Fu cacciato nella notte di Capodanno; anni dopo aprì loro la porta, ma non verso il luogo che si aspettavano.

Fu cacciato nella notte di Capodanno; anni dopo aprì loro la porta, ma non verso il luogo che si aspettavano.

Quella notte di San Silvestro, i genitori lo buttarono fuori di casa. Dopo tanti anni, lui aprì loro la portama non nel modo in cui loro speravano di entrare.

Alle finestre tremolavano lucine, nelle case si cantavano canzoni natalizie e ci si abbracciava davanti allalbero. La città era immersa nella magia delle feste. Lui, invece, restava sul portico, solo, con una giacca leggera e pantofole, lo zaino gettato nella neve, incapace di credere che tutto stesse davvero accadendo. Solo il vento tagliente e i fiocchi di ghiaccio che gli sferzavano il viso gli confermavano: non era un sogno.

Vattene! Non voglio più vederti!urlò il padre, e il pesante portone sbatté rumorosamente davanti a lui.

E la madre? Stava in un angolo, silenziosa, le spalle curve, gli occhi fissi sul pavimento. Non una parola. Non un gesto verso di lui. Si morse solo il labbro e si voltò. Quel silenzio fu più straziante di qualsiasi urlo.

Marco Bianchi scese i gradini di casa. La neve gli inzuppò subito i piedi. Camminò senza sapere dove andare. Dietro le finestre, la gente sorseggiava tè, scartava regali, rideva. Lui, indesiderato da tutti, si perse nel bianco silenzio dellinverno.

La prima settimana dormì dove riusciva: alle fermate degli autobus, nelle scale dei palazzi, nelle cantine. Ovunque lo cacciarono. Mangiò quello che trovava nei cassonetti. Una volta rubò un pane. Non per cattiveria, ma per disperazione.

Un giorno, un vecchio col bastone lo trovò in una cantina. Gli disse: «Resisti. Il mondo è crudele. Ma tu non esserlo.» E se ne andò, lasciandogli una scatoletta di tonno.

Marco custodì quelle parole nel cuore per sempre.

Poi si ammalò. Febbre, brividi, deliri. Stava quasi per morire quando qualcuno lo tirò fuori dalla neve. Era Anna Rossi, unassistente sociale. Lo abbracciò e sussurrò: «Tranquillo. Non sei più solo.»

Finì in un centro daccoglienza. Era caldo. Profumava di minestra e speranza. Anna veniva ogni giorno. Gli portava libri. Gli insegnava a credere in se stesso. Gli diceva: «Hai dei diritti. Anche se non hai nulla.»

Lui leggeva. Ascoltava. Memorizzava. E si promise che un giorno avrebbe aiutato altri, altrettanto smarriti.

Superò la maturità. Si iscrisse alluniversità. Studiava di giorno, lavava i pavimenti di notte. Non si lamentava. Non cadeva. Divenne avvocato. E ora difendeva chi non aveva casa, né protezione, né voce.

E poi, un giorno, dopo tanti anni, nel suo ufficio entrarono due personeun uomo curvo dalletà e una donna con trecce bianche. Li riconobbe subito. Il padre e la madre. Quelli che in una notte di gelo lo avevano gettato in strada.

Marco perdonacisussurrò il padre.

Lui rimase muto. Dentro, nulla. Né odio, né dolore. Solo una fredda chiarezza.

Il perdono può esserci. Ma il ritorno, no. Io morii per voi quella notte. E voi per me.

Aprì loro la porta.

Andate. E non tornate mai più.

Poi tornò al lavoro. A una nuova pratica. A un bambino che aveva bisogno di aiuto.

Perché sapeva comè stare scalzo nella neve. E sapeva quanto conta che qualcuno, in quel momento, ti dica: «Non sei solo.»

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