Riso al posto di tartufi
Ero ai fornelli, fissando la casseruola mentre il sugo in cui avevo investito due ore della mia serata si stava separando davanti ai miei occhi. Doveva essere una vellutata salsa ai tartufi per il risotto ai porcini: compatta, liscia, viva. Invece lolio galleggiava e la crema si era tutta raggrumata in fondo.
Abbassai la fiamma e ricominciai a montare il burro freddo a cubetti, lentamente, in senso orario. Le mani si muovevano da sole, il gesto antico. Fuori era già buio: Roma saccendeva di lampioni, e lungo via dellOrso si sentiva il traffico. Un giovedì dottobre come tanti.
Maria, quanto manca? Ho fame dalla pausa pranzo delle due.
Giorgio era fermo sulla soglia della cucina, come faceva sempre. Non metteva mai piede oltre la soglia, come se la cucina fosse terra straniera. Mani in tasca, quello sguardo che in ventitré anni non avevo mai saputo definire. Non impazienza. Unaltra cosa.
Venti minuti al massimo, dissi senza guardarlo. La salsa fa i capricci.
Venti minuti. Capito.
Se ne andò. Sentii il divano cedere sotto il suo peso in soggiorno, il suono della TV che partiva a volume alto e poi si abbassava subito. Era il suo modo di mandare segnali. Segnali che io conoscevo bene.
Alla fine la salsa venne, non perfetta, ma quasi. Il risotto era quello giusto, cremoso come volevo. Sistemai tutto sul piatto, una spolverata delle mie ultime lamelle di tartufo nero preso al mercato da un conoscente, pagato quanto un pranzo in trattoria per me e la mia migliore amica.
Misi i piatti a tavola. Accesi le candele. Non per romanticismo, semplicemente perché la luce fioca fa sembrare il cibo (e me) meno stanco.
Giorgio sedette, prese la forchetta. Guardò a lungo il piatto.
Ancora risotto, disse infine.
Avevi chiesto qualcosa coi funghi.
Dovevano essere funghi, non per forza risotto. Settimana scorsa ho preso un risotto ai funghi al ristorante di Sergio. Lì il cuoco è un professionista, Maria, è unaltra cosa.
Mi sedetti di fronte, forchetta in mano.
Prova, almeno.
Assaggiò. Masticava lento, come se stesse giudicando qualcosa di importantissimo.
Il riso è passato.
È al dente, come devessere.
Secondo te. Daccordo.
Mangiammo in silenzio. Io guardavo la fiamma delle candele, lui fissava il piatto con quello stesso sguardo indecifrabile. Roma scorreva dietro i vetri, pesante e ignara del nostro tavolo.
La salsa è un po grassa, aggiunse a piatto quasi finito.
Non risposi.
Sai perché te lo dico? Per onestà. Se vuoi davvero diventare brava in cucina, servono critiche vere, non solo complimenti.
Non ti ho chiesto unopinione, dissi.
Sbagli.
Poi tornò al suo calcio, lasciandomi a sparecchiare, lavare piatti e raschiare lennesima salsa ai tartufi dal fondo. Salsa che costava come un flacone di profumo di marca, per la quale avevo consultato un libro francese comprato a un corso da centocinquanta euro. Che avevo anche trasportato con cura da Trastevere in un contenitore apposta.
Grassa.
Mi appoggiai con le mani al lavello e fissai lacqua sparire nello scarico. Poi mi asciugai, spensi la luce della cucina e me ne andai in camera.
Una sera come tante.
***
La suocera, Signora Rosa, arrivò sabato alle tre. Chiamava sempre quaranta minuti prima e io avevo tempo di sistemare il soggiorno e preparare qualcosa per il tè. Era il tipo di persona che nota il disordine ma non lo dice mai direttamente; solo lo sguardo, appena, sul davanzale.
Settantotto anni. Piccola, asciutta, la schiena dritta come una donna di trenta. Vedova da sei. Abitava da sola al quartiere Parioli, ostinatamente, nonostante tutte le insistenze di Giorgio a trasferirsi. Io non avevo mai fatto pressioni. Lo sapevamo entrambe senza mai dire nulla.
Quel sabato Rosa sembrava un po pallida. Lo notai appena aprii la porta.
Prego, signora Rosa. Ho preparato una torta alle noci.
Grazie, Maria. Giorgio è in casa?
Da Sergio. Torna per cena.
Annuii, attraversò il corridoio ma invece della sua amata poltrona in salotto si fermò in cucina, cosa insolita. Versai il tè, tagliai la torta. Sedemmo una di fronte allaltra.
Come sta?
Così così. Pressione alta. Niente di grave.
Prese un pezzetto di torta, un morso minuscolo.
È buona, mi fece con naturalezza e calore. Sentii qualcosa serrarsi in gola.
Restammo in silenzio. Lei sorseggiava il tè, guardando fuori: sui platani quasi spogli per la fine di ottobre.
Maria, posso chiederti una cosa? Prometti che non ti offendi?
Farò del mio meglio.
Mi guardò a lungo.
Ti ricordi che prima facevi la designer?
Non me lo aspettavo.
Sì, certo.
Brava designer?
Dicevano di sì.
Io lo so che sì. Ho visto i tuoi lavori. Ti ricordi quella casa sul Gianicolo per una famiglia di medici? Ci sono stata da loro una sera. Bellissima. Ci ho pensato: ecco una che sa vedere gli spazi.
La guardavo in silenzio.
Perché mi chiede questo, signora Rosa?
Posò la tazza, con la precisione di chi è abituato alla disciplina.
Perché mi sento in colpa, disse lei piano.
Non sapevo che dire. Per la prima volta in tanti anni la sentivo parlare di sé.
Avrei dovuto dirtelo prima. Tanto prima. Magari dieci anni fa, quando lasciasti il lavoro. Invece zitta. Pensavo, non sono affari miei. Pensavo, magari vuoi proprio questo. Magari va bene così.
Guardava le mani composte sul tavolo. Belle mani, lunghe e ordinate.
Giorgio non sopporta i piatti complicati.
Pensai di aver solo sentito male.
Cosa?
Non gli sono mai piaciuti. Da ragazzo aveva sempre problemi di stomaco il medico glielha detto trentanni fa: mangia semplice, pasta, minestre, carne lessa. Riso e polpettone: questo ha sempre amato. Da bambino mangiava solo quello, ogni giorno, e la sua felicità era lì.
In cucina scese il silenzio. Solo il borbottio del frigo, come un ricordo lontano.
Allora perché, iniziai io appena, la voce incerta.
Perché chiedeva fois gras, tartufi e diceva che la salsa non era mai abbastanza vellutata, proseguì lei, tranquilla. Eh.
Mi sollevò gli occhi addosso. In essi cera qualcosa di grande e severo, non rabbia, non pietà, un peso antico.
Perché quello che gli piaceva era vederci provare, spendere soldi e tempo, aspettare il giudizio. Gli piaceva vederti sudare per lui. Criticare. Sentirsi superiore.
Misi giù la tazza, piano.
Capisce cosa sta dicendo?
Sì. Ho pensato tanto prima di parlarti così. Ma capisco.
E ha taciuto per dieci anni.
Per trentotto, Maria. Da quando Michele ha iniziato a fare lo stesso con me.
Michele, suo marito e padre di Giorgio. Lavevo conosciuto poco prima che morisse, un uomo imponente, elegante nei modi.
Era un gastronomo, disse lei, amaramente ma senza emozione evidente. Anche lui. Anche io cucinavo, ci provavo, sentivo che la carne era stopposa, il sugo pesante. Poi una volta lho visto mangiare riso con la madre in campagna felice, zitto, tre piatti, burro, pane. In silenzio, sereno.
Stavo in ascolto. Fuori iniziava a piovere.
Lho capito. Ma non me ne sono andata. Era unaltra epoca, non si lasciava. E Giorgio ha visto, ha imparato. Ha usato lo stesso metodo.
Lo fa apposta, ormai non era più una domanda.
Non penso che ci ragioni, no. La gente vive come ha visto. Solo così sa essere importante. Al costo dellaltro.
Mi alzai. Non per andarmene, ma perché non riuscivo a stare seduto. Alla finestra, guardai la pioggia sulla via, i passanti che camminavano con lombrello.
Dieci anni.
Dieci anni di corsi di cucinabase, avanzati, speciali su francesi e italiani. Libri, video, discussioni nei forum, contadini e mercati specifici. Abbinamenti di vini, ricerche di sapori, notti sveglio a pensare a una nuova salsa.
Ho creduto fosse la mia fascia nuova, la mia vocazione, dopo aver lasciato il design.
Ma lui dentro di sé sognava solo il riso al burro.
Perché ora me lo dice? chiesi.
Perché sono vecchia, rispose lei serena. E tu ancora giovane. Hai cinquantadue anni. Non è vecchiaia, è quasi linizio.
Mi voltai. Mi guardava senza pietà: era giusto così.
E anche perché mi sento responsabile. Non lho fatto apposta; ma ho cresciuto mio figlio così. Lho mostrato io che era normale. E ora almeno posso dirti la verità.
Tornai al tavolo. Presi il tè ormai freddo.
Non cambierà mai, sentenziò. Non ti do consigli. Ma ora lo sai.
Finimmo in silenzio. Laiutai col cappotto, i bottoni le danno problemi ora.
La torta alle noci era davvero buona, disse sulla porta.
Grazie.
Semplice. La migliore che mi hai fatto.
Uscì. Rimasi in corridoio guardando i giubbotti di Giorgio appesi.
***
Nei due mesi successivi cucinai come sempre. Terrina danatra, bisque di aragosta (andando apposta al mercato), dessert giapponese imparato allultimo corso.
Lui assaggiava, criticava, io tacevo.
Ma dentro sentivo qualcosa di diverso. Come se ci fosse un vetro tra me e la scena: vedevo tutto da fuori. Il sugo, il limone grattugiato, lo zafferano aggiunto, il piatto portato e quellattesa: lui prendeva la forchetta, io osservavo il suo volto prima che parlasse. A rileggerlo, era soddisfazione. Non per il cibo. Per lattimo prima della critica. Quellattimo lo viveva da protagonista.
Pensavo ai progetti da designer: entravo in una stanza e ne vedevo il potenziale reale. Parlavo con i clienti e capivo i loro veri desideri. E gioivo quando finalmente restavano in silenzio davanti alla stanza pronta.
Avevo uno studio mio. Un piccolo ufficio a via di Ripetta con altre due colleghe. Caffè cattivo, discussioni notturne su colori e materiali.
Giorgio diceva che non era serio. Che bisognava scegliere: famiglia o lavoro. Lui guadagnava bene, io non avevo bisogno di lavorare. Mi convinsi anchio. Avevo quarantadue anni, pensai che ci sarebbe stato tempo.
Dieci anni sono passati.
Presi il telefono e scrissi a Chiara Bellini, unex collega. Lei ancora lavora nel design, ha uno studio piccolo. Ogni tanto ci sentivamo per gli auguri, nulla di più.
Ciao Chiara, ti va di vederci? È tanto che lo penso.
Rispose mezzora dopo:
Maria! Ma certo, domani?
***
Il giorno dopo eravamo in un bar su via del Corso. Chiara era sempre lei: taglio corto, qualche filo dargento nei capelli che la rendeva più intensa.
Sei in gran forma, disse.
Sei una pessima bugiarda.
Rise.
Daccordo. Sembri più stanca, ma bene.
Presi il caffè. Faticavo a trovare le parole.
Chiara, hai bisogno di una mano in studio? Per me, intendo.
Si fece seria.
Davvero?
Sì.
Sono dieci anni che non lavori
So, ma non ho dimenticato tutto.
Un attimo di silenzio. Poi sorrise.
Sto seguendo tre progetti. Una villa fuori città: mi servono mani in più Però sarai come una stagista, allinizio. Le cose sono cambiate, i programmi anche. Te la senti?
Sì.
E quanto vuoi essere pagata?
Quello che puoi.
Mi guardò ancora. Poi annuì.
Vieni lunedì. Vediamo.
Dal lunedì iniziai. Ogni giorno, dalle nove alle sette. Nuovi programmi, errori, vecchie conoscenze che tornavano. Era faticoso ma era come reimparare a nuotare: il corpo ricorda.
A casa, cucinavo riso.
La prima volta fu per stanchezza. Tornai alle otto, la testa solo per dormire. Il frigorifero pieno di cose comprate per chissà quale piatto elaborato, mi parevano estranee. Scelsi il riso. Riso, carne in scatola e burro.
Cucinato, messo nel piatto. Chiamai Giorgio.
Guardava come fosse un rebus.
Cosè?
Riso con carne.
Si vede che è riso. Stai bene?
Sono stanca. Domani farò altro.
Si sedette. Mangiò. In silenzio. Tutto.
Io lo osservavo e pensavo a Rosa, a suo marito, ai tre piatti di riso felici in campagna.
Giorgio finì. Si alzò e andò. Nessun commento, né buono né cattivo.
Anche quello era una risposta.
***
La parola arrivò dopo due settimane. Tornai dal lavoro, salii in ascensore, la testa piena di idee per quel progetto fuori città. Entrai, posai la borsa, si sentiva la TV dal soggiorno.
Doveri? chiese Giorgio, senza voltarsi. È tardi.
In ufficio.
Sempre dalla Bellini, eh?
È il mio lavoro.
Spense la TV e si girò.
Maria, non era così tra noi.
Cosa non era?
Che tu stessi fuori tutto il giorno. Abbiamo una famiglia, una casa. In frigo è vuoto.
Ci sono uova, patate e salame. Puoi prepararti qualcosa.
Mi guardò come se parlassi in arabo.
Scherzi?
No. Ti dico cosa cè.
E i tuoi tartufi? I tuoi sughi? Ma ti ricordi come cucinavi?
Appesi la giacca, sedendomi vicino.
Giorgio, parliamo. Calmi. Ci stai?
Di cosa?
Di noi, degli ultimi anni, di tutto quello che è successo qui.
Si irrigidì, come fa lui: spalle avanti, occhi più piccoli.
Che succede? Io lavoro, tu stai in casa.
Non più. Ora lavoro anchio, e non tornerò indietro.
Tutto deciso. Così.
Sto parlando ora.
Si alzò, camminò verso la finestra, tornò.
Maria, non capisco cosa vuoi. Vivevamo bene, tu cucinavi, io assaggiavo. Era la nostra intesa, non lo capisci? La nostra.
Era la tua intesa. Non la mia.
Ecco, lo sapevo. Mamma ti ha parlato, eh? Lo sapevo.
Lo guardai. Erano ventitré anni insieme, questa era la sua casa, tutto scelto da lui. Io non lavevo mai trasformata, pur avendo la professione. Da designer.
Tua madre mi ha detto solo la verità, risposi. Solo la verità.
Che verità? Che è una vecchia che fa le tragedie?
Che ti piace il cibo semplice. Che hai problemi di stomaco. Che ami il riso e il polpettone.
Un attimo di pausa. Breve, ma cera.
Sciocchezze, rispose.
Lhai mangiato in silenzio, due settimane fa.
Perché avevo fame!
Giorgio. Fermo. Solo per un attimo.
Si fermò.
Non voglio litigare. Voglio parlarti onestamente: vuoi vivere in modo diverso? Non come questi dieci anni?
Qualcosa passò nei suoi occhi. Una verità, quasi.
Diverso come?
Come persone uguali. Entrambi lavoriamo. Il cibo può essere semplice o complicato, ma non è unarma per umiliare. Basta giochi: diciamo cosa pensiamo.
Lungo silenzio.
Non ti ho mai umiliata, disse infine, piano. Ho sempre detto quello che penso. Sono onesto.
Giorgio.
Cosa?
Sei una persona che fingeva di non amare il riso, mentre io spendevo tutto per i tartufi.
Silenzio.
Non era onestà, aggiunsi. Solo un fatto.
Non rispose. Andò in camera. Chiuse la porta senza rumore, anche quello era un segnale.
Io andai in cucina. Feci le patate. Mangiai da solo. Poi rimasi a lungo con il tè, ascoltando i suoi passi in camera.
***
I mesi seguenti furono come lo scioglimento lento del ghiaccio. Senza melodrammi. Ogni giorno si scioglieva un pezzo di ciò che eravamo.
Giorgio provò a usare svariati metodi.
Prima il risentimento: viso offeso per giorni, aspettando che io lo rincorressi. Non lo feci. Cucinavo minestre, polpette, patate. Pulivo, andavo a lavoro, tornavo.
Poi tentò tenerezza. Un giorno portò fiori, tulipani di novembre, presi al volo in metropolitana. Disse che gli mancava uscire insieme. Andammo in trattoria. Fu gentile, rideva, mi chiedeva dei progetti. Sembrava quasi cambiato.
Ma il giorno dopo chiese perché non avevo preparato qualcosa di speciale per i suoi amici, come niente fosse.
Faccio la pasta e linsalata, dissi.
La pasta?
Sì.
Ma davvero?
Sì.
E vidi il suo volto. Quella smorfia: non aveva ancora capito che io ora la vedevo.
Poi vennero i litigi veri, con urla, discussioni sulla casa, i sacrifici, la libertà che mi aveva dato.
Tu hai investito, dissi calma. Ora ho capito. Ma non sono una fabbrica, Giorgio: sono una persona.
Non capì. O non volle.
Rosa chiamava ogni settimana. Discreta. Chiedeva come stavo, a volte diceva coraggio, brava. Un giorno disse:
È arrabbiato con me?
Un po, risposi.
Che si arrabbi. Ma io sono con te. Per la prima volta in vita mia sto dalla parte di qualcuno, capisci?
Avevo capito.
A dicembre Chiara mi affidò il primo progetto tutto mio. Un appartamento ai Prati, famiglia giovane. Dovevo seguire tutto, dal concept al fine lavoro. Passai diverse notti senza dormire, non per incapacità ma per paura di aver dimenticato tutto.
Ma non avevo dimenticato.
La cliente, una donna giovane, entrò nella casa finita e restò zitta trenta secondi. Poi si voltò verso di me.
È magia, disse.
Lo ricordavo, quel senso lì.
***
A febbraio capii che con Giorgio non ce lavremmo fatta. Non perché io non volessi, io ci provavo. Non mi ero rifugiato da amici, niente avvocati, anche se tra un articolo e laltro leggevo oggigiorno sempre più spesso dei rapporti tossici; non facevo altro che costruire, provare.
Lui, però, voleva solo che io tornassi a essere quella che aspetta il suo giudizio davanti ai fornelli. Gli serviva uno specchio, non una compagna.
Quando capisci che tuo marito è manipolatore? Forse quando vedi che il suo piacere non sono la tua felicità, il tuo successo, ma la tua attesa della sua parola.
Giorgio non era malvagio: non beveva, non mi picchiava, dava soldi, non mi tradiva (credo). Amava a modo suo.
Ma era impossibile vivere così. Non per dolore evidente, ma perché ogni giorno svanisce un pezzetto di te.
A marzo chiesi la separazione.
Allinizio non ci credeva. Poi le suppliche, la rabbia, ancora tentativi di ritorno. Rosa venne a parlargli e, dopo quel colloquio, lui si spense; non accettò, ma cambiò. A suo modo.
La casa era sua, lo era sempre stata, anche nei muri, nei mobili: mai sentita veramente mia. Mi trasferii da Paola, una cara amica con una stanza libera. Tre mesi dopo presi un bilocale in affitto a Testaccio, con vista sulle viuzze antiche, non eleganti come le altre, ma vere.
Lo ristrutturai da sola. Piccoli lavori, tutto scelto con gioia. Sapevo cosa mi piaceva. Lo sapevo da tempo.
***
Un anno è passato.
È aprile. Ho cinquantatré anni. Dal mio balcone a Testaccio vedo i rami fioriti, non saprei il nome, ma li guardo ogni mattina dal tavolo della cucina, mentre sale il profumo del caffè.
Lo faccio semplice, con la moka. Buon caffè, senza troppi riti.
Chiara mi ha voluta come socio effettivo a gennaio. Ci sono quattro progetti nuovi, due li seguo da sola. Dormo di nuovo bene. A volte mi sveglio pensando alla luce in una stanza diversa, ed è una buona sensazione: il pensiero creativo, non lansia.
Rosa chiama sempre ogni settimana. Di recente sono andato io da lei ai Parioli, con una torta. Abbiamo bevuto tè e parlato: del passato, della sua vita da muta testimone. Penso spesso a quanto la felicità o linfelicità si trasmetta tra le generazioni, finché qualcuno si ferma e dice basta.
Rosa non ce lha fatta. Ma mi ha aiutato a farlo. Questo già conta.
Giorgio vive nella sua vecchia casa. Raramente ci scriviamo. Ho saputo che ora frequenta dei corsi di cucina. Non so se sia vero, forse sì. A volte la gente cambia quando non ha più specchi.
Non penso spesso a lui. Qualche volta, sì. In gastronomie mi fermo davanti ai barattoli di tartufo nero, sento qualcosa tra amarezza e ironia. Sono pur sempre dieci anni di vita.
Provare nostalgia è normale; rimpiangerli a lungo, quello no.
Ho conosciuto Andrea lo scorso settembre. Cliente vedovo, voleva rifare lappartamento dopo la morte della moglie per malattia, veloce. Sui muri le sue foto. Non le tolga. Voglio solo più luce, più aria.
Capivo perfettamente.
Ha cinquantatré anni, ingegnere, progetta ponti. Ho pensato spesso: lui costruisce ponti, io spazi. Fa sorridere.
È tranquillo. Non silenzioso, proprio sereno. Mi ascolta, guarda negli occhi, ride quando serve. Non finge.
Al secondo incontro mi chiese se poteva offrirmi un caffè.
Poi una passeggiata, un altro caffè, un film francese dove rideva piano, ed io ricordavo la gioia di sentire qualcuno realmente presente.
Da allora usciamo ogni tanto. Senza fretta, ognuno coi suoi tempi.
Il venerdì sera viene da me.
***
Stasera è venerdì.
Rientrando, ho svuotato le buste: sovracosce di pollo, patate, cipolle, carote, prezzemolo, panna. Un classico pasticcio da forno: strati di patata, pollo, verdure, panna sopra, unora di forno e una spolverata verde.
È il mio piatto semplice, di casa. Non raffinato, non elegante.
Mentre cuoceva, mi cambiavo e lodore invadeva tutta la casa. Cipolla soffritta, pollo, aglio. Quellodore che sa di infanzia dalla nonna, che non sentivo da decenni.
Alle sette suonò il citofono.
Apro. Andrea entra e appoggia una busta con qualcosa dentro. Vedo subito una bottiglia di vino sopra.
Ciao, mi dice.
Ciao. Cosè questo profumo?
Annusa.
Qualcosa di buono. Scommetto patata.
Sformato, ancora unoretta.
Perfetto, si sfila il giubbotto. Ho portato vino. E anche, cerca nella busta, queste.
Tira fuori una scatoletta di cioccolatini, semplice, al latte con nocciole.
So che li preferisci così, dice.
Prendo la scatola.
Come lo sai?
Lhai detto una volta, a settembre passando davanti a una pasticceria.
Rimasi lì, coi cioccolatini, cercando di trattenere tutto quello che sentivo.
Ti ricordi le cose.
Ci provo, risponde, senza enfasi.
In cucina, apre il vino e versa nei bicchieri. Si siede sullo sgabello.
Come va con il progetto? Quello in via Condotti?
Cliente difficile, confesso. Vuole tutto, subito e low-cost.
Capita.
Già, sorrido. Ma qualcosa di bello ne uscirà. I soffitti sono alti cinque metri, non posso sbagliare.
Lui annuisce e mi osserva ai fornelli.
Maria, mi dice.
Sì?
Sei felice? Proprio ora, non in generale, ora.
Alzo lo sguardo. È serio, mi ascolta davvero.
Ora Sì. Proprio ora sì.
Bene, dice solo. E nulla più.
Il pasticcio è pronto. Lo lascio riposare, aggiungo prezzemolo, metto in tavola. Nessuna candela, solo la lampadina.
Andrea guarda il piatto.
Bello, dice.
È un semplice pasticcio.
Profuma bene. E sembri non essere capace di fare piatti brutti.
Rido.
Non lho mai provato.
Mangiamo. Chiede il bis, porge il piatto senza parole. Servo ancora. Parliamo del più e del meno: del suo lavoro, di sua figlia a Milano, del mio desiderio di cambiare aria questestate. Lui propone Helsinki: calma assoluta.
Poi beviamo il tè, mangiamo i cioccolatini.
Fuori, Roma. Primavera, viva, odore dasfalto e di fiori. I rami bianchi mossi dal vento.
Penso: è tutto qui. Nessuna festa, nessun evento. Solo una sera semplice, una persona serena, un piatto di casa col profumo di infanzia e nessuna attesa per una risposta.
Ripenso agli anni passati; ai tartufi e alle bisque. Alle fatiche, ai commenti. Un po fa male. Ma non mi permetto più dindugiare nel rimpianto.
Lautostima, lessi un giorno, non è una cosa che cè o non cè. Si costruisce. A volte si rompe. A volte rinasce a cinquantadue anni, in uno studio che non conosci più, ma resti finché non ritorni ad abitare lo spazio.
Confini personali. Parola modaiola, ma reale. Conoscere dove finisce il tuo spazio e inizia quello altrui. Non è un muro, è solo consapevolezza.
La vera ricetta della felicità? Forse davvero è semplice. Fare ciò che ami. Restare accanto a chi ti vede davvero. Cucinare ciò che piace, senza aspettare il verdetto.
A cosa pensi? chiede Andrea.
Lo guardo: faccia serena, tazza in mano.
Allo sformato, dico.
Ride.
Ottima materia di riflessione.
La migliore, sorrido. Ancora tè?
Volentieri.
Verso il tè, ci sediamo. Guardo fuori i rami bianchi.
Andrea.
Sì?
Non mi dirai mai che ho messo troppo sale, vero?
Solleva lo sguardo.
Non era salato, risponde serio. Era perfetto.
E se la prossima volta esagero?
Ci pensa.
Dirò: meno sale la prossima e mangerò lo stesso.
Annuisco.
Giusta risposta.
Faccio del mio meglio, dice. Si prende lultimo cioccolatino. Lultimo, posso?
Sicuro, rispondo.
Fuori i rami bianchi ondeggiano, Roma pulsa, indifferente a chi cucina o discute, ai risotti e ai risi semplici, agli anni persi e a quelli che restano. La città vive. E anche io. Il tè è caldo, il profumo del forno ancora in cucina, una pianta verde sul davanzale scelta allEmporio perché mi piace il colore.
Mi piaceva il colore.
Lho comprata.
E così, adesso, vivo così.




