Fino alla prossima estate

Fuori dalla finestra era linizio dellestate, giornate lunghe e verdi foglie che si appiccavano al vetro, quasi a proteggere la stanza dalla luce eccessiva. Le finestre dellappartamento erano spalancate, e nel silenzio si sentivano solo il canto degli uccelli e le voci occasionali dei bambini in strada. In quella casa, dove ogni oggetto aveva ormai il suo posto, vivevano due persone: Beatrice, una donna di quarantacinque anni, e suo figlio Matteo, diciassettenne. Quellanno, a giugno, laria non era fresca ma pesante, carica di una tensione che nemmeno la brezza riusciva a dissipare.

Il mattino in cui arrivarono i risultati dellesame di maturità, Beatrice lo avrebbe ricordato per sempre. Matteo era seduto al tavolo della cucina, chino sul telefono, le spalle contratte. Taceva, mentre lei rimaneva vicina ai fornelli, senza sapere cosa dire. «Mamma, non ce lho fatta», disse alla fine. La sua voce era piatta, ma stanca. Quellanno la stanchezza era diventata familiare per entrambi. Dopo la scuola, Matteo non usciva quasi mai: studiava da solo per gli esami, e qualche volta frequentava le lezioni gratuite al liceo. Lei cercava di non opprimerlo: gli portava tè alla menta, ogni tanto si sedeva accanto a lui, solo per esserci. Ora tutto ricominciava da capo.

Per Beatrice, quella notizia fu come un secchio dacqua gelata. Sapeva che la ripetizione dellesame era possibile solo tramite la scuola, con tutte le formalità burocratiche da affrontare di nuovo. I soldi per le lezioni private non cerano. Il padre di Matteo viveva altrove da anni, senza mai farsi sentire. A cena, mangiarono in silenzio, ognuno perso nei propri pensieri. Lei rimuginava su come trovare tutor a buon prezzo, come convincere Matteo a riprovarci, se avrebbe avuto la forza di sostenerloe se stessa.

Nei giorni seguenti, Matteo sembrava vivere in pilota automatico. Nella sua stanza, pile di quaderni accanto al laptop. Ripassava gli esercizi di matematica e italiano, gli stessi che aveva già affrontato in primavera. A volte fissava la finestra così a lungo che sembrava sul punto di svanire. Alle domande rispondeva a monosillabi. Lei vedeva quanto gli facesse male tornare su quelle stesse pagine. Ma non cera scelta. Senza lesame di stato, luniversità era impossibile. Quindi, bisognava ricominciare.

La sera dopo, discussero insieme un piano. Beatrice aprì il computer e propose di cercare tutor.

«Forse potremmo provare con qualcuno di nuovo?» chiese con cautela.
«Ce la farò da solo», borbottò Matteo.

Lei sospirò. Sapeva che si vergognava a chiedere aiuto. Ma aveva già provato da soloe questo era il risultato. In quel momento, avrebbe voluto solo abbracciarlo, ma si trattenne. Invece, guidò delicatamente la conversazione verso il programma di studio: quante ore al giorno poteva dedicare, se cambiare approccio, quali erano stati gli ostacoli più grandi. A poco a poco, il dialogo si fece più sereno. Entrambi sapevano: non cera modo di tornare indietro.

Nei giorni successivi, Beatrice chiamò conoscenti e cercò contatti di insegnanti. In una chat della scuola trovò una donnaLaura, che preparava gli studenti per matematica. Organizzarono una lezione di prova. Matteo ascoltava distrattamente, ancora diffidente. Ma quando la madre gli portò una lista di potenziali tutor per italiano e storia, accettò a malincuore di dare unocchiata insieme.

Le prime settimane destate trascorsero in una nuova routine. Colazione insieme: fiocchi davena, tè al limone o alla menta; a volte, frutti di bosco presi al mercato. Poi la lezione di matematicaonline o a casa, a seconda degli impegni dellinsegnante. Dopo pranzo, una breve pausa e poi esercizi da sol

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