Vittorio, hai tirato fuori il servizio buono? Quello con il bordo dorato, non quello di tutti i giorni. E controlla i tovaglioli, ti prego, li ho inamidati proprio per farli stare dritti come nei ristoranti brontolava Elena in cucina, sistemando una ciocca ribelle che le ricadeva sulla guancia. Dalla stufa arrivava il profumo di anatra alle mele arrosto, le verdure per il contorno ribollivano sui fornelli, il frigo era stipato di antipasti preparati in piena notte.
Vittorio, obbediente, salì sulla scaletta verso la credenza.
Dai, Elena, ma che esagerazione è questa? Siamo tra di noi. Vengono Gianni, mamma e zia Valeria. Anche se gli dai da mangiare nei piatti di plastica, basta che non fai mancare il vino, sospirò mentre scendeva con la scatola del servizio buono di Capodimonte.
Non fare storie. Oggi è il nostro anniversario, quindici anni: nozze di cristallo. Lo voglio perfetto. E poi lo sai comè tuo fratello. Se metto un piatto semplice, dirà che siamo diventati poveri; se cè una sbeccatura, che siamo trasandati. Almeno una volta, lasciamolo senza appigli per le sue battute squallide.
Vittorio sospirò afflitto. Elena aveva ragione. Suo fratello maggiore, Giovanni, era una di quelle persone complicate, per usare un eufemismo. In momenti di confidenza, Elena lo chiamava proprio un campione di maleducazione, convinto di essere un eroe popolare solo perché sfrontato e brusco.
Mi raccomando, oggi non rispondere alle sue provocazioni, disse Vittorio, asciugando i piatti. È in un periodo difficile, niente lavoro, la moglie lha mollato… È nervoso come un bulldog.
Vittorio, il suo periodo difficile va avanti da quarantanni. E la moglie se nè andata per istinto di sopravvivenza, tagliò corto Elena assaggiando il sugo. Resisterò finché reggo. Ma se torna a fare scherzi sulla mia taglia o sul tuo stipendio, non garantisco.
Puntuale, alle cinque, suonò il campanello. Arrivò per prima la suocera, Antonina, una donna mite e devota ai figli maschi, soprattutto il disgraziato. Poi comparvero zia Valeria con lo zio Nino. Giovanni, immancabilmente, arrivò in ritardo di quaranta minuti, tra lodore acre del fumo e una folata di vento da qualche via poco frequentata di Torino.
Eccomi! Non mi aspettavate, eh? Ma eccomi! il suo vocione riempì lappartamento, più stretto che mai. Oh, Vittò, pensavi non avessi portato niente? Tieni!
Mollò fra le mani del fratello un pacco squadrato avvolto in giornale.
E questo cosè? chiese Vittorio incerto.
Un set di cacciaviti presi allEurospin. Prima o poi ti servono! Tu coi lavori in casa sei scarso, manco il martello sai dovè.
Elena si sforzò di sorridere.
Ciao, Giovanni. Entra e lavati le mani. Ti aspettavamo.
Lo sguardo di Giovanni la fece rabbrividire, come se la schizzasse dacqua gelida.
O bella, Elena! Ma che ti sei messa, labito nuovo? Sembri una carta di una caramella o vuoi distrarre dagli anni? Scherzo! Dai, sei ancora una bella ragazza, abbondante.
Vittorio tossì per alleggerire latmosfera.
Dai, Giovanni, siediti. Lanatra si raffredda.
A tavola, Giovanni prese il comando. Si versò un finger di grappa senza aspettare brindisi e infilzò un pezzo di acciuga.
Auguri per lanniversario, piccioncini! Quindici anni roba seria. Come ci riuscite? Io giusto cinque con la mia Francesca, e pensavo già di impiccarmi. Le donne sono come le sanguisughe, ti prosciugano! Tua moglie almeno cucina. Anche se qui masticò lacciuga e fece una smorfia hai esagerato col sale, Elena. Sè innamorata, o le tremava la mano dalla vecchiaia?
Antonina, premurosa, si affrettò:
Giovanni, Elena cucina benissimo. Assaggia linsalata di lingua, è fresca.
Di lingua? Ah, ottimo! La nostra Elena ne ha tanta, le fa bene. Lasciamo stare, mamma. Dico sempre le cose come stanno, per questo mi rispettano.
Posando il piatto caldo, Elena sentì il sangue accelerare nelle vene. Guardò Vittorio, imbambolato sulla tovaglia a motivi veneziani, paralizzato dalla paura del fratello, del litigio, del fallimento della cena.
Solo una sera, pensò Elena. Respira. Per Vittorio e sua madre.
Giovanni, come va il lavoro? Avevi detto di un colloquio, no?
Il cognato fece un cenno, riempiendosi di nuovo il bicchiere.
Bah, nemmeno chiedere. Solo deficienti in giro. Mi sento uno che lavora da quando quelli erano ancora in fasce, e un ragazzino mi chiede robe da informatico! Gli ho risposto: Quando tu andavi in giro in calzoncini, io lavoravo! Ed eccomi qui. Magari apro unattività mia… comunque, Vittò, mi presti un cinquecento euro fino a fine mese? Ho lidraulico da pagare.
Elena si bloccò con la ciotola in mano.
Giovanni, non hai ancora restituito i mille euro che hai preso a giugno per la macchina, ricordò serafica.
Giovanni arrossì e attaccò.
La contabilità! E Vittorio, vedi come ti controlla? Passo falso e zac! Sto chiedendo a mio fratello, non a te. Sei così sotto il suo tacco che non puoi nemmeno aiutare un parente?
Vittorio la guardò un po sconfitto poi al fratello.
Davvero, Gio, ora siamo stretti con i soldi. Abbiamo appena finito il mutuo…
Lo vedo che siete stretti! sbottò Giovanni indicando lanatra. Caviale, salmone, tutto rosso. Siete dei signori! Ma il fratello può anche morire di fame. Ecco chi sei, Elena: una tirchia. Tutto per la casa, tutto per te, e la famiglia può anche arrangiarsi.
Giovanni, non agitarti, tentò Antonina passandogli un supplì. Mangia, Elena ha cucinato tanto.
Sì, ha cucinato… ma per chi altro sta così attenta? Il capo, forse? Giovanni fece locchiolino al fratello, infame. Dicono che Elena è stata promossa. Vicecapo dipartimento. Chissà per quali meriti Belle occhiatine? O magari facevi gli straordinari per davvero?
Nel silenzio che cadde, persino Zia Valeria smise di masticare. Vittorio alzò lo sguardo, le orecchie in fiamme.
Cosa dici? bisbigliò.
Dico la verità! Tu sei un fesso, lavori in fabbrica per due lire e tua moglie fa carriera. Ma pensi che ti ami? Sta con te per pietà! O perché sei buono a portarle la borsa. Guarda come sei ridotto! Un panno da spolvero!
Basta, la voce di Elena fu gelida e ferma, anche se le mani tremavano. Posò la ciotola con grazia sorda.
Ahi, la comandante si fa sentire! rise Giovanni. Che cè, la verità brucia? Mi sono sempre chiesto cosa avesse trovato in te, Vittorio. Sei una lagna, Elena! Meglio la mia ex, bella e sveglia, anche se era una bisbetica. Tu una scialba convinta di essere una regina solo perché hai messo sotto tuo marito.
Elena fissò il marito. Aspettava. Sperava che lui si alzasse, sbattesse la mano sul tavolo, dicesse basta. Ma Vittorio rimaneva schiacciato dal solito antico timore.
Allora basta, pensò Elena.
Si alzò in piedi, sistemò il vestito e in tono glaciale, da far rabbrividire anche lo zio sordo, disse:
Alzati e levati da casa mia.
Giovanni tossì ridendo.
Che? Il calore dei fornelli ti ha dato alla testa?
Ho detto: fuori. Adesso.
Questa è pure di mio fratello! strillò Giovanni. Vittorio, hai sentito? Dice che mi caccia! Tuo fratello!
Vittorio alzò la testa. Negli occhi il dolore. Guardò Elena, poi il suo viso pallido e deciso. Sapeva che zittendo ora, avrebbe perso tutto.
Giovanni, disse rauco. Vai via.
Giovanni sbiancò. Non si aspettava questa alleanza.
Ma siete matti? Mamma, hai visto? Mi buttano fuori! Per una battuta!
Non era una battuta, Giovanni, Elena girò il tavolo e indicò la porta. Hai umiliato me, hai ferito tuo fratello in casa sua, alla sua tavola. Mangi il mio cibo, bevi il mio vino e ci insulti. Ho sopportato per quindici anni per la pace in famiglia. Ma hai superato il limite. Fuori.
Andate allinferno! Giovanni si alzò di scatto, rovesciando la grappa. La macchia rossa si allargò sulla tovaglia bianca come una piaga. Statevene così, con le vostre insalate! Intellettuali del cavolo! Non metterò più piede qui!
Me lo auguro, rispose Elena. E niente soldi, mai più. Fattela tu la fortuna, imprenditore.
Giovanni paonazzo arraffò la bottiglia di grappa (Non si butta via niente!), la mise sotto lascella e se ne andò sbattendo i tacchi in corridoio.
Vittorio, te ne pentirai! urlò dalla porta. Preferisci una donna che un fratello! Pantofolaio!
La porta sbattuta fece tintinnare i bicchieri nella credenza.
Ci fu silenzio, denso come panna. Solo il ticchettio dellorologio e il respiro di Antonina. Lei era seduta con il fazzoletto sulle labbra, le lacrime in bilico.
Elena, sussurrò tremante. Così brusco Lui non ce lha con voi, è così… si lascia andare dopo aver bevuto un po troppo.
Elena si voltò verso la suocera. Il suo autocontrollo stava vacillando, ma reggeva.
Antonina, capisco. Chiasso è ridere forte. Umiliare tua nuora e chiamare il proprio fratello buono a nulla non è calore, è sciacallaggio. Non voglio più che casa mia sia una discarica per la sua rabbia. Se vuoi compatirlo, sei libera. Ma non qui e non a tavola mia.
La suocera trattenne un singhiozzo. Zia Valeria, pratica, sbatté la forchetta sul piatto.
Ma che anatra superba, Elena! Si scioglie in bocca. E hai fatto bene: era ora di mettere in riga quel bue. Mi ricordo il vostro matrimonio, mha schiacciate tutte le dita e nemmeno una scusa. Vittorio, passami il vino, ho bisogno di un po di forza!
Latmosfera si sciolse. Vittorio sembrava svegliarsi da un incubo, prese la bottiglia con la mano tremante e guardò Elena finalmente con gratitudine e miracolo rispetto.
Scusami, le sussurrò versandole il succo di melograno. Dovevo pensarci io.
Va bene, Elena posò la mano sulla sua. Limportante è che siamo insieme. E senza di lui.
Il resto della sera fu sorprendentemente lieve. Senza Giovanni, laria sembrava più fresca, tutti risero senza cattiveria, raccontando aneddoti. Antonina, dopo un paio di bicchieri di limoncello e una fetta di millefoglie, si intenerì e si mise a cantare con la zia.
Quando gli ospiti uscirono, Elena e Vittorio restarono fra una montagna di piatti sporchi. Elena si sedette stanca, guardando la macchia di vino.
Tovaglia rovinata, temo Era un regalo della mamma.
Vittorio si avvicinò e la abbracciò.
Chissenefrega della tovaglia. Ne compriamo una nuova. Anche dieci. Sei stata non so come dire. Da applauso. Mi chiedo come ho fatto a lasciargli rovinare ogni festa. Ero abituato da piccolo: lui il grande, lui il rumoroso, lui tutto. Mamma diceva: Concedi a Giovanni, lui è complicato. E io lasciavo fare.
Lo so, Vittorio. Ma siamo una famiglia. Di cristallo: fragile, sì, ma splendida. E non lascerò che la rompa uno cafone col set di cacciaviti dellEurospin.
Risero. Finalmente la tensione si sciolse.
Ah, il set, prese il pacchetto da tavolo. La cosa buffa? Laveva già regalato a me tre anni fa a Natale. Se lè preso indietro e ora me lha ridato.
Vedi? La stabilità è una virtù.
La mattina dopo, il telefono di Vittorio vibrava furiosamente: chiamava Giovanni. Vittorio fissò a lungo lo schermo con scritto Fratè; guardò Elena che sorseggiava il caffè immersa nella lettura, abbassò il volume e lo girò a faccia in giù.
Non rispondi?
No. Che si riposi. Magari non risponderò mai più. Sai che mi è piaciuto il silenzio di ieri sera?
Mamma ci starà male, osservò Elena.
Ci passerà. Anche lei deve capire che ho i miei limiti. Anzi, li abbiamo. Siamo una squadra adesso?
Una banda, rispose Elena. Banda degli amanti della tranquillità e dellanatra alle mele.
Dopo una settimana, Elena seppe dalla suocera che Giovanni in giro lamentava di essere stato cacciato senza motivo dalla nuora pazza, mentre il povero fratello osservava muto. Ma da allora i parenti bussavano più spesso a casa loro, e si comportavano con una gentilezza tutta nuova. Pare che la fama di casa dove non si tollera la cafonaggine avesse funzionato meglio di qualunque antifurto.
Ah, la tovaglia? La macchia sparì. Elena la ripulì col metodo della nonna: sale grosso e acqua bollente. Come Giovanni dalla loro vita. Un po di fatica, un lieve bruciore. Ma ora tutto è pulito e splende.






