Festa per Due: Celebrare l’Amore e l’Intimità in Italia

Ricordo, quando ero piccola, che la mia Ginevra andò con i genitori al matrimonio della cugina di sua madre, a Firenze. Allinizio tutto sembrava affascinante, ma poi notò lo sposo e la sposa, stanchi e provati dagli incessanti amari! urlati, seduti al tavolo senza alcun sorriso. Intorno, gli invitati saltavano sui tavoli, ballavano, cantavano e gridavano.

Quella confusione affaticò la piccola Ginevra; nonostante avesse solo dieci anni, decise che non voleva mai una simile cerimonia. Provò compassione per gli sposi.

«Se mi sposo domani, o forse è meglio non farlo affatto»

Il tempo passò, Ginevra crebbe e, incontrato il suo Marco, dimenticò quellambivalenza. Quando era vicino a lui, il mondo spariva: restavano solo loro due.

«Che bello avere accanto una persona che, con un solo sguardo o una sola parola, capisce tutto», pensava ogni notte prima di addormentarsi. «Sono fortunata ad aver incontrato Marco.»

Capì che lamava davvero, per la sua fedeltà, per il modo in cui la coccolava e le spolverava via ogni granello di polvere.

«Con Marco cè fiducia, è un vero scambio di capirsi», confidò a Lara, la sua amica del liceo, «e soprattutto rispetto per le mie idee, anche quando non coincidono con le sue.»

Lara rispose: «Sei davvero fortunata, Ginevra, a trovare una tale intesa. Io e Michele siamo sempre in lotta, ognuno con i propri capricci, e non so nemmeno se voglio sposarlo.»

Ginevra la rassicurò: «Con il tempo tutto si chiarirà, non è il momento di decidere subito.»

Marco e Ginevra capirono subito lun laltro, così la pratica di registrare il matrimonio fu semplice come una passeggiata.

«Ginevra, credo sia giunto il momento di sposarci», le propose Marco, accompagnandola a casa. «Che ne pensi?»

«Che ne penso? Lo penso bene, non ho dubbi che sia ora. Solo… non so come organizzare la cerimonia. Non voglio invitare una folla immensa», spiegò ricordando quel matrimonio infantile.

Marco rise, comprendendo il suo punto di vista: «Capita, ma non ti preoccupare, non sarà per forza così.»

«Vorrei un matrimonio solo per noi due, senza grida né rumori», aggiunse Ginevra. Marco, un po divertito, replicò: «Anche a me non piacciono le masse. Andiamo a dormire, domani ne parleremo.»

Non riuscirono a prendere sonno. A ventisette e ventotto anni, rispettivamente, la loro visione di una festa intima era più forte. Dopo il lavoro, si ritrovarono in una trattoria a Roma per parlare ancora.

«Marco, mi sto inclinando verso un matrimonio per due», disse Ginevra.

«Per due, che romantico! Immagina una grande sala, tavoli imbanditi, noi due al centro. Tu in bianco, io in frac, candele accese, musica soffusa», scherzò Marco, ma con un sorriso.

«Non scherzi, è serio: voglio solo noi due», ribatté Ginevra. «Come spiegheremo tutto ai nostri genitori?»

Marco sospirò: «Mio padre è tradizionalista, la mamma non vede di buon occhio la tua scelta»

«Ecco perché», replicò Ginevra, «la nostra vita, la decidiamo noi.»

Marco concluse: «Le tradizioni son radicate, ma non voglio rinunciare al sogno di una cerimonia in una chiesetta di montagna, nascosta tra le nevi.»

«Sì, e magari poi ci sposeremo davvero, con le anelli», esclamò Marco.

«Matrimonio è matrimonio, e poi la luna di miele sulla barca», ribatté Ginevra, «ma io voglio il rito prima di tutto.»

Marco accettò, anche se immaginava di dover spiegare al padre Romano che una sposa in jeans sarebbe accettabile. Alla fine, scelse il classico abito bianco, non i jeans.

Una settimana dopo, i due presentarono domanda al Comune di Roma, tenendola segreta ai genitori. Mancavano due mesi al grande giorno, ma il futuro era ancora incerto.

Una sera, mentre fuori pioveva, la madre di Marco, Anna, entrò nella stanza: «Ciao, ragazzi. Ho sentito parlare di champagne. State per festeggiare qualcosa?»

«Sì, la nostra terza anniversario», rispose Marco.

«Pensavo foste pronti a sposarvi», osservò Anna, sorrideva. «Ho sentito che avete già depositato la domanda.»

«Mamma, come fai a sapere tutto?», chiese Marco. «Hai occhi ovunque a Napoli!»

«Eh, la mamma sa tutto», rispose Anna scherzando. Ginevra intervenne: «Abbiamo chiesto di fare una cerimonia solo per noi due.»

Anna, ferma: «Noi decidiamo noi. Acquistate labito, gli anelli e il completo per Marco.»

Marco: «Non vogliamo una festa sontuosa, solo noi due.»

Anna: «Impossibile, una vera festa è una festa.»

Allora il padre Romano entrò, allegro: «Che succede? Di nuovo il matrimonio?»

«Papà, vogliamo un rito intimo», disse Ginevra.

Romano, con tono autoritario: «Non è come lo facciamo noi. È lunico figlio, e la vostra famiglia ha le sue usanze. Una cerimonia in ristorante, con duecento invitati.»

Marco reagì: «Perché dobbiamo seguirle?»

Romano ribatté severo e uscì.

Marco, accompagnando Ginevra fuori, disse: «Adesso tocca a te dare la notizia ai tuoi genitori.»

Ginevra, al ritorno a casa, trovò la madre preoccupata: «Cosa succede? Il cuore ti batte ancora?»

«Non è il cuore, è lanima. Anna mi ha detto che non volete il matrimonio, che siete andati in segreto al Comune», spiegò la madre.

Romano intervenne: «Le tradizioni non si infrangono. Saremo noi a organizzare tutto, con ristorante, tavoli, musica e poi, dopo, la luna di miele sulla barca.»

Ginevra capì che Marco aveva ragione: i genitori avrebbero imposto le loro regole. Il suo amico Sergio, informato del progetto, commentò deluso: «Pensavo avremmo potuto fare qualcosa di diverso.»

«Ancora non è deciso», rispose Marco, «i genitori hanno la voce più forte.»

Man mano che il giorno si avvicinava, i genitori chiesero: «Fiori bianchi o rosa? Quanti invitati?»

Romano, convinto, rispose: «Duecento, non meno.»

Marco ammise: «Avevamo immaginato un evento piccolo.»

Ginevra e Marco si scambiarono sguardi increduli davanti a quel numero.

Il padre Romano promise: «Allora organizzeremo tutto, e la mattina vi porteremo allaeroporto per la vostra vacanza al mare. Così, alla fine, sarete solo voi due.»

Il matrimonio si svolse in un elegante ristorante di Roma, la sala adornata di rose bianche. Prima della cerimonia, Ginevra sentiva la testa girare, i genitori non le avevano rivelato nulla, lasciandola in attesa di qualcosa di grandioso.

Il giorno arrivò. Ginevra uscì dalla scala in un abito bianco scintillante; Marco la aspettava in frac, fiero. Latmosfera avvolse entrambi di gioia.

«Che festa!», pensò Ginevra, osservando parenti, amici e compagni di scuola.

Il ricevimento fu colmo di canti, brindisi e il tradizionale amari!. Ginevra era felice, e Marco ancora di più: se lei era serena, lo era anche lui.

Verso mezzogiorno, già a bordo di un aereo, si scambiarono: «È andato tutto così veloce e meraviglioso»

Così, a distanza di molti anni, ricordo quel matrimonio tra tradizione e desiderio di intimità, un ricordo che ancora mi fa sorridere quando penso a quellamore nato tra le strade di Roma e le promesse di un futuro condiviso.

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