Firme sul pianerottolo
Mi ricordo di quando, un tempo ormai lontano, mi fermai davanti alle cassette della posta nel nostro stabile a Milano. Cera un tabellone dove solitamente trovavi gli annunci sulla verifica delle bollette o le foto di gatti smarriti, ma quella volta apparve un foglio nuovo. Lavevano fissato alla buona, le puntine messe di traverso come se chi lo aveva attaccato avesse avuto fretta. In alto, in caratteri grandi: Raccolta firme. Prendere provvedimenti. Sotto, il cognome della famiglia al quinto piano e un breve elenco di reclami: rumori notturni, colpi, urla, violazione della legge sulla quiete pubblica, pericolo per la sicurezza. In fondo già si allungavano firme, alcune precise, altre larghe e decise.
Lessi due volte, anche se era tutto chiaro già dalla prima lettura. La mano quasi senza accorgersene mi portò a cercare la penna in tasca, ma mi bloccai. Non che fossi contrario: semplicemente non mi piaceva sentirmi spinto. Vivevo in quel palazzo da dodici anni, imparando a restare spettatore nelle piccole guerre di condominio, come se fossero delle correnti daria da evitare. Le mie preoccupazioni non mancavano: lavoro in officina, turni che sfinivano, mia madre bloccata dallictus in un altro quartiere, mio figlio adolescente immerso nei suoi silenzi o che esplodeva senza preavviso per sciocchezze.
Quel pianerottolo era quieto come la via dagosto, solo lascensore sbatteva sordo qualche piano più in alto. Salendo al mio quarto piano, tirai fuori le chiavi ma, prima di girarle nella toppa, diedi uno sguardo alla scala che portava su. Al quinto ci abitava la signora Valentina Colombo. Sui cinquantanni, dal fisico asciutto e deciso, taglio corto di capelli, occhi pesanti. Non salutava quasi mai per prima, rispondeva in modo sbrigativo, come se il mondo interrompesse qualcosa di importante. La vedevo spesso risalire con le buste della Coop o con il secchio per pulire il pianerottolo davanti alla sua porta. A volte, di notte, dalla sua casa arrivavano strani rumori: toni cupi, grida brevi, il suono di qualcosa trascinato sul pavimento.
Nel gruppo WhatsApp del condominio leggevo solo se necessario. Lì si discuteva soprattutto di parcheggi e della raccolta differenziata. Lultima settimana però si parlava solo di una cosa.
Ancora alle due di notte i soliti colpi! Mio figlio si è spaventato!
Ho il turno dalle sei, poi sono uno straccio. Non ce la faccio più.
Non sono colpi, sposta i mobili. Glielho sentito fare!
Bisogna chiamare i vigili. Cè una legge!
Io scorrevo silenzioso, senza rispondere. Non ero un santo. Anchio a volte mi svegliavo allimprovviso, alle tre di notte, con il cuore che batteva e la rabbia che si accumulava al petto. Ogni tanto speravo semplicemente che qualcun altro si decidesse a parlare con lei, così io la mattina avrei letto nel gruppo: Problema risolto.
Quella sera però scrissi: Chi raccoglie le firme? Il foglio dovè?
Mi rispose la signora Anna Galli, la referente del condominio, dal terzo piano. Tabellone allingresso. Domani sera alle sette ci vediamo nel mio soggiorno per parlarne. Serve decidere, prima che peggiori.
Restai col telefono in mano, con quella vecchia sensazione provata durante le riunioni di classe: le scelte erano già fatte quando venivi invitato a dire la tua.
Il giorno dopo incontrai Valentina Colombo sulle scale. Saliva a fatica, due borse pesanti, respirava rotta ma non accennava a chiedere aiuto. Gliene presi una di mano, senza domandare.
Non serve, disse secca.
Hai altro da fare, risposi andando di fianco a lei.
Restò zitta fino alla sua porta, poi mi strappò la busta dalle mani.
Grazie. Ma il tono era quello di chi prende nota più che di chi ringrazia.
Stavo tornando al mio piano quando, restando per caso vicino alla sua porta, percepii un suono strano, quasi un ansimare unito a flebili lamenti. Valentina Colombo si bloccò, la chiave esitò nella serratura.
Va tutto bene? domandai, neppure sapendo il perché.
Tutto a posto, tagliò corto e si chiuse dietro la porta.
Scendendo, quel rumore restava nelle orecchie. Non era un mobile, non era musica. Solo un respiro duro, umano.
Passarono due giorni e una mattina, portando giù la spazzatura, notai un biglietto affisso sulla porta di Valentina Colombo: BASTA RUMORI DI NOTTE. NON DOBBIAMO SOPPORTARE. Lettere marcate con il pennarello, calcate.
Mi fermai a guardare quella carta. Il nastro adesivo luccicava come una ferita fresca. Ricordai che anche sulla porta di casa mia, quandero bambino, qualcuno aveva attaccato cartelli simili: mio padre urlava, beveva. Io però odiavo più i vicini che si facevano finta di niente e poi parlavano sottovoce, che lo stesso padre.
Salii al quinto, ascoltai dietro la porta: silenzio assoluto. Non suonai. Tolsi piano il biglietto, lo piegai e lo infilai in tasca. Poi andai a gettarlo nellimmondizia fuori dal portone, perché nessuno lo trovasse ancora.
Nel frattempo, la discussione sul gruppo diventò più aspra.
Lo fa apposta. Non le importa della gente.
Certa gente è meglio mandarli a vivere in una casa isolata.
I vigili hanno detto che serve una denuncia collettiva.
Mi resi conto di quanto in fretta le parole rumore e disturbo si trasformavano in gente così. Come se non si parlasse più di una notte specifica, ma di una persona come un problema.
Quella sera rientrai tardi dal lavoro. Lascensore sapeva di deodorante e fumo di sigaretta. Al quarto piano, mentre uscivo, sentii sopra di me colpi sordi, come un corpo che cade. Poi la voce di una donna, strozzata ma ferma:
Forza ora
Salii, bussai alla porta della Colombo. La luce del corridoio filtrava dalla fessura.
Chi è? voce tesa.
Sergio, del quarto piano. Va tutto
La porta si socchiuse, catena agganciata. Lei apparve in vestaglia, un alone rosso sulla guancia, forse una lacrima nascosta.
Niente, vada, disse.
Da dentro, ancora tardivi lamenti.
Ha bisogno di aiuto? domandai.
Lei mi guardò come se offrissi carità.
No. Gestisco io.
Cè qualcuno
È mio fratello. È paralizzato. Lo disse di colpo, come a troncare ogni dubbio. Vada, per favore.
La porta si richiuse.
Sul pianerottolo restai indeciso, combattuto tra listinto di rispettare la sua volontà e quello di non far finta di nulla dopo aver sentito troppo. Tornando a casa, la parola paralizzato mi girava in testa. Immaginai notti passate a sollevare, spostare, chiamare lambulanza, cambiare lenzuola, lavare, sentire i vicini che si lamentano.
Andai allincontro da Anna Galli non per curiosità, ma per il nodo alla gola che avrei sentito se avessi evitato. Alle sette, davanti alla sua porta, altri erano già lì: qualcuno in ciabatte, qualcuno con la giacca, ognuno col proprio nervosismo.
Anna ci fece sedere attorno al tavolo della cucina. Sul piano, il foglio delle firme, una copia stampata delle normative sulla quiete e le generalità del comando di polizia.
La situazione è questa, esordì. Non possiamo più sopportare. Abbiamo bambini, lavoro, problemi di salute. Io, per esempio, controllo la pressione ogni mattina perché la notte non dormo. Non abbiamo nulla contro la persona, ma ci sono delle regole.
Notai come avesse precisato non contro la persona, quasi a tranquillizzare gli altri.
Ieri alle due mi sono svegliata, disse Francesca, del sesto piano, giovane ma dagli occhi stanchi. Il mio bimbo dormiva appena. Poi il tonfo, sembrava cadesse un armadio. Sono rimasta sveglia fino allalba.
Mio padre è appena stato operato, intervenne Carlo, tuta sportiva e occhi rossi. Non gli posso far venire lansia. Lui sente e pensa al peggio.
Bisogna chiamare la polizia ogni volta, suggerì qualcuno. Almeno verbalizzano.
Ascoltai, rendendomi conto che non inventavano. Erano esecranti ma autentici.
Qualcuno ha parlato con lei? domandai.
Lho fatto io, rispose Anna. Mi ha trattato male. Ha detto: Non vi va bene, traslocate. E mi ha chiuso la porta in faccia.
È sempre così, aggiunse Francesca. Sembra ci debba qualcosa.
Pensai di raccontare del fratello, ma rimasi zitto.
Forse ha dei problemi accennai.
Tutti ne hanno, mi zittì Anna. Ma non svegliano tutto il condominio.
In quel momento, il campanello suonò. Anna aprì. Entrò Valentina Colombo, giacca scura, capelli domati, cartella e cellulare in mano. Il volto duro, senza paura.
Immagino che parliate di me, esordì.
Divenne tutto angusto, come nellascensore dellingresso.
Parliamo della situazione, disse Anna. Lei disturba.
Disturbo, ripeté Valentina, annuendo più a sé stessa che agli altri. Bene, ascoltate.
Appoggiò la cartella, la aprì. Uscirono alcuni fogli, certificati, prescrizioni mediche. Mise il telefono sul tavolo.
È mio fratello. È invalido al 100%. Dopo lictus. Non cammina, non si alza. Di notte ha crisi. Si soffoca, cade dal letto. Se non intervengo, si rompe la pelle sotto. Ogni due ore lo giro. Non sono mobili spostati: sono io che sollevo un uomo adulto che pesa più di me.
Parlava calma, ma nella voce sentivi il ferro della spossatezza. Sulle braccia, lividi giallastri.
Ho chiamato lambulanza tre volte in un mese. Guardate, mostrò i log delle chiamate sul cellulare. Queste sono le prescrizioni. Non sarei tenuta a dimostrarvi niente, ma state raccogliendo firme come se facessi festa qui dentro.
Nel silenzio qualcuno tossì, Francesca abbassò gli occhi.
Non lo sapevamo, mormorò.
Non sapevate perché non avete mai chiesto, tagliò secca la Colombo. Avete scritto sulla porta. Mi avete insultata in chat. Volevate provvedimenti. Quali? Che butti mio fratello giù dalle scale?
Nessuno lo ha detto, ribatté Anna. Ci sono delle regole. Dopo le undici stop ai rumori.
Le regole, sorrise amaro Valentina. Bene. Chiamerò il 112 e la polizia insieme, ogni volta. Verbalizzerete anche voi che mi vedete sollevare una persona? Farete da testimoni?
Dobbiamo allora solo sopportare? urlò quasi Carlo. Aveva la voce spezzata. Anche mio padre è malato. Non posso ogni notte sentire tumulti sopra la testa.
E secondo lei, io posso? Crede che sia piacevole anche per me? rispose Valentina, fissandolo negli occhi.
Calò il gelo. Cercai di spezzare la tensione, ma le parole semplici non venivano.
Anna Galli, più pacata: Signora Colombo, deve capire che è difficile per tutti. Se ci avesse avvisati
Avvisare cosa? Che mio fratello può morirci tra le mani di notte? Serrò la cartella. Io non so chiedere. E oggi non saprei neanche a chi.
Mi resi conto che era vero. Vivevamo vicini, ma non insieme. Ognuno era una porta chiusa.
Forse possiamo evitare di urlare, dissi con voce rauca. O troviamo ora un modo o non ne usciamo più.
Mi guardarono, a disagio. Non mi piaceva essere al centro, ma ormai ERA tardi per nascondersi.
Non ho firmato, continuai. Perché non serve accusare, solo a creare nemici. Ma non possiamo ignorare il problema; la salute è importante per tutti.
Anna mi fissò.
Allora, che proponi?
Ripensai a quella notte, nel corridoio.
Intanto, comunichiamo tra noi. Se cè qualcosa di grave di notte, signora Colombo, può scrivere un messaggio tipo ambulanza o crisi. Senza giustificarsi, solo così la gente sa che non sta spostando mobili.
Non ci sono obbligata partì lei, poi si fermò fissandomi. Va bene. Quando posso, lo farò.
Seconda cosa: sentite un rumore forte, anziché invocare la polizia, provate prima a chiamarla o bussare. Non per accusare, ma per chiedere se serve una mano. Solo se non apre, decidete come comportarvi.
Se ci risponde male? chiese Francesca.
Avrete fatto il possibile come persone, risposi. Vale per voi.
Anna sbuffò, ma non replicò.
E, aggiunsi rivolto alla Colombo, magari pensare a tappetini, ruote in gomma per le sedie, spostare se possibile i letti dalla parete. Se serve, posso aiutare.
Silenzio. Valentina, sottovoce: Il letto non si sposta. Ho fissato il sollevatore artigianale. Ma tappetini sì E poi se qualcuno può venire di giorno anche solo unora, a farmi prendere aria in farmacia
Qui la voce le morì. In cucina qualcuno si mosse.
Io potrei mercoledì, sussurrò Francesca, arrossendo. Mia madre sta col bimbo, io potrei unoretta.
Io anche, disse Carlo. Di giorno. La notte no.
Sentii la tensione calare appena, come fosse cambiata dabito.
Anna Galli prese il foglio delle firme.
Che facciamo con questo?
Lo guardai: cerano cognomi di persone con cui si scherzava in ascensore.
Penso che vada tolto dal tabellone. Se proprio qualcuno vuole fare denuncia, che lo faccia di persona, con date e fatti. Non così, con un vago prendere provvedimenti.
Quindi tu sei contro le regole? disse Anna, pesante.
Le regole sì, risposi. Ma non devono essere una clava.
Valentina Colombo rialzò gli occhi.
Togliete quella carta. Non voglio ogni giorno vedere chi mi mette sotto accusa.
Anna la piegò piano e la infilò nella cartella. Non capii se per rispetto o perché il gruppo si era ammorbidito.
Dopo la riunione, la gente scivolò fuori in silenzio. Sul pianerottolo, un paio provarono a fare una battuta ma si perse nel vuoto. Uscendo, mi ritrovai accanto a Valentina.
Lei fa male a mettersi in mezzo, disse.
Probabile, risposi. Ma non volevo finisse in tribunale.
Finirà lo stesso. Quando starà peggio.
Stavo per chiederle come si chiamava il fratello, ma lasciai perdere.
Se di notte dovesse servire aiuto, bussi. Sono qui.
Annui senza guardarmi.
Il giorno dopo, il foglio sul tabellone sparì. Ma sul gruppo comparve una nuova comunicazione. Anna Galli scriveva: Stabilito: in emergenza Valentina Colombo avvisa. Evitiamo litigi notturni. Se possibile aiuto di giorno, fate sapere a me.
Mi colpì la parola turno. Era troppo ordinata per il nostro palazzo, ma nel giro di unora arrivarono davvero alcuni messaggi: qualcuno poteva il lunedì, altri il venerdì. Alcuni restarono zitti.
Già la prima notte dopo la riunione ci fu nuovo fracasso. Mi svegliai di colpo, cuore in gola: 02:17. Poco dopo, un messaggio breve: Crisi. Arriva ambulanza. Niente emoticon, nessuna preghiera.
Restai a sentire il trambusto sopra. Immaginai Valentina che teneva suo fratello, cercando di non farlo soffocare. Lirritazione non spariva, ma si mischiava a tuttaltro: un peso silenzioso.
La mattina dopo incontrai Anna Galli in ascensore. Era pallida.
Ancora una notte così.
Ambulanza, Anna, risposi io.
Ho visto. Non sapevo così Ma non riesco a dormire. Ho la pressione alta.
Annuii. Non potevo sciogliere il suo malessere.
Forse i tappi per le orecchie? azzardai, sentendo la miseria del consiglio.
Tappi abbiamo fatto strada, vero?
La settimana successiva salii dalla Colombo verso mezzogiorno, come promesso. Avevo con me dei feltrini in gomma e un tappetino spesso presi dal ferramenta. Alla porta, mi aprì subito.
La casa sapeva di medicinali e di qualcosa di acido, come in ospedale. La stanza, piccola, aveva un letto addossato alla parete. Su di esso un uomo magro, volto fisso e sguardo perso. Accanto, una struttura fatta in casa con cinture e tubi fissati al telaio del letto. Capii perché il letto non si muoveva.
Ecco, mostrai il tappetino. Se lo mettiamo sotto il letto attutisce. E questi sotto gli sgabelli.
Lo sgabello fa rumore quando appoggio il catino, spiegò lei. Le braccia non ce la fanno più
Guardò le mani, già segnate e screpolate.
Aiutai a sistemare tutto, delicato, stando attento a non sconvolgere la struttura. Lentamente, sentii la schiena cedere. Lei badava che non rompessi nulla.
Grazie, disse quando finii. Stavolta il ringraziamento era vero.
Stavo uscendo quando il telefono squillò in corridoio. Lei rispose, il volto divenne plumbeo.
No, non posso. Sì. No, grazie.
Riagganciò.
Assistenza sociale. Mi dicono che la badante cè solo per due ore a settimana, e cè da aspettare. Ma a me serve tutti i giorni.
Non risposi. Il turno in condominio non era una soluzione, era una pezza.
Quella sera nel gruppo qualcuno scrisse: Perché dobbiamo aiutare noi? È problema suo, ci sono i servizi. Risposte tante, e non tutte cattive; chi spiegava le liste dattesa, chi criticava, chi metteva solo dei puntini.
Non intervenni. Mi sentivo stanco, ma non per la Colombo: per come ogni gesto verso laltro diventasse subito lite su chi ha ragione.
Pochi giorni dopo, in ingresso vidi un nuovo foglio: non provvedimenti, ma una tabella con giorni, orari, cognomi. Numero di Valentina Colombo, nota: Di notte, se necessario, avviso. Se qualcuno riesce ad aiutare a sollevare o attendere i soccorsi, scrivetemi. Il foglio, dritto e ordinato.
Mi diede una fitta: era fastidioso vedere quel foglio come lo era il primo. Solo che ora era unammissione: il guaio dietro la porta diventava una voce in una tabella.
Una notte, non resistetti. Sentii gran rumore, poi lei che mormorava tra i denti, non alle persone, ma al corpo. Bussai. Aprì senza catena.
Aiutami, disse piano.
Entrai, lasciai le scarpe nellangolo. Il fratello era caduto. Insieme lo sollevammo, uno sforzo che fece tremare le braccia. Lei non pianse, non ringraziò. Sistemò cuscini e controllò il respiro.
Uscendo, sentii una porta aprirsi di sotto, qualcuno sbirciava. Silenzio. Nessuno uscì o chiese niente. Il palazzo tratteneva il fiato.
La mattina seguente incontrai il vicino, Vittorio, che aveva firmato.
Senti, io quella volta ho firmato, ero stanco, ma non sapevo. Non avrei
Capisco, risposi. Ma ora conta solo cosa facciamo dopo.
Annuii, ma lo sguardo restava ostinato, come chi non vuole ammettere i propri sbagli, nemmeno con sé stesso.
Il compromesso funzionava, nel suo imperfetto modo. Di notte, ogni tanto, Valentina mandava un Ambulanza o Caduta. I messaggi cattivi notturni furono meno, i reclami più pacati la mattina. Qualcuno andava davvero ad aiutare, altri sparivano dopo una sola volta. Anna teneva la tabella, ma a volte restavano vuoti.
Mi accorsi che si parlava meno, negli spazi comuni. I saluti erano cauti, come se ogni parola potesse riaccendere la miccia. Il biglietto minaccioso non cera più, ma anche la leggerezza si era spenta. Persino per una lampadina rotta si diceva: Speriamo non sia come lultima volta.
Una sera vidi Valentina allascensore, con farmaci e un piccolo thermos. Il viso stanco.
Come va? le chiesi.
È vivo. Stanotte è andata bene.
Salimmo insieme. Al quarto mi fermai, ma esitai.
Se serve dissi. Sa dove trovarmi.
Annuii e aggiunse tutto dun fiato:
Allassemblea non volevo
Non completò. Fece solo un gesto, come a scusarsi.
Ho capito, replicai.
La porta dellascensore si chiuse, restai sul pianerottolo. Entrai, posai la giacca, le scarpe sul tappetino. In casa silenzio: mio figlio coi suoi auricolari, mia madre che chiamava per chiedere di venire a trovarla.
Guardai lo schermo, poi la porta dietro cui iniziavano le scale. Pensai a quei fogli che riescono a cambiare le persone: uno con le firme contro, uno con i cognomi di chi dedica unora al prossimo. E in mezzo lo spazio sottile tra due vicini.
Quella sera, nel gruppo, qualcuno scrisse: Grazie a chi ha aiutato oggi. E lasciamo da parte le discussioni personali. Per necessità scrivete in privato. Ma il messaggio si perse subito tra chiacchiere su rifiuti e ascensore.
Spensi il telefono e andai a mettere su il bollitore. Sapevo che forse avrei sentito nuovi colpi quella notte. E ora, svegliandomi, non avrei più pensato solo al mio sonno. Non mi rendeva migliore. Solo partecipe.






