, sono stanca. La prossima volta tocca a te. Ho bisogno di una pausa dagli ospiti.
Il dito indugiò su Invia. Il petto si strinse. Paura di perdere, di deludere, di sentirsi dire: Lo sapevo, hai sempre la stessa storia.
Prese coraggio e inviò. Poi ripose il telefono.
Ora ci vuole una chiacchierata, sussurrò. Dal vivo.
Davanti allo specchio, altre prove.
Ofelia, questa è casa mia, mi pesa quando cè sempre troppa gente
Ofelia, ti voglio bene, ma non posso essere il tappeto di tutti
Ofelia, mettiamo dei confini.
Ogni volta, la parola confini la faceva stringere in gola, come una parola straniera ancora non sua.
Ma a un certo punto nello sguardo comparve una nota nuova: non rabbia, ma determinazione. Silenziosa, testarda.
Va bene, disse allalba. Andiamo. Da lei. Stavolta.
***
Da Ofelia ci andò di proposito senza avvisare.
Lei può piombare da me con la torta e le amiche senza chiedere, pensò Silvia allora posso farlo anchio. Non come padrona di casa, ma come ospite. Testimone.
Lappartamento di Ofelia era in una palazzina depoca: soffitti alti, intonaco scrostato, buche nelle scale. Prima lo trovava affascinante, ora sapeva solo di muffa e fumo.
Salire le scale era una prova, le dita sfioravano gradini consunti. Al terzo piano, il solito odore di minestra rimasta e deodorante stantio.
La porta di Ofelia decorata con una ghirlanda di alloro finto, una targhetta di legno stortignaccola: Qui abita una meraviglia. Una volta le sembrava allegro. Ora quasi tragico.
Bussò. Nessun rumore. Suonò il campanello. Dopo un po, passi lenti e la voce roca:
Chi è?
Sono io, Silvia.
La serratura tardò ad arrendersi, la porta si aprì di malavoglia.
Ofelia apparve: tuta larga, un solo calzino, laltro in mano, capelli arruffati, occhi gonfi.
Silvietta? Sei arrivata senza avviso?
Tu da me annunci sempre? chiese Silvia pacata.
Ofelia esitò, poi laccolse.
La casa colpiva subito non larredamento, non i colori, ma il vuoto. Assordante.
Niente benvenuti allingresso nessuno zerbino, nessuna scarpiera. Una scopa abbandonata, scarpe storte, una décolleté sola. Per terra la traccia secca di un liquido disperso.
In soggiorno, un unico divano verde già sbiadito e coperto da vestiti accatastati. Per terra, bottiglie di vino vuote, lattine, una rivista rotta. Sullo sgabello, il notebook acceso e una ciotola strapiena di mozziconi.
Sotto al tavolo, due tazze. Una capovolta, lasciando una chiazza marrone sul pavimento. Laltra, in bilico sul tappeto, con residui di caffè e polvere di sigaretta.
Un caffè ubriaco, pensò Silvia, ricordando il modo in cui Tania chiamava quelle tazze. Quando il caffè resta lì troppo a lungo, mentre la vita ti schiaccia.
Sul davanzale: nessuna pianta. Bicchieri di plastica vuoti, un sacchetto di patatine, un limone secco.
Silvia sentì un ribaltamento dentro.
Non solo disordine. Era una vita che si sfilaccia ai bordi e nessuno ci fa caso.
***
Non guardarmi così, sbottò Ofelia Non ho avuto tempo di pulire da quando
Da quando? sussurrò Silvia.
Da quando è mancata mamma, da quando il lavoro, da tutto accennò alle bottiglie. Da dopo la vita, in poche parole.
Ofelia sinfilò in cucina e Silvia, trattenendo il respiro, la seguì. Doveva essere un bunker: tavolo, una sedia, frigo vecchio pieno di magneti sbiaditi. Nel lavello piatti con cibo incrostato. Una padella colta da una crosta grigia di patate. In un angolo, un sacco di rifiuti.
Volevo chiamarti, bisbigliò Ofelia, cercando di far bollire il vecchio bollitore. Ma tutte le volte
Silvia, col cuore che in tumulto, si sorprese a pensare alla sua cucina, alle tovaglie, alle torte, ai sorrisi. E lì, davanti a quel disastro, vide: per Ofelia, la sua casa era scampo dallabisso.
Sei qui per qualcosa? Ofelia, improvvisamente timida. O sei venuta a ispezionare?
Per qualcosa, disse. Anche la revisione serve.
***
Io Ofelia si lasciò cadere sulla sedia, vinta. Credevo fossi ancora arrabbiata.
Aveva gli occhi lucidi, non da gioia, da lacrime frenate.
Lo sono, ammise Silvia. Tanto. Mi sono stufata delle riunioni a casa mia. Ieri è stata la goccia.
Appoggiò la borsa, ignorando lattine e sacchetti.
Però la voce le tremò. Voglio capire.
Ofelia si asciugò il mascara già colato.
Capire cosa?
Perché qui Silvia fece un cenno al caos. E perché tutto come a casa succede da me.
Ofelia scoppiò in una risata rotta.
Perché tu hai la casa vera, disse. E io si guardò attorno, un fondale teatrale scadente.
Inspirò profondamente, le parole rotolarono fuori, come un fiume.
Qui non mi sento mai a casa, Silvia. Da quando mamma è andata via, dopo quei litigii, questa casa non è mai stata davvero mia. Sono unaffittuaria della vita. Ho cose, non ho un focolare. Mi capisci?
A Silvia tornò in mente i mesi dopo la morte della mamma: solo spostando i mobili, solo scegliendo nuove tende, la casa era diventata sua.
Da te invece Ofelia fissava un punto nel nulla. Lì sembra sempre tutto al posto: plaid stesi, tazze lucide, il gatto che sonnecchia. Tu tu sai come si fa ad abitare la vita.
Singhiozzò.
Lì, per la prima volta dopo tanto, non ho paura. Non sono sola.
Silvia sentì un calore schiudersi.
Io Ofelia accennò a ridere. Pensavo che ti piacesse davvero la confusione, lorganizzazione, che ti facesse piacere la casa piena. Non volevo vedere allargò la mano verso le tazze sporche. Non volevo. Per me, casa tua era lultimo angolo rimasto come prima di mamma.
Quindi sussurrò Silvia, trasformavi il mio ordine nella prosecuzione del tuo caos?
Ofelia si coprì il volto.
Ho paura di restare sola, Silvia. Davvero. Quando sono qui la sera, mi risuona in testa la voce di mamma, le sue lamentele, i suoi hai fatto tutto male. Accendo musica, invito gente, scappo a casa tua, perché lì mi sembra di tornare a respirare.
Silvia si accomodò di fronte. Tutte le parole provate davanti allo specchio si sciolsero nella verità.
Ofelia, calma ma ferma. Mi dispiace che tu stia così. Mi scalda il cuore che tu consideri casa mia il tuo rifugio. Però
Appoggiò le mani sul tavolo.
Non posso più essere il cuscino di tutte le tue fughe.
Ofelia abbassò gli occhi. Silvia espirò.
Cambiamo, propose sommessamente.
***
Cambiamo come? singhiozzava Ofelia in un fazzoletto.
Per esempio, Silvia valutò lattorno, non tutte le feste da Silvia.
Gettò lo sguardo alla tazza ubriaca, al divano carico e al sacco della spazzatura.
Cominciamo da qui. Una casa non è solo risate: è un luogo in cui non vergognarsi di se stessa.
Ofelia sorrise tra le lacrime.
Mi vergogno di me da una vita.
Allora, ripartiamo si alzò Silvia. Se continueremo a portare tutte le tue compagnie da me, qui resterà sempre vuoto. E io non ce la faccio più.
Appoggiò le mani sulla spalliera della sedia.
Dora in poi, serate: una da me, una da te. Ma solo piccoli gruppi, non ogni settimana, solo una volta al mese.
Davvero vuoi portare la gente qui, adesso?
Voglio solo smettere di usare casa mia come unico approdo. E fare della tua un posto dove potrai ritrovarti, guardò Ofelia più dolce.
Anzi partiamo dal piccolo. Non dagli altri. Da noi due.
Ofelia aggrottò la fronte.
In che senso?
Nel senso che adesso buttiamo la spazzatura, laviamo le tazze, puliamo il tavolo e facciamo crespelle. Per noi due. Nessuna ragazza, niente cartomanzia, solo tu e io.
Crespelle? le scintillò qualcosa negli occhi. Sai, vado più forte con le frittelle.
Allora frittelle!
***
Cominciarono.
Allinizio un po impacciate. Silvia trovò un sacco pulito; Ofelia raccoglieva le tazze sparpagliate. Silvia lavava con gesti decisi.
Non sono nata col divano immacolato, sai? confidò. Lo imparai da mamma. Poi dalla vita. Tu hai solo trovato un altro modo per resistere.
Ofelia taceva, ma lavava con cura.
Si spandeva odore di fritto. Ofelia prese possesso dei fornelli dimprovviso sembrava la bambina che organizzava sfilate nel cortile.
Quando erano già sedute, assaggiando le frittelle con la marmellata, suonò il citofono.
E adesso chi è? Ofelia si tese.
Silvia gettò unocchiata nello spioncino e sorrise.
Di casa, disse.
Fuori, Tania col suo zaino e busta in mano.
Mi ha attirato il profumo, si scusò. Ti ho scritto, mamma, nessuna risposta. Così sono venuta.
Ofelia, arrossendo, mise a posto i capelli.
Vieni, Silvia la invitò. Qui stiamo provando il nuovo format.
Tania entrò, misurò la stanza, la madre, Ofelia. Un lampo di sorpresa, poi approvazione.
Oh. Adesso anche da zia Ofelia brillano i glitter.
Quali glitter? chiese Ofelia spaesata.
Alza gli occhi, disse Tania, ironica.
Guardavano tutte: sopra la lampada, una stellina dargento si era incastrata. Evidentemente, portata dai vestiti di Ofelia.
Silvia rise.
Ecco, disse. Ora i lustrini ci sono per entrambe. Non solo da me.
Basta che siano su accordo, concluse Tania, strizzando locchio.
Silvia sentì un peso che si scioglieva. La rabbia verso Ofelia non era sparita, ancora la temeva ma adesso cera scelta. Anche per Ofelia.
Restarono sedute, mangiando frittelle dalla stessa padella, ridendo quando la farina compariva sulla guancia di Ofelia.
E in quella risata nessuno teneva la casa occupata senza chiedere. Era la prima, piccola, festa sincera. Senza regina del buffet, senza la migliore padrona. Solo Silvia, Ofelia e Tania.



