Galina rientra dal supermercato e inizia a sistemare la spesa, quando improvvisamente sente uno stra…

Giulia rientrò a casa dal supermercato e iniziò a sistemare la spesa tra le nebbie tremolanti di un sogno. Allimprovviso, un suono strano, come di stoviglie che cantano, arrivò dalla camera del figlio e della nuora. Decise di andare a controllare, camminando su un pavimento fatto di piastrelle che sembravano squame di pesce. Caterina, dove te ne vai? chiese, sorpresa, vedendo la nuora con una valigia e abiti che sfrecciavano nellaria come rondini. Vado via! rispose Caterina tra le lacrime, ogni goccia che cadeva si trasformava in una perla dargento. Come via? Dove? Cosè successo? domandò ancora Giulia, sentendo il pavimento ondeggiare sotto i piedi. Guarda qui, disse Caterina in silenzio, porgendole una lettera che profumava dantico. Giulia la aprì e le parole dentro formavano un tunnel senza uscita. Rimase immobile.

Antonio aveva portato la sposa, Caterina, nel suo paesino alle porte di Lucca, nella casa costruita pietra su pietra dal padre. La madre era raggiante: a trentadue anni il figlio finalmente sera deciso. Ne aveva conosciute di ragazze, aveva gironzolato nei vicoli, e ora finalmente era tornato. Un aiuto per quando le ginocchia di Giulia avessero deciso di non piegarsi più.

La casa era piena, la tavola sempre imbandita, i pavimenti odoravano di basilico e di pane appena sfornato. Il padre ormai se nera andato, lasciando dietro di sé una casa salda e terre distese a perdita docchio. Tutto per la famiglia. Eppure Antonio era figlio unico: Giulia non era riuscita a portare altro grembo avanti, e ormai la fatica del podere aveva piegato ogni possibilità. Anni prima anche il marito era stato inghiottito dalla stanchezza, lasciando la moglie a doversi arrangiare con il trattore e con gli olivi.

Caterina era giovane, forse dieci anni meno di Antonio, pensava Giulia tra le decorazioni in maiolica della cucina. Una ragazza minuta, con occhi che avrebbero potuto essere di sua figlia. Anche Giulia ricordava di essere arrivata con una valigia piccola e pochi sogni, stropicciati sotto la biancheria profumata di lavanda. Ma il figlio aveva scelto, e così sia. Forse per unorfana era anche meglio avere casa.

Tutte le ragazze del paese invidiavano Caterina: aveva preso lunico scapolo bello e benestante. E quante ci avevano provato, ogni sabato sera alle sagre. Ma Antonio correva diritto, dalla vigna a casa, dalla stalla ai bambini. Caterina aveva dato alla luce due maschietti e una femmina.

Quando la minore aveva cinque anni e il maggiore aveva appena compiuto dieci, Antonio decise, con un amico, di andar via a Milano per lavorare. Non ti bastano i soldi, Antonio mio? Grazie a Dio non ci manca niente diceva la mamma ci sono i vostri stipendi, la mia pensione, e la terra. Chi si prende cura del podere? Io inizio a non farcela. Ormai sono stufo della campagna, mamma. Trovo un lavoro, porto la famiglia in città. Ai bambini serve studiare. E ora di vendere questa casa. Vieni anche tu con noi.

Antonio, la scuola è qui dietro, sussurrava Caterina.

Sei cittadina tu, ti vedo! rispondeva lui.

Se il mio orfanotrofio era a Firenze non conta, io qui non ho memoria. Ma tua mamma? E noi tre bambini in città dove finiamo? e Caterina si asciugava furtiva una lacrima.

Basta! Si fa come dico io. E tu sistemati, non ti posso più vedere così: esausta, spenta.

Caterina e Giulia vivevano in sintonia. Giulia la proteggeva sempre più, soprattutto con larrivo dei nipoti. A volte pareva quasi sua figlia. Anche Caterina si era affezionata, la chiamava mamma da subito.

Un giorno, tra le lenzuola ancora umide di primavera, Caterina pianse. Vuol partire? Che vada disse Giulia vedremo.

Antonio prese il treno, scriveva lettere su carta che saporava di uva passa. Niente cellulari allora. Riappariva ogni sei mesi, coi regali e qualche banconota in euro che lasciava in cucina, e ripartiva. Lamico di Antonio tornò a casa, ma la moglie, una notte tremolante, raccontò a Giulia che il figlio conviveva ormai con una ricca signora di Milano, per cui stava ristrutturando lappartamento. Sta lì e non lavora nemmeno. Giulia non volle dir nulla a Caterina; forse non era vero. Ma il paese è piccolo, e le voci sono uccelli grassi e veloci. Presto Caterina, persona trasparente, cominciò a mettere via le sue cose.

Dove vai?

Caterina, in silenzio, passò una lettera che pareva più un frammento di sogno.

Caterina, perdonami, ma ho trovato unaltra. La casa di mia madre resterà mia. Non perdere tempo, fatti una vita e tira su i bimbi. Qui ci sono dei soldi per ricominciare da sola. Antonio.

Se ne andato. Che resti pure dove vuole. Voi non vi muovete disse Giulia decisa non porterò i bambini in giro per il mondo. Non ce la farei senza di voi. Nessuno vi manderà via. Non lo permetto.

Un giorno, Antonio riapparve paonazzo, con la nuova moglie e una macchina con il cofano che brillava come una pizza calda. Non sapeva che i bambini erano ancora lì a casa di Giulia. Non glielaveva detto. La figlia, ormai dodicenne, corse da lui piangendo. Il maggiore si avvicinò, Antonio tentò un abbraccio, ma lui prese la sorella e la portò via. Il mezzano li seguì.

Non è un padre, è un traditore. Andiamo disse piano. E si misero a lavorare.

Antonio osservava in silenzio mentre il figlio saliva sul trattore e arava il campo di patate. Gli altri due accudivano i conigli nuovi arrivati, il podere ora non era mai stato così pieno di vita.

E la loro mamma? Se nè andata, ti ha lasciato i bambini chiese Antonio a Giulia.

Non giudicare con il tuo metro. Si chiama Caterina. Già dimenticato? Sta per tornare dal lavoro. Ma spiegami, cosa ci fai qui con la signora?

Dobbiamo parlare.

Allora parla e vattene, prima che torni Caterina.

Siamo venuti a prendere te.

E io pensavo ai bambini.

Loro hanno una madre. Tu è meglio che stia con me. Vendiamo la casa, ci ricaviamo molto, con la terra. Ti compro una casa vicino a noi, con i soldi avrai da stare bene.

E i bambini? Rispondi.

Caterina può portarseli in città, prendere una casa in affitto, avranno più opportunità.

Le opportunità si cercano se si vuole. Loro non vogliono, sennò avrebbero già lasciato la campagna.

Ti abbiamo avvisata. Abbiamo già un compratore. Ma decidi in fretta.

Non cè nulla da decidere. Questa non è più casa mia.

Mamma, cosa dici?

In quel momento entrò Caterina, trasfigurata dagli anni e dalla forza: bella, con vestiti nuovi, gli orecchini della mamma di Giulia, un taglio elegante di capelli. Non restava nulla della Caterina di un tempo. Più radiosa della nuova moglie di Antonio, che arrossì vedendola.

Cosa aspettate, non mettete in tavola? Lospite se ne va, disse Caterina, sorridendo malinconica.

Lospite ha già detto la sua mormorò Giulia, grazie per la visita, figlio. Tu, signora, addio. Spero di non vedervi mai più.

Tieni, mamma, qui il telefono. Se cambi idea, chiamami disse Antonio, posando un pezzo di carta come fosse una foglia caduta, e uscì.

Antonio tornò solo una volta, anni dopo, solo per salutare la madre. Caterina lo chiamò, in fondo era pur sempre suo figlio. I bambini ormai grandi, il maggiore già con figli suoi, parlavano con lui come si fa con un estraneo. La figlia neppure si avvicinò.

Caterina, i figli sono grandi. Questa è casa mia, ho il diritto di starci. Sono divorziato, voglio tornare. Se vuoi restare bene, se no puoi andare.

Caterina, senza dire una parola, prese i documenti dal cassetto. La casa era ormai sua, da quando Giulia glielaveva lasciata, proprio nellanno in cui Antonio le aveva scritto quella lettera. Antonio se ne andò in silenzio. Caterina non lo trattenne: non aveva niente, oramai, che la legasse a lui. Aveva i suoi figli, e ora anche nipoti. E il sogno svanì come una tazza di caffè evaporato nellaria del mattino.

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