Gruscia, il racconto appassionato di una donna tra amore, seduzione e redenzione nell’Italia del XIX secolo

Cera una volta, tanto tempo fa, un padre che aveva tre figlie. Due di loro, Bianca e Clara, erano duna bellezza rara che faceva voltare la testa a chiunque le incrociasse; la terza, invece, Pinuccia, era piccolina, magra e aveva la schiena curva. Solo i suoi occhi grandi brillavano sempre vivaci sul viso. Non riusciva ad aiutare molto né nei campi né a casa, dietro alle sorelle non ce la faceva mai: per lei ogni cosa era fatica.

Per Bianca e Clara era tutto un viavai di pretendenti davanti alluscio; i corteggiatori si accalcavano sotto la pergola, persino il parroco ogni tanto sintratteneva sperando dincontrare i futuri sposi. Ma su Pinuccia nessuno posava mai lo sguardo. Così le sorelle dicevano:
Finché non troviamo marito anche a Pinuccia, noi non ci sposiamo!

Il tempo passava, ma nessuno domandava la mano della più piccola. Le sorelle la vestivano con nastri e veli colorati, le pizzicavano le guance per darle un po di colore, ma tutto era inutile. Le comari del paese ormai ridevano apertamente:
Se aspettate che Pinuccia abbia proposte, rischiate di rimanere zitelle anche voi!

Pinuccia sentiva quei discorsi e le si stringeva il cuore. Non tanto per sé, quanto per le sue amate sorelle. Una notte pensò:
Non voglio più essere di peso agli altri! Meglio che me ne vada: così le mie sorelle potranno maritarsi senza pensieri. Andrò in città, magari trovo lavoro in qualche casa.

Attese che tutti dormissero, preparò un fagottino con un po di pane e qualche vestito, lo legò con un fazzoletto e scivolò fuori nella notte.

Camminò tutta la notte. La luna era piena, la strada brillante dargento. Pinuccia non aveva paura, almeno fino a che non giunse ai margini di un fitto bosco: pensò alla volpe o magari al lupo, ma doveva andare avanti. Si fece coraggio ed entrò tra i castagni.

Quando ormai stava per allalba, era sfinita e la città era ancora lontana; così decise di riposare dietro un cespuglio di nocciolo, mise il fagotto sotto la testa, si coprì con lo scialle e si addormentò. Dormì chissà quanto, finché non fu svegliata dal suono ritmico di una scure che batteva contro il legno. Sollevò il capo, quando craaack! un vecchio faggio cadde proprio vicino a lei. Si alzò di scatto impaurita: davanti a lei, tra i tronchi, apparve un vecchietto. Piccolo, robusto, dalla barba bianca come la neve, con una scure sulle spalle.

Pinuccia indietreggiò, impaurita, ma il vecchio sorrise:
Non temere, figliola, non ti voglio far del male.

Chi siete, nonno? Stavo quasi per essere schiacciata

Io sono il guardaboschi, rispose lui. Vivo qui vicino, abbatto gli alberi secchi. E tu, figliola mia, che ci fai sola nel bosco a questora?

Pinuccia gli raccontò la sua triste storia. Il guardaboschi si accarezzò la barba, pensieroso:
Sei una brava ragazza, dal cuore buono e generoso. Resta con me nella casetta del bosco, mi farai compagnia come se fossi mia nipote. Se un giorno cambierai idea, ti accompagnerò io in città.

Così Pinuccia accettò. Cominciarono a vivere insieme: il vecchio usciva tutto il giorno tra gli alberi, e Pinuccia si occupava della casa, che era piccola e non troppo impegnativa. Lui era gentile e allegro, raccontava storie della sua giovinezza, e presto iniziò a insegnarle tutto ciò che sapeva su erbe, radici, bacche selvatiche, e il modo in cui raccoglierle, essiccarle, e preparare infusi e rimedi. Pinuccia crebbe, imparando ogni segreto della natura dal suo caro vecchio mentore.

Arrivò infine per il guardaboschi la sua ultima sera. Pinuccia pianse, ma lui la consolò:
Figliola, non essere triste: tutto ha il suo tempo. Sepelliscimi qui e poi ritorna a casa. Ciò che sapevo, ora lo sai tu. Io ho aiutato il bosco, tu, Pinuccia mia, aiuterai la gente.

Dopo la sua morte, Pinuccia lo seppellì, pianse ancora un po, poi si decise a tornare alla sua casa natale.

Nel frattempo, le sorelle si erano sposate, con due fratelli della stessa borgata, e vivevano tutti insieme in una grande casa con le famiglie. Quando videro Pinuccia tornare sana e salva, la abbracciarono felici e le assegnarono una cameretta tutta sua. Pinuccia cominciò a rendersi utile: come migliorare la terra, come curare le malattie dei bambini e degli animali, come liberare le vigne dal rovo. Tutti i consigli imparati dal guardaboschi portarono fortuna: il raccolto non falliva mai, le bestie restavano sane, nessuno si ammalava tra le mura.

Pian piano la voce si sparse, e la gente iniziò a bussare alla porta per chiedere consigli e aiuto. Pinuccia aiutava tutti, non chiedeva mai nulla in cambio. Qualcuno lasciava due uova fresche, qualcun altro un fazzoletto ricamato, ma ai più poveri non chiedeva nulla.

Nel paese abitava anche la vecchia Zia Nazzarena, una maga conosciuta che incuteva timore: la gente diceva che avesse poteri oscuri. Quando videro tutti accorrere da Pinuccia dimenticando la casa di Nazzarena, la vecchia sinfuriò e cominciò a tramare. Un giorno si presentò a Pinuccia:

Buongiorno, Pinuccia Caradonna, salutò la vecchia con voce lamentosa. Ho tanto male al braccio, nipote cara, non sento più niente.

Vieni, zia, siediti che ti controllo la mano.

Pinuccia le palpò il braccio.
Ma sei sicura, nonna, che sia proprio questo che fa male? Dammi laltra mano, magari ti confondi, sei stanca

Oh, la stessa, la stessa! gemeva Nazzarena. Che dolore, figlia, non posso più mangiare!

Pinuccia scosse la testa:
Ma non sento nulla, nonna.

Come no! gridò la vecchia, guarda come mi si sono ingobbite le dita!

Pinuccia rimase stupita, ma insistette:
Come vuoi, nonna, ma io davvero non sento nulla di strano!

E sia, non sento più male, sarà stata la tua compagnia che mi ha fatta star meglio! Tieni qui, ti regalo questo specchietto, così puoi rimirarti, che la gioventù è breve.

Pinuccia la ringraziò:
Grazie, zia, che la tua parola sia sempre propizia. La buona parola è più forte di qualsiasi stregoneria.

Ma la vecchia aveva bisbigliato maledizioni e parole maligne sullo specchietto.

Il tempo passava e Pinuccia sembrava cambiare: la schiena curva svaniva, sembrava più diritta, le gambe non la facevano più zoppicare. Si specchiava e si vedeva diversa; la vecchia lo notò e, infuriata che le sue magie non avessero avuto effetto, tornò una seconda volta. Diceva che le doleva la schiena, e questa volta il male sembrava più vero: la punizione era tornata a lei! Pinuccia le diede erbe e consigli, la vecchia le offrì un altro dono: un pettine intagliato dosso.

Una ragazza bella deve curarsi i capelli, usa questo pettine per sentirsi ancora più bella!

Pinuccia accettò:
Grazie, qui ogni tuo dono sarà sempre usato con il cuore aperto.

E ancora una volta Pinuccia migliorava: il viso si coloriva, le trecce diventavano folte, il corpo forte come la vite giovane. Nazzarena invece si consumava: le mani ossute come rami secchi, la schiena piegata, le gambe che non la reggevano più. Un giorno chiamò Pinuccia al suo capezzale.

Bianca e Clara cercarono di dissuadere la sorella:
Non andare, Pinuccia, quella casa mette paura!

Ma lei sorrise:
Tranquille! Il mattino porta consiglio.

La mattina seguente si lavò con lacqua del pozzo, indossò un abito nuovo, mise in un panierino miele, mele rosse e fiori odorosi.

Quando le sorelle la videro, restarono a bocca aperta:
Che bellezza sei diventata, sorella! Sembri unaltra!

Giunta alla casa della vecchia, provò a entrare ma il cancelletto si richiuse con forza: non riusciva proprio ad aprirlo.

Zia! chiamò Apri! Non riesco a passare.

Dentro la casa, pareva che diavoletti si agitassero: qualcuno batteva i ferri, altri urlavano con voci strane.

Non farla entrare! Non puoi farle nulla! Le tue magie non funzionano, le tue malattie la evitano, la sua bontà trasforma il male in bene!

La gente del paese si radunò per osservare, spaventata. Nessuno aveva mai visto la casa di Nazzarena tremare così! Pinuccia bussò una terza volta:

Zia, sono qui! Ho portato miele fresco, mele degli orti, fiori di campo.

Lasciò il panierino oltre il cancello. Sul comignolo si levò un fumo nero, più fitto di quello di un incendio; dal camino uscirono corvi che scomparvero tra i tetti e la casetta divenne nera come carbone, e si sbriciolò in un attimo, riducendosi a una manciata di cenere.

La gente allora capì:
È stata la malizia di Nazzarena a consumarla! Voleva colpire Pinuccia con le sue stregonerie, ma la purezza di Pinuccia lha salvata: il male è ricaduto su chi lo aveva generato!

Da quel giorno, Pinuccia divenne ancora più bella e fiduciosa. Ben presto trovò marito, un bravo ragazzo del paese; la loro vita fu serena e armoniosa, sempre circondati dallaffetto delle sorelle. Bianca e Clara erano orgogliose di lei!

Sul luogo della casetta di Nazzarena, dove Pinuccia aveva deposto il panierino, ben presto crebbe un rovo di lamponi: i frutti erano grossi e dolci, così abbondanti che tutta la comunità si recava a raccoglierli, perdendo ogni timore di quel posto. Si racconta che ce ne fosse così tanta ogni anno che il villaggio prese nome da lì: Malineto.

E così, ancora oggi, quando il profumo dei lamponi riempie laria, la gente ricorda la bontà e la saggezza di Pinuccia.

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