Fine programmata: la scelta mancata – Andrà tutto bene, – sussurrò piano Vittorio, sforzandosi di a…

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Andrà tutto bene, bisbigliò piano Matteo, cercando di infondere al suo tono una sicurezza che non sentiva. Inspirò profondamente, sospirò e allungò il dito verso il campanello. La sera prometteva inquietudine ma come sarebbe potuto essere diverso? Conoscere i genitori della ragazza è sempre una faccenda che si balla sui coltelli.

La porta si spalancò subito, come se fosse stata aspettata dietro. Sullo stipite apparve la signora Luciana Bartoli. Era impeccabile: capelli raccolti in uno chignon perfetto, vestito scuro, il volto ingentilito da un trucco discreto. Gettò uno sguardo rapido a Matteo, poi si soffermò sulla cesta di biscotti nelle mani di Bianca e strinse leggermente le labbra. Un gesto rapido, impercettibile quasi, ma Bianca non lo lasciò scivolare via inosservato.

Entrate pure, disse Luciana Bartoli con una voce asciutta, priva di calore, spostandosi appena di lato.

Matteo varcò la soglia, evitando con cura di incrociare gli occhi di sua madre; Bianca lo seguì, posando i piedi timorosa sullo zerbino. Lappartamento li accolse con una penombra dorata e un aroma di incenso al sandalo. Tutto era ordinato, come in una foto di rivista: neppure una sciarpa dimenticata, non un libro fuori posto. Ogni dettaglio sembrava voler dichiarare: qui vige il controllo.

Luciana li condusse in salotto: stanza ampia, con una grande finestra coperta da spesse tende color panna, un divano largo rivestito di tessuto pregiato al centro, e accanto un tavolino basso in legno scuro. Indicò il divano, silenziosa.

Un tè o un caffè? domandò, sempre senza guardare Bianca. La voce piatta, tanto per rispettare la formalità, non certo per accogliere.

Un po di tè, grazie, rispose Bianca educata, scegliendo dalla voce pacatezza e affabilità. Posò la cesta sul tavolino, sciolse il fiocco e sollevò piano il coperchio. Il profumo di biscotti freschi inondò la stanza. Ho portato dei biscotti. Li ho fatti io… Spero le faccia piacere assaggiarli.

Luciana indugiò con gli occhi sulla cesta, poi annuì.

Daccordo, concesse, dirigendosi verso la cucina. Vado a preparare il tè.

Appena si fu allontanata, Matteo si chinò verso Bianca e sussurrò:

Scusa. È sempre così trattenuta.

Non importa, sorrise Bianca, stringendogli una mano. Limportante è che tu sia con me.

Mentre in cucina si udiva il tintinnio di tazze e acqua bollente, una strana, irreale calma si adagiava sul salotto. Bianca osservò con occhio da sconosciuta: tutto prezioso, ordinatissimo, eppure emanava una freddezza da museo. Ogni oggetto un testimone silente daltri giorni.

Luciana tornò con un vassoio: tazzine di porcellana, un teiere dargento e un piattino con i biscotti disposti a cerchio, perfetti. Appoggiò ogni cosa con lentezza, versò il tè, poi prese posto sulla poltrona di fronte a loro, le mani incrociate sulle ginocchia.

Allora, Bianca, esordì, mettendo a fuoco ogni dettaglio della ragazza. Lacconciatura, lo sguardo, persino il modo in cui reggeva la tazza. Matteo mi ha detto che studi. Educatrice dinfanzia, vero?

Sì, terzo anno, annuì Bianca, trattenendo il tremolio delle mani posando la tazzina. Mi piace lavorare con i bambini, vederli crescere. Per me è importante anche perché so di poterli aiutare a diventare se stessi.

Con i bambini ripeté Luciana, lasciando trasparire una minuscola nota dironia, un sopracciglio appena accennato. Nobile, certo. Ma siete consapevole che gli stipendi degli educatori sono modesti? In questi tempi bisogna pensare al futuro, alla sicurezza.

Matteo si irrigidì.

Mamma, non devi sempre parlare di soldi! la voce più brusca di quel che avrebbe voluto, subito smorzata. Bianca ama il suo lavoro, questo conta. I soldi arriveranno. Ci sosterremo a vicenda; è quello che conta di più.

Luciana fece un movimento appena percettibile con la testa, ma non rispose subito. Invece, assaporò il suo tè, come misurando ogni singola parola.

Lamore per il lavoro è un dono, infine disse, di nuovo verso Bianca. Ma a volte lamore non basta. Avete già pensato a dove lavorerete dopo? Qualche piano concreto?

Bianca inspirò lentamente, cercando la fermezza nel fondo della pancia. Sapeva: quella domanda era una prova, non un semplice interesse.

Certo, ci ho pensato, rispose tranquilla. Voglio fare esperienza in asilo nido prima, poi tentare un corso di formazione per lavorare con bambini speciali. Non sarà facile, ma mi piace pensare che sia la mia strada.

Luciana annuì silenziosa, lo sguardo pensieroso. Non dava sentenze, ma la osservava ancora come una barca in un mare di nebbia.

Non ho intenzione di vivere alle spalle di Matteo, aggiunse Bianca. Voglio lavorare, imparare, essere indipendente. Per me è fondamentale realizzarmi, non solo guadagnare.

Strano modo di vedere il mondo, osservò Luciana, la testa inclinata di lato. Non ha mai pensato a un lavoro più redditizio? Un viso come il suo, magari nel campo delle vendite, del marketing. Lì si guadagna molto di più.

Matteo stava per intervenire, ma Bianca fece cenno di no. Capì che toccava a lei difendere la propria visione del mondo.

E lei, Luciana, che lavoro fa? chiese Bianca allimprovviso, guardandola dritta negli occhi.

La domanda scappò fuori come una vena dacqua dal terreno. Bianca stessa si sorprese di quella risolutezza.

Luciana si irrigidì impercettibilmente, colta forse un attimo in fallo. Prese fiato e rispose:

Io non lavoro. Mio marito provvede a noi. Mi dedico alla casa, lo aiuto nellorganizzazione e tengo tutto in ordine. Anche questa è fatica, non retribuita.

Capisco, annuì Bianca. La determinazione le cresceva dentro come un faro. Ma allora mi spieghi: se lei ha scelto di non lavorare, perché io dovrei invece rinunciare a ciò che amo, solo per il guadagno? Non pretendo che sia Matteo a mantenermi!

Cadde un silenzio strano sulla stanza. Luciana fissava Bianca come se cercasse di decifrare una nuova lingua.

Mio marito voleva che restassi a casa. Poteva permetterselo. E Matteo

Il ragazzo si aggiustò sul divano, avvertendo un disagio profondo. Guardò sua madre volto imperscrutabile, poi Bianca, dritta, testa alta ma con un lampo perplesso negli occhi.

Bianca, lo sai come sono le cose sforzò le parole. Spesso restavano impigliate nella gola. Mamma si preoccupa. Vorrebbe solo che avessimo una vita senza troppi ostacoli.

Bianca lo guardò con occhi allibiti. Poco prima era stata la sua roccia, ora pareva sgusciare verso le cerchie della madre. Dentro al petto le si strinse qualcosa: Matteo stava cedendo proprio quando avrebbe dovuto sostenerla.

Quindi sei daccordo con lei? domandò, cercando di mantenere il tono fermo. Dovrei rinunciare alla mia passione per uno stipendio più grande?

Non è che sono proprio daccordo Matteo si torceva le mani. Però anche mamma ha ragione: serve stabilità, sicurezza. Non si può vivere solo alla giornata.

Luciana rivolse unocchiata soddisfatta al figlio, poi si girò verso Bianca, le braccia sulle ginocchia, ora la voce più dolce ma ferma:

Bianca, credi davvero che mio figlio debba rinunciare ai suoi sogni? Ha sempre voluto essere giornalista, viaggiare, scrivere Ora dovrebbe abbandonare tutto per mantenere una famiglia?

Bianca stava per replicare, ma Matteo la precedette:

Mamma, io

No, Matteo, rispondi davvero, lo troncò Luciana con una lama affilata nella voce, lo sguardo inchiodato. Saresti disposto a lasciare tutte le tue aspirazioni per questa ragazza? Rinunciare ai viaggi, alla scrittura, per sostenere una famiglia?

Matteo rimase impietrito. Di fronte a Bianca, sentiva la sua delusione mista a speranza ma non trovava la strada per uscire dallimpasse. Dentro di sé, due uomini lottavano: uno desideroso di difenderla, laltro paralizzato dalla paura che la madre avesse davvero ragione.

Io tentò, poi trovò il coraggio. Non voglio abbandonare i miei sogni. Ma non voglio perdere Bianca. Credo possiamo trovare un equilibrio: continuare il giornalismo, magari meno di prima, ma sempre insieme. E che Bianca possa sostenermi, come io sosterrò lei.

Luciana non disse nulla. Si lasciò cadere indietro nella poltrona, esausta solo in apparenza, e scelse il silenzio come se avesse detto tutto quel che aveva da dire e attendesse l’epilogo.

Che bizzarro questo ragionamento, sorrise Bianca, non trovando labbraccio che aspettava dal futuro sposo. Dunque Matteo non deve rinunciare a nulla, ma io dovrei gettare i miei sogni? Lavorare in banca mentre lui si gode la vita? Non vi sembra incoerente?

Matteo abbassò lo sguardo, le mani sulle ginocchia tremanti. La tazzina tintinnava appena sul piattino. Le parole erano circolari, non ne usciva. Come piacere a tutti, contemporaneamente?

Forse dovremmo trovare un compromesso, mormorò, il volto immerso nel tè come in saccoccia sperasse di pescare la chiave del mondo.

Compromesso? rise Luciana. E nel suo riso cera la certezza delletà, corrosa e lucida. Lo sai bene, o dedichi la vita al lavoro o non ne esce nulla. Non si può stare con un piede in due scarpe.

E tacque allusivamente, lo sguardo tra il figlio e la ragazza. In quel silenzio, tutto il vissuto della sua generazione sembrava pesare.

Matteo deglutì. Avrebbe voluto urlare che i tempi erano cambiati, che adesso esiste lequilibrio, ma la voce gli morì in gola. Gli occhi della madre, capaci di farlo sentire un bambino inesperto, erano sempre gli stessi.

Bene, penso che per oggi possa bastare, dichiarò Luciana, alzandosi con la medesima calma elegante di chi tira il sipario. Le giornate si accorciano e il nostro quartiere la sera non è tranquillo. È ora che tu vada, Bianca. Matteo, dobbiamo parlare in privato, immediatamente!

Il tono non ammetteva repliche. Più che un consiglio, era un ordine sussurrato.

Matteo cercò di opporsi:

Mamma, magari posso almeno accompagnare Bianca fino al tram

Neanche per sogno! lo troncò lei, senza voltarsi. Sei troppo grande per queste sciocchezze. Resta qui.

Le spalle di Matteo si abbassarono di colpo, le mani molli sulle ginocchia. Dalla madre non si scappa: una volta deciso, non cè modo migliorarla.

Scusa, Bianca, sussurrò, senza guardarla. Credo che mia madre preferisca così. Non posso accompagnarti. Prendi un taxi, va bene?

Bianca annuì in silenzio. Senza protestare, senza polemica. Sistemò con delicatezza la tazzina, prese la borsa e si alzò.

Sì. Allora vado, disse lucida, anche se dentro unonda di delusione la travolgeva senza riguardo. Solo uscire il prima possibile da quella casa dove ogni oggetto la respingeva.

Grazie per il tè, aggiunse, con una cortesia algida, lasciando che la nota glaciale trapelasse nel tono.

Arrivederci, rispose Luciana, già rivolta altrove, come se Bianca avesse perso ogni importanza.

Bianca si avviò allingresso con lentezza, ma dentro era fuga. Sulla porta si voltò: Matteo era rimasto seduto, il volto abbassato. Non la guardò, non la fermò, non disse nulla. In quel tacere, Bianca vide ciò che doveva vedere.

Uscì nel crepuscolo e inspirò a pieni polmoni laria fredda della sera. Parte del nodo si sciolse, ma il groviglio dentro rimaneva. Rabbia, amarezza e una tristezza aspra le stringevano la gola. Diveniva tutto chiaro, ora: Matteo avrebbe sempre scelto la madre, anche a costo di lasciarla da sola.

Bianca si avviò lungo il marciapiede, prima piano, poi più veloce, come inseguita da un tram dovuto. Ma i pensieri la rincorrevano: Neppure mi ha difeso. Neppure ha fatto cenno a difendere la mia scelta. Ha preferito la madre alle mie ragioni. I passi si moltiplicavano, le mani serrate nelle tasche. Avrebbe gridato, se la voce non le fosse strozzata alle labbra.

Arrivò a casa che era ormai notte. I lampioni proiettavano cerchi vaghi sullasfalto umido. Aprì la porta, la chiuse, si tolse le scarpe e si sedette su uno sgabello. Il silenzio la avvolgeva come lana pesante. Lì, nel rifugio familiare, poté finalmente lasciar scendere la maschera.

Rimase seduta, fissando il vuoto, e sentì la tempesta placarsi: le idee più limpide, il respiro più calmo. Capì che non era la fine del mondo. Era semplicemente la fine di una storia che forse neppure doveva cominciare. Inspirò forte, poi sospirò. Un giorno nuovo sarebbe venuto, nuove strade aspettavano. Ce lavrebbe fatta.

*******************

Il giorno dopo, Bianca non rispose alle chiamate di Matteo. Il suo telefono vibrava, ma lei guardava lo schermo senza premere alcun tasto. Aveva bisogno di tempo: ricucire dentro di sé, domandarsi che cosa davvero volesse. La stessa domanda tornava: anche se restasse con lui, non avrebbe mai vinto contro la madre. Matteo sarebbe stato eternamente altalenante, incapace di scegliere. Immaginava il futuro: ogni parola, ogni decisione passava dal vaglio di Luciana, e questo pensiero la schiacciava.

Passarono giorni in cui Bianca visse in automatico. Andava alluniversità, parlava con i colleghi, studiava come una sonnambula, senza mai pensare davvero a Matteo. Ma la mente ricadeva sempre sullultima discussione: il silenzio di lui, la sua assenza quando serviva.

Un pomeriggio tornando dalle lezioni vide fuori dal portone una figura familiare. Stava quasi per scivolare dentro, quando sentì:

Bianca!

Si voltò. Matteo sostava vicino al cancello, le mani in tasca, le spalle curve. Aveva lo sguardo colpevole, la determinazione di una volta spenta. Si avvicinò senza osare troppo.

Dobbiamo parlare, disse fissando un punto lontano. Mamma mi ha spiegato che insomma, pensa che tu non sia adatta a me.

Bianca inarcò le sopracciglia. Ma si impose calma.

E tu? Cosa ne pensi? chiese, senza tremore nella voce.

Matteo esitava, il capo chino, i piedi nervosamente in moto. Le parole non uscivano.

Lei è mia madre, finalmente mormorò, stringendo le spalle. Vuole il mio bene. Non voglio farle del male.

Nel tono, nessuna decisione, solo stanche giustificazioni. Bianca lo fissava: realmente pensava così oppure non aveva il coraggio di dire altro?

Allora sei daccordo? indagò Bianca, già conoscendo la risposta.

Non proprio Però lei è la mia famiglia. Non posso semplicemente lasciarla indietro.

Tacque, come se sperasse che Bianca sciogliesse il dilemma. Ma lei non aveva fretta. Nella mente correva un unico pensiero: Se ora è così, cambierà mai? Se ogni scelta dovrà passare da Luciana, sarò sempre la seconda?

Vuoi stare con me? chiese chiara, guardandolo dritto.

Matteo esitò ancora. Le labbra si muovevano, ma nessuna parola. Sospirò, arrendendosi col corpo.

Bianca annuì tra sé. Non avrebbe chiesto altro, non avrebbe preteso spiegazioni. Si voltò, salì i gradini e svanì dietro il portone.

Matteo rimase a fissare il vuoto, la giacca tra le dita, domandandosi se aveva fatto la cosa giusta.

Quella sera, Bianca uscì per una passeggiata breve. Le strade erano calme, i lampioni gialli gettavano luci tremule sulle foglie dautunno e sullodore di pioggia. Camminava senza meta.

Allimprovviso rise. Una risata leggera, quasi sognante, come uno specchio dacqua quieta. Si fermò guardando le luci lontane, e capì: le difficoltà non le facevano più paura. Non doveva più adattarsi alle aspettative di nessuno. Non doveva spiegare il proprio valore. Era libera. Ed era questo, nella notte italiana sospesa come in un sogno, il suo vero inizio.

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