8 febbraio
Oggi sono tornato a casa distratto, gli stessi pensieri di sempre e il peso della giornata addosso. Mi sono fermato davanti alle cassette della posta, e lì, accanto a tutto il solito la pubblicità del supermercato, gli avvisi di Enel, qualche volantino per una pizza d’asporto compariva un foglio nuovo, attaccato con puntine storte. In alto, ben grande: Raccolta firme. Prendere provvedimenti. Subito sotto il cognome di qualcuno del quinto piano, e una lista secca di reclami: rumori notturni, colpi, urla, violazione della quiete pubblica, pericolo per la sicurezza. In fondo, una fila di firme, ordinate e svolazzanti.
Ho letto due volte, anche se era tutto chiaro subito. La mano mi è andata alla penna, quasi senza pensarci, ma mi sono fermato. Non perché fossi contrario. Ma non sopporto farmi trascinare. Vivo in questo stabile da dodici anni e ho imparato a stare fuori dalle guerre di pianerottolo, come si fa con le correnti d’aria. Ho già i miei pensieri: il lavoro in officina, i turni, mia madre a Niguarda dopo lictus, mio figlio adolescente che passa settimane in silenzio, poi esplode per inezie.
Sul pianerottolo cera una quiete strana. Sentivo solo il suono sordo delle porte dellascensore in alto. Sono salito al mio quarto piano, le chiavi in mano, ma prima di entrare ho gettato lo sguardo su per le scale. Al quinto abita Valentina Petroni. Avrà poco più di cinquanta, sempre asciutta e composta, i capelli corti, lo sguardo pesante. Non saluta mai per prima, e se risponde ti fa capire che le hai dato fastidio. La vedo sempre coi sacchetti della Coop o col secchio in mano, specialmente quando pulisce davanti alla porta di casa sua. A volte di notte, davvero dalla sua casa arrivano rumori: qualche tonfo, una voce, come se si trascinasse qualcosa per terra.
Entro nella chat condominiale solo per motivi pratici. Lì si parla soprattutto di parcheggi e spazzatura. Ma ormai, da settimane, il discorso è sempre quello.
Ancora casino alle due di notte! Mio figlio si è spaventato.
Ho turno alle sei, domani sarò uno zombie. Basta!
Non sono rumori normali, sposta i mobili, lo sento.
Dobbiamo chiamare i carabinieri. Cè una legge.
Io scorrevo le discussioni, senza mai intervenire. Non sono un santo. Se alle tre di notte cade qualcosa, mi sveglio pure io, con l’irritazione che monta nel petto. In quei momenti vorrei che qualcun altro sistemasse tutto, così che il mattino dopo possa leggere semplicemente: Problema risolto.
La sera però ho scritto: Chi raccoglie le firme? Dovè il foglio?
Mi ha risposto la caposcala, Nina Vasari, quella del terzo piano: Al pianoterra, bacheca. Domani alle 19, da me, si discute. Bisogna muoversi finché è presto.
Ho appoggiato il telefono. Dentro di me è spuntata lantica sensazione da assemblea scolastica: quando tutto è già deciso e ti chiamano solo per mettere una X.
Il giorno dopo ho incontrato Valentina Petroni sulle scale. Saliva lenta, due buste della spesa forti tra le braccia, respirava a fatica ma non ha chiesto aiuto. Però una busta glielho presa lo stesso.
Non è necessario, ha ringhiato.
Porto io, ho detto.
Ha taciuto fino alla porta. Poi ha strappato il sacchetto dalle mie mani.
Grazie, come se segnasse una nota su un registro.
Mi stavo già girando, quando ho sentito un suono strano dietro la porta, come un respiro faticoso e mugolii. Valentina si è fermata, la mano tremava sulla chiave.
Va tutto bene? ho chiesto, senza sapere perché.
Sì, ha chiuso subito la porta.
Sono sceso, ma il rumore mi è rimasto nelle orecchie. Non era rumore di cose, era umano.
Dopo un paio di giorni, davanti alla porta di Valentina, è apparsa una scritta, attaccata con lo scotch. Lho vista la mattina mentre buttavo limmondizia. SMETTILA DI FARE CASINO DI NOTTE. NON SIAMO TENUTI A SOPPORTARE. Lettere grosse, tirate col pennarello.
Sono rimasto lì a fissarla. Lo scotch luccicava come una ferita appena fatta. Ho pensato a quando da ragazzo, sulla nostra porta comparivano scritte simili, perché mio padre urlava o tornava tardi ubriaco. Allora odiavo più i vicini che mio padre. Odiavo il loro sussurrare, il fingere che non vedessero nulla.
Sono salito al quinto e mi sono fermato in ascolto. Tutto era silenzio. Non ho suonato. Ho staccato poco a poco la scritta, lho piegata e portata giù nel bidone fuori dallo stabile.
La chat intanto si accendeva:
Lo fa apposta. Non le importa nulla degli altri.
Gente così andrebbe sfrattata. Che vadano in campagna.
I carabinieri hanno detto: serve una denuncia collettiva.
Ho visto come le parole rumore e disturbo diventavano quelli lì. Non più una questione di notti insonni, ma una persona diventata problema.
Sabato sono tornato tardi dal lavoro. In ascensore odore di deodorante e fumo. Al quarto sento, dal piano di sopra, un tonfo pesante. Non sembra un mobile. Poi una voce di donna, soffocata ma chiara:
Tieni arrivo
Sono salito. Davanti alla porta di Valentina, la fessura luminosa. Ho bussato.
Chi è? tesa la voce.
Andrea, dal quarto. Tutto bene?
La porta si è aperta, bloccata dalla catenella. Lei, col pigiama, un livido sulla guancia.
Tutto sotto controllo, voce dura.
Dallappartamento di nuovo un gemito.
Serve una mano?
Mi ha fissato, come avessi offerto lelemosina.
No, grazie. Ho tutto in mano.
Ma cè qualcuno
È mio fratello. Paralizzato. Lo ha detto di getto, tagliando corto. Arrivederci.
La porta si è chiusa.
Sono rimasto sul pianerottolo, spaccato tra due impulsi. Andarmene, come mi ha chiesto. Restare, perché ora so troppo per fare finta di nulla.
Sono tornato giù, ma non ho dormito. Paralizzato. Immaginavo cosa può significare: la notte, un corpo che cade, da sollevare, il ricovero, lacqua, il letto da spostare. E i vicini che sotto sentono solo rumore.
Allassemblea da Nina Vasari ci sono andato solo perché, davvero, non volevo vergognarmi a posteriori. Alle sette, già fuori dalla porta, una decina di condomini. Qualcuno in ciabatte, qualcuno con la giacca buttata addosso. Si parlava sottovoce, tensione sospesa nellaria.
Nina ci ha stretti tutti nella sua cucina stretta. Sul tavolo la lista firme, il foglio sulle ore di silenzio e i numeri dei carabinieri.
Così non si può andare avanti, ha esordito. Abbiamo dei figli, abbiamo da lavorare. Non dormo di notte, la pressione mi sale. Non è accanimento su chiunque, ma qui ci sono regole.
Ho notato come diceva non è contro la persona, e alcuni hanno tirato un sospiro di sollievo.
Ieri notte alle due, ha detto una giovane madre. Appena si addormenta il piccolo, e giù un tonfo come di un armadio. Lho cullato fino allalba.
Mio padre operato, ha aggiunto un altro, tuta sportiva. Si spaventa, pensa sia unemergenza.
Dobbiamo chiamare ogni volta i carabinieri, ha borbottato uno. Facciano rapporto.
Li ascoltavo e vedevo che non inventavano nulla. Erano esausti, avevano ragione.
Qualcuno ha parlato con lei? ho chiesto.
Io, ha risposto Nina. Mi ha cacciato: Non vi va? Traslocate. E ha sbattuto la porta.
È sempre così, ha confermato la madre. Cè sempre questa arroganza.
Ho pensato al fratello, ma non sapevo se fosse il mio ruolo spiegare.
Magari dietro questi rumori cè altro ho provato.
Tutti hanno i loro problemi, mi ha seccata Nina. Ma nessuno fa tutto questo baccano.
Suonano alla porta. Entra Valentina Petroni. Capelli pettinati, giacca scura, una cartellina e il cellulare. Il volto teso.
Sapevo che si parlava di me, ha detto secca.
Parliamo della situazione, ha corretto Nina. Sta disturbando tutti.
Valentina ha annuito, come se si desse ragione da sola. Poi ha posato la cartella, tirato fuori dei documenti, li ha disposti insieme al telefono.
Mio fratello è invalido al cento per cento. Dopo un ictus. Non cammina, non si siede. La notte gli vengono le crisi. Cade dal letto, se non lo afferro. Lo giro ogni due ore, altrimenti si piaghe. Non sono mobili, è un uomo di novanta chili che sollevo da sola.
Parlava piatta, ma la voce le tremava di fatica metallica. Ho visto i lividi sulle sue mani.
Ho chiamato tre volte lambulanza in un mese. Ecco qui le prove. Sul telefono mostra le chiamate e le prescrizioni. Non dovrei mostrarvi nulla, ma già che son qui, ecco. Vi siete messi a fare liste, come se la notte organizzassi feste.
Silenzio. La madre ha abbassato gli occhi.
Non lo sapevamo, ha sussurrato.
No, perché nessuno ha chiesto. Preferite scrivere sui portoni e nelle chat. Prendere provvedimenti. Quali? Buttare fuori mio fratello sulla scala, così dormite meglio?
Non esageri, ribatte Nina piccata. Ma cè una legge, dalle 23 in poi
La legge, sorrideva stanca Valentina. Volete la legge? Va bene. Chiamo ambulanza e carabinieri insieme, così vi fanno da testimoni? Ogni volta?
Dobbiamo solo sopportare? luomo con la tuta quasi urlava. Vi capisco, però cho anchio un padre malato. Non posso vivere così.
E io?! gli ha risposto lei guardandolo dritto. Pensa che a me piace?
Nel silenzio vorrei dire qualcosa di semplice, ma non c’è modo.
Cerchiamo di non urlare, ho detto piano, la voce roca. O proviamo a trovare un modo per stare non bene, ma almeno meno male.
Tutti fissavano me, la posizione che odio di più.
Io la firma non lho messa e non la metto, ho continuato. Non risolve nulla, crea solo nemici. Ma nemmeno ha senso negare che la notte qui non si vive.
Nina si è passata la lingua sulle labbra.
E allora, che proponi?
Ripenso a come, laltra notte, ero rimasto lì ad ascoltare.
Prima cosa: creiamo un sistema di comunicazione. Valentina, se di notte succede qualcosa di serio, può scrivere un messaggio in chat: Emergenza, Ambulanza. Nessuna giustificazione, solo per capire che non è festa ma emergenza.
Non devo rispondere a nessuno, ha detto dura, ma poi mi ha guardato Va bene. Se posso.
Seconda: se sentite un tonfo, invece di minacciare, si può suonare e vedere se serve una mano. Se non risponde, fate come volete. Ma provateci.
E se insulta di nuovo? mormora la giovane madre.
Avrete fatto il primo passo. Serve soprattutto a voi.
Nina non rilancia.
Unaltra cosa, guardo Valentina, si potrebbero provare dei tappeti, coprire le gambe dei mobili con gomma, magari allontanare il letto dal muro. Se serve una mano, dillo.
Valentina fa segno che il letto non si può spostare, cè un sollevatore artigianale, ma i tappeti sì.
E se qualcuno potesse venire a tenerlo docchio unora, ogni tanto, così vado in farmacia la voce si frantuma in gola.
La madre, dopo un attimo: Il mercoledì ce la faccio, mia madre può tenermi il piccolo.
Anchio, dice il tipo in tuta. Solo di giorno però.
Sento la tensione che si scioglie di poco.
Nina raccoglie il foglio delle firme.
E ora, con queste firme?
Io guardo i nomi, compreso quello del mio vicino sempre gentile in ascensore.
Vanno tolte. Chi ha un problema reale si assuma la responsabilità e denuncia con data e ora, non con prendere provvedimenti.
Sei contro lordine? avanza Nina.
Sono per lordine, replico. Ma lordine deve essere giusto, non cieco.
Valentina alza per la prima volta gli occhi.
Via quel foglio. Non voglio leggere ogni volta che qualcuno mi condanna.
Nina lo piega e infila nella cartella. Non so se lo fa per rispetto o perché ormai neppure lei si sente più tanto sicura.
Dopo la riunione, tutti scendiamo in silenzio. Ogni battuta si spegne prima ancora di nascere. Vicino alla porta, Valentina Petroni mi si affianca.
Non dovevi metterti in mezzo, mi dice.
Forse, rispondo. Ma non volevo finisse con le forze dellordine e la stampa.
Succederà lo stesso, sospira. Quando starà peggio.
Vorrei chiedere il nome del fratello, ma non me la sento.
Se di notte cè bisogno, passa da me.
Annuisce, senza guardarmi.
Il giorno dopo il foglio con le firme è sparito. In chat, invece, Nina informa: Accordo: Valentina avvisa solo in casi gravi. Chi può aiutare di giorno lasci orari a me in privato.
Mi ha colpito la parola orari. Troppo organizzata per noi, però dopo poco, diversi messaggi: cè chi può lunedì, chi venerdì. Altri nessun cenno.
La prima notte dopo la riunione ancora tonfi. Mi sveglio alle 02:17. Poco dopo, Valentina scrive Emergenza, ambulanza in arrivo. Senza emoticon, senza implorare.
Resto a letto, ascolto landirivieni di passi sulle scale, le porte che sbattono. Immagino Valentina che regge il fratello, che lotta per non farlo soffocare. Allirritazione si aggiunge una pena cupa.
Al mattino con Nina in ascensore.
Ecco, mi dice, stanotte ancora quello strazio.
È passata lambulanza.
Lho vista. Non pensavo fosse così, per lei. Ma io non dormo mai. Mi sale pure il battito.
Annuisco. Non posso cancellarle il cuore.
Prova con dei tappi, suggerisco, rendendomi conto di quanto sia misero il consiglio.
Tappi si lascia andare a una risata stanca. Siamo arrivati davvero a questo.
Una settimana dopo, un pomeriggio, salgo da Valentina col pacco delle protezioni in gomma comprate al Brico e un tappeto pesante. Apro la porta, senza nemmeno aver bussato davvero. Linterno sa di medicine e di ospedale. In camera un letto appoggiato al muro. Sdraiato, un uomo magrissimo, volto immobile, lo sguardo lontano. Una struttura fatta in casa, tubi e cinghie, ancorata al telaio. Capisco perché non si può spostare.
Qui metto il tappeto, così assorbe i colpi. Poi le protezioni per lo sgabello, le spiego.
Lo sbatto giù quando metto il catino, si scusa lei. Faccio attenzione, ma le mani…
Si guarda le mani, piene di tagli.
Senza parlare aiuto a sistemare il tappeto, facendo attenzione a non rovinare il sollevatore. Lei coordina i miei movimenti.
Grazie, stavolta il tono, per la prima volta, era vero.
Mi allontanavo, quando il telefono ha squillato. Ha risposto, la faccia si è chiusa.
No, ora non posso. Sì no.
Si volta verso di me.
Servizi sociali. Dicono che lassistente può venire solo due ore a settimana. E cè pure la lista dattesa. Ma io qui ho bisogno ogni giorno.
Non so cosa dire. Capisco che la tabella del condominio è solo una toppa.
La sera in chat qualcuno scrive: Perché dovremmo aiutare? È un problema suo, ci sono le leggi. Volano risposte: chi spiega le tempistiche, chi si scalda, chi chiude la discussione.
Non rispondo. Sento di nuovo la stanchezza. Non verso Valentina, ma per quel continuo braccio di ferro tra aiuto e regole.
Qualche giorno dopo, al piano terra, trovo un nuovo foglio. Niente provvedimenti, solo nomi e orari. Il numero di Valentina e una nota: Di notte, solo emergenze in chat. Chi può aiutare di giorno si faccia avanti. Il foglio finalmente diritto.
Non mi fa piacere vedere quel foglio, più di quanto non mi piacesse la raccolta firme. Ora però il fastidio è altro: come se il palazzo avesse ammesso che il dramma è solo un altro appuntamento in tabella.
Una notte, i rumori sono forti. Salgo. Valentina impreca sommessa contro il destino, non contro le persone. Busso, la porta si apre, la catena non cè.
Aiutami, dice breve.
Entro, tolgo le scarpe. Il fratello è a terra, respira a fatica. Insieme lo rialziamo. Ho le braccia che tremano. Lei non piange, non ringrazia. Aggiusta il cuscino, controlla che respiri.
Uscendo, sento una porta sotto aprirsi, qualcuno sporge la testa appena. Subito richiusa. Tutto trattiene il fiato.
La mattina trovo il vicino, Vittorio del secondo, che distoglie lo sguardo.
Guarda, quella firma ero stufo. Ma se avessi saputo, giuro…
Ormai conta solo quello che viene dopo, gli rispondo.
Annuisce, ma non del tutto convinto.
Il compromesso funziona. Non bene, ma funziona. Di notte a volte in chat arriva Ambulanza, Caduta. I messaggi cattivi diminuiscono, aumentano quelli mattutini, a mente fredda. Qualcuno va effettivamente da Valentina di giorno, altri si defilano. La tabella resta, anche se ogni tanto ci sono buchi.
Mi accorgo che parliamo meno, tra noi. I saluti più lenti, come se uno squarcio non si potesse richiudere davvero. Anche il cambio della lampadina, ora, è sempre un speriamo non scatti di nuovo.
Una sera, tornando, trovo Valentina allascensore. Un sacchetto con farmaci, un thermos tra le mani, faccia grigia.
Come sta? domando.
Vivo. Oggi niente casino.
Saliamo insieme. Al quarto, indugio.
Se serve, bussa.
Annuisce, poi, sottovoce:
Quell’altra sera non volevo prendersela con tutti.
Alla fine non dice altro, alza una mano e basta.
Ho capito.
Chiude la porta dellascensore e io resto sulla soglia. Apro la mia, poso la giacca, le scarpe sul tappetino. Tutto quieto. Mio figlio davanti alla PlayStation, mia madre al telefono che mi chiede quando passo.
Fisso lo schermo del telefono, poi la porta che conduce alle scale. Penso ai fogli: uno per espellere, uno per aiutare. Tra loro lo spazio è piccolo. Spesso meno di quanto ci separa tra un muro e laltro.
La chat quella sera dice: Grazie a chi è passato oggi. Evitiamo discussioni personali, per favore. Per qualsiasi cosa, in privato. Affondato subito tra i messaggi su rifiuti e lampade guaste.
Spengo il telefono, metto su lacqua per il tè. So che forse mi sveglierò ancora di notte, che sentirò altri colpi. Ma ora, almeno, non penso più solo al mio sonno. Non mi fa migliore. Mi rende solo partecipe.



