Figlia mia adorata. Racconto Marina scopre di essere cresciuta in una famiglia adottiva. Ancora og…

Mia cara. Racconto

Giulia ha appena scoperto di essere cresciuta in una famiglia adottiva.

Fatica ancora a crederci. Ma ormai non ha più nessuno con cui parlarne. I suoi genitori adottivi se ne sono andati, quasi insieme. Prima il papà si è arreso. Si è ammalato e da quel letto non si è mai più rialzato. Poi, poco dopo, se nè andata anche la mamma.

Giulia quella volta era seduta accanto al letto della mamma, stringendo la sua mano debole e leggera. La mamma era molto peggiorata. Ad un tratto, Giulia ha visto che la mamma socchiudeva gli occhi:

Giulietta, figlia mia, io e papà non siamo mai riusciti a dirtelo. Non ci veniva la parola… noi ti abbiamo trovata, sì, trovata nel bosco. Piangevi, ti eri persa. Abbiamo aspettato che ti cercassero, abbiamo avvisato i carabinieri. Ma nessuno è mai venuto a cercarti. Chissà cosa sarà successo, non lo so. Poi ci hanno permesso di adottarti.

A casa, nel cassettone dove tengo i miei documenti lì troverai delle carte, lettere Leggile, se vuoi. Perdonaci, figlia mia. La mamma è stanca, ora chiudo gli occhi.

Ma cosa dici, mammina, Giulia, senza trovare le parole, accarezzava la mano della mamma, mamma mia, ti voglio bene, e vorrei solo che guarissi.

Ma il miracolo non è arrivato. Qualche giorno dopo la mamma è volata via.

Giulia quasi preferirebbe che non le avesse mai detto niente.

Alla sua famiglia, né al marito né alle figlie, non ha detto nulla delle ultime parole della nonna. Anche lei, come se avesse dimenticato, ha chiuso quellammissione materna in un angolo remoto della mente.

Le bambine adoravano i nonni. E Giulia non voleva turbare tutti con una verità ormai inutile.

Un giorno, però, quasi guidata da un impulso inspiegabile, Giulia ha deciso di aprire quella cartellina di cui aveva parlato la mamma.

Ritagli di giornale, richieste, risposte. Giulia comincia a leggere e non riesce a smettere. I suoi meravigliosi genitori!

Lhanno trovata, Giulia, che aveva appena un anno e mezzo, nel bosco. Loro avevano già più di quarantanni. Non avevano figli. E un giorno quella bimba che piangeva allunga le manine verso di loro.

Il maresciallo del paese scuoteva la testa nessuno aveva denunciato la scomparsa di una bambina.

Lhanno adottata. Ma la mamma non ha mai smesso di cercare la sua famiglia dorigine.

Forse, non più per trovarli davvero. Ma per essere certa che nessuno avrebbe mai cercato di portare via la loro amata figlia.

Giulia richiude bruscamente la cartellina e la infila in fondo a uno scaffale. A che serve sapere questa verità?

Una settimana dopo Giulia viene chiamata in ufficio dal responsabile del personale:

Ecco, signora Giulia Ferraro, hanno chiesto informazioni su di lei dal suo vecchio posto di lavoro.

Vicino alla responsabile cera una donna più o meno delletà di Giulia:

Buongiorno, mi chiamo Speranza. Avrei davvero bisogno di parlare con lei, gettando unocchiata alla responsabile, riguarda le ricerche di Lucia Bellini. Lei è sua figlia, vero?

Eppure mi avevano detto che era qualcosa del vecchio lavoro, la responsabile si infastidisce, le questioni personali si risolvono fuori orario!

Speranza, facciamo due passi, parliamone fuori, propone Giulia. Escono insieme, sotto lo sguardo eloquente della responsabile.

Mi scusi, la storia è particolare, ma mi sono impegnata, inizia Speranza, agitata:

Tre anni fa ho incontrato la mia prima maestra delle elementari, a Poggioverde. Poi lei è andata via, era ormai molto anziana, sola. Mi ha invitata a bere un tè e mi ha chiesto una mano per una questione. Diceva che sua figlia era sparita tanti anni prima, ancora piccolissima. E si era scritta con sua madre.

Mi dispiace, Speranza, mia madre non cè più e io non mi sono mai occupata di questa faccenda, risponde fredda Giulia, girandosi dallaltra parte.

Capisco, Giulia, davvero. Ma sappia che la mia maestra, Maria Vittoria, è molto malata. Un tumore. Dicono che non le resta molto tempo. E vorrebbe così tanto ritrovare sua figlia. Mi ha persino dato una ciocca di capelli, per fare il test. Se lo immagina?

Giulia era pronta a chiudere la conversazione, ma qualcosa la trattiene:

Dice che è molto malata?

Speranza annuisce.

Giulia prende da Speranza il sacchettino coi capelli, e si accordano per sentirsi più avanti.

Dopo una settimana vanno insieme in ospedale da Maria Vittoria.

Entrano in camera e Maria Vittoria si sforza di cogliere i volti degli ospiti:

Oh, Speranza, sei tu! Grazie, cara, sorride riconoscente, timida, e guarda interrogativa Giulia.

Maria Vittoria, lho trovata. È Giulia, voleva venire lei stessa, e Speranza porge a Maria Vittoria una busta.

Cosè? Anche con gli occhiali non vedo bene, i suoi occhi cercano conforto tra quelle presenze.

È il risultato del test, Speranza apre la busta, qui cè scritto che il legame di sangue è confermato. Lei è sua figlia, Giulia.

Il volto di Maria Vittoria si rischiara, illuminato da una felicità fragile. Non riesce a trattenere le lacrime:

Figlie mie, grazie, e allunga le mani verso Giulia:

Mia cara, che gioia. Ti ho ritrovata. Sei viva, bellissima, mi ricordi da giovane. Figlia mia, ho passato notti intere a svegliarmi, sognando il tuo pianto, che mi chiamavi.

Non meritavo perdono.

Viva sei, viva. Ora posso essere in pace.

Dopo un po, Speranza e Giulia escono dalla camera. Maria Vittoria è sfinita e si addormenta.

Grazie, Giulia, davvero, lha resa felice.

Dopo alcuni giorni, anche Maria Vittoria se ne va.

Giulia strappa tutte le carte della cartellina della madre. Non vuole che nessuno venga a sapere una verità che non serve a nessuno.

Daltronde, non cè nulla da sapere. Perché per Giulia, una sola mamma è sempre esistita.

E Maria Vittoria? Solo una bugia benevola. Avrà fatto bene a comportarsi così? Giulia pensa di sì.

Daltronde, ognuno risponde al Signore di ciò che ha fatto nella vita.

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