Grazie, figlio, per questa festa!” – esclamò la suocera al microfono, ignorando la mia presenza! Il mio brindisi fece calare il silenzio nell’intera sala.

“Grazie, figlio mio, per questa festa meravigliosa!” esclamò la suocera al microfono, ignorandomi completamente. Il mio brindisi in risposta lasciò il salone in un silenzio glaciale.

Sapete come funziona. Si avvicinava il compleanno della suocera—60 anni, una cifra importante, da festeggiare con stile. E chi era la mente organizzativa, il motore instancabile della famiglia? Esatto, io.

La suocera, Nina Rossetti, mi raggiunse con l’aria più innocente del mondo: “Amore, tu sei così brava, così piena di energia!” E continuò: “Mi aiuti con il compleanno, vero? Io sono vecchia, non capisco più queste cose.”

Aiutare? Ragazze, quel “aiutare” si trasformò in un incubo. Due settimane vissute solo per quella festa.

Scelsi il ristorante, cambiai il menù tre volte perché “zia Lucia non mangia pesce e zio Marco è allergico alle noci”. Trovai l’animatore, il fotografo, decorai la sala e passai mezza notte a gonfiare palloncini. E, ciliegina sulla torta, tutto con i nostri soldi, perché la suocera da sola non ce l’avrebbe mai fatta.

Mio marito, Luca, fingeva di essere impegnato. Mi accompagnava, annuiva distratto guardando il telefono: “Sì, cara, ottima idea!” La suocera chiamava ogni giorno con “consigli preziosi”, ma mai una volta chiese se avessi bisogno di aiuto. Perdetti tre chili dallo stress.

Finalmente, il grande giorno. Il ristorante splendente, gli invitati eleganti, la festeggiata in un vestito nuovo come una regina. Io, invece, non ebbi nemmeno il tempo di farmi una piega decente.

Correvo come una pazza: a sistemare i camerieri, a cercare bambini smarriti, a calmare zio Marco ubriaco. Insomma, non un’ospite, ma l’organizzatrice non pagata della serata.

A metà festa, finalmente mi sedetti, sperando di assaggiare almeno l’antipasto. L’animatore annunciò: “E ora, la parola alla nostra festeggiata!”

Nina Rossetti, tutta orgogliosa, prese il microfono. Io, ingenua, pensai: “Ecco, ora mi ringrazierà.”

Invece, con voce teatrale, esclamò: “Cari miei! Sono così felice! E voglio ringraziare il mio adorato figlio, il mio Luca! Senza di te, questa festa non sarebbe stata possibile!”

Ragazze, mi cadde la forchetta. La sala esplose in applausi. Luca, rosso dalla fierezza, mandò un bacio alla mamma. Di me, nessuna traccia. Come se non esistessi.

In quel momento, qualcosa in me morì. E qualcos’altro nacque. Una rabbia gelida e precisa. E un piano.

Aspettai che gli applausi finissero, mi alzai e mi avvicinai all’animatore. “Scusi,” dissi sorridendo, “anch’io vorrei dire due parole.”

Presi il microfono, tossetti e annunciai: “Cari ospiti! Concordo: Luca è davvero d’oro! E per questo, ho un regalo per lui e la sua meravigliosa mamma.”

Tirai fuori dalla borsa la fattura del ristorante. La sala diventò un deserto di silenzio.

“Visto che questa festa è opera vostra,” dissi chiaramente, “sarebbe giusto che ne paghiate il conto. I veri eroi assumono sempre le proprie responsabilità, no?”

Le loro facce furono un capolavoro. Luca impallidì, la suocera aprì e chiuse la bocca come un pesce.

Posai il microfono, presi la borsa e uscii a testa alta. Dicono che la festa finì poco dopo.

Morale della storia: non dare per scontato chi si spezza la schiena per te. Prima o poi, il conto arriva.

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